Più carne, meno sogno
-
Stefano Solventi
- 1 Aprile 2010
“Manca forse un po’ di carne a queste visioni, il piglio ad alzo zero delle cose terrene. Ma sospetto si tratti di una scelta precisa, di cui prendo atto.” Ho scritto queste parole quasi tre anni fa, chiudendo la recensione di Technicolor Dreams, terzo album firmato A Toys Orchestra. Mi sono tornate subito in mente ascoltando la loro ultima fatica Midnight Talks, album che li vede calare sul tavolo carte più crude, meno teatrino visionario e più romanticismo viscerale. Ferma restando la fibra sontuosa del sound, che stavolta decide di puntare forte sul pop ad alta gradazione come se ne distillava al crocicchio tra psych, glam e prog nei primi seventies.
Non una rivoluzione a ben vedere. Per dire, retaggi Bowie, Lennon e Floyd erano palpabili anche nei precedenti lavori. A volte però basta spostare di un nulla le coordinate per cogliere il bersaglio in pieno. E’ proprio quello che sembra essere accaduto. In procinto di compiere il tredicesimo anno di vita, il quintetto campano può vantare finalmente una maturità e una ricchezza espressiva in grado di sostenere ogni proscenio. Ne abbiamo parlato con Enzo Moretto, voce, chitarra e “mente” della band.
Fin dalla copertina Midnight Talks segna un netto cambiamento rispetto al passato. E’ spregiudicata, aggressiva, provocatoria, ma in fin dei conti è un bacio. O no? Raccontatemi come è nata.
Tutti i nostri dischi sono diversi tra loro… Ogni volta cerchiamo di esprimerci in modo differente da quella precedente. Di rielaborare le nostre idee, di trovare nuovi stimoli nella ricerca. Abbiamo bisogno di “muoverci” sempre. Non siamo il tipo di band che consolida un sound e lo ripropone per il resto della carriera. Per questo disco è venuto subito fuori un sound più crudo, più “carne” e meno “sogno”, forse anche condizionati dal fatto che venivamo da un lungo tour. Abbiamo mantenuto quell’attitudine, quella potenza, quel “battito” più viscerale e sanguigno.
C’è da dire poi che questo è il nostro primo disco interamente d’amore. Ovviamente per amore non intendo quello fatto di “tvtb” e dichiarazioni edulcorate. Ho intrapreso sentieri più misteriosi e rischiosi di questo sentimento che tiene in ostaggio l’umanità dall’alba dei tempi, insieme al suo fratello gemello: l’odio. Ho approfondito molto questi aspetti in questo disco: l’odio all’interno dell’amore, l’amore all’interno dell’odio. A volte è quello che scrivi che sceglie te e non tu quello che scrivi. La copertina nasce proprio da questo: i due personaggi ritratti sono una coppia di amanti che dopo essersi massacrati di botte fanno l’amore.
Un’immagine che si è formata nel mio cervello poco dopo aver scritto i primi testi. In questo scatto (di Graziano Staino) c’è però secondo il mio intento un rivaleggiare dell’amore sull’odio e dentro l’odio. E’ un immagine a mio avviso, estremamente potente e ricca di vita. Quel bacio/morso è espressione della potenza dell’amore anche all’interno di sentimenti diverso da esso. Come ti dicevo è un disco in parte fatto meno di sogni e più di realtà, dunque – per paradosso – più allucinante. E’ incredibile come una foto “reale” possa suscitare una reazione così violenta al punto da risultare più “assurda” rispetto alle gemelle siamesi di Alice ritratte sulla cover di Technicolor Dreams…
Poi si ascoltano le canzoni ed è ufficiale: qualcosa è cambiato. Siete più diretti, meno “favolistici”. E’ il frutto di una scelta precisa?
Come ti dicevo appunto nella risposta precedente il “cambiamento” è una necessità. Non credo ci sia stata un scelta realmente ponderata, di solito seguiamo il nostro istinto. Non siamo molto cerebrali quando componiamo, cerchiamo di fare al meglio quello che ci viene più naturale. Nella nostra natura è insito il rinnovamento ciclico. Non saprei poi se siamo realmente meno “favolistici”, dipende da che favole si intende. Se parli dell’aspetto onirico del suono, allora probabilmente è vero. Forse per via del fatto che abbiamo eliminato i campionatori e un certo tipo di elettronica. E’ un disco tutto “suonato” dalla prima all’ultima nota.
Ci sono però inserti maestosi di orchestra che conferiscono un colore “sgargiante” e marcatamente psichedelico agli arrangiamenti che non avevamo mai usato prima in tal senso. Per quanto concerne le liriche poi, le canzoni di questo disco sono popolate anche di strani personaggi. Frankye Pyroman è a suo modo una favola, così come lo sono Plastic Romance e Red Alert. Ovviamente sono da contestualizzare. Ma era così anche per Hengie o Mrs Macabrette nei dischi precedenti. Il fascino dei personaggi scuri, outsider, bizarri, dalla crosta dura ma teneri dentro è sempre radicato in me. E in un disco in cui l’amore è il tema portante non potevano certo mancare. E non solo l’amore di coppia, anche quello fraterno, ancestrale, o ancora quello divino e spirituale… Quel battito che regola la vita nella gioia e nel dolore. In questo disco c’è voglia di parlare a “qualcuno” piuttosto che a se stessi, con toni differenti, a bassa o ad alta voce.
Anche questa volta non vi fa difetto la capacità di azzeccare grandi melodie. Pills On My Bill, ad esempio, è davvero stupenda. Ma un pezzo come Celentano da dove esce?
Beh, che dirti, nasce dallo stesso grembo di tutte le altre… Il titolo Celentano viene da uno dei tanti bizarri titoli provvisori che diamo alle canzoni ancora in fase di definizione. In realtà non è una canzone celebrativa nè tributativa all’Adriano nazionale, quanto meno non nel messaggio lirico. Nonostante ci sono delle evidenti citazioni nascoste nel testo e nella musica che fanno poi dei riferimenti palesi proprio a lui, per la precisone alla celebre Yuppi Du. In fase di provinaggio la ritmica della chitarra e gli accordi ci rimandavano a quel brano, per cui temporaneamente fu nominato così. In principio era solo ricollocabile a questo motivo ma poi al momento di scriverne il testo ho trovato intrigante congettuare su quel nome e quella canzone, pur mantenedo le distanze dal tributo vero e proprio. Non è un caso poi che abbiamo deciso di mantenere delle caratteristiche pronunciatamente italiche per questo pezzo.
Così a spanna sembra che vi siate sintonizzati su una stazione specializzata in power-pop, psych, glam e un pizzico di prog. Roba che passava in radio nei primi anni settanta. Sbaglio?
Non sbagli. Rock, Power-Pop, Glam, Prog, Hard, Psych, Electro… Nulla di ciò ci è estraneo, siamo divoratori di musica a tutto tondo. E non mi meraviglia che questi ascolti possano essere confluiti nel nostro approccio creativo. Anzi, sinceramente credo che dal primo tamburo dell’homo sapiens ad oggi sia stato sempre un evolversi in prospettiva. Un continuo imparare la lezione dai maestri che ci hanno preceduti. E’ il ciclo vitale della musica, e non ci arroghiamo certo l’esclusiva di essere quelli che inventano dal nulla. A nostro modo cerchiamo di rielaborare con originalità e rispetto quanto continuiamo ogni giorno ad imparare.
Quale ovvia (?) conseguenza c’è la grana del suono, marcatamente vintage. Molte tastiere analogiche, le chitarre che sfrigolano ruvide, gli ottoni, le partiture orchestrali. Le stesse voci, colte in flagranza di reato. Anche Technicolor Dreams aveva i suoi rimandi ai settanta e sessanta, però in Midnight Talks diventano la nota dominante. No?
Potrebbe dipendere da come ci siamo rapportati alla realizzazione di questo disco. Infatti proprio per mantenere vivo l’aspetto “umano” abbiamo deciso di registrare il tutto completamente in analogico su nastro. Utilizzando solo strumenti e macchine analogiche e a valvole, che hanno bisogno di un confronto reale con chi le suona, di un’interazione uomo/macchina con maggior relazione. Anche l’uso di fiati, ottoni e archi negli arrangiamenti sono emblematici in tal senso. Volevamo rifuggire dalla “fredda” praticità della tecnologia moderna, provare a fare un disco come si faceva “una volta” con l’impegno e il sacrificio che ciò comporta. Un gesto di rispetto verso la nostra musica e verso il progetto ambizioso che stavamo cercando di realizzare. Era nostro intento quello di osare molto, e per farlo necessitavamo dei ritmi più consoni per non rischiare di creare un pasticcio pretenzioso. E probabilmente questo tipo di approccio, sicuramente meno pratico ed agevole, è più figlio di tempi andati.
Dischi come il vostro mi fanno pensare che un altro airplay radiofonico sia possibile. Musica accomodante per quanto strutturata, intensa e orecchiabile, appassionata e “colta” ma dannatamente pop. Mi sto facendo delle illusioni?
Beh, ti ringrazio. Ma non saprei… Questo non è un giudizio che spetta a noi. Se confermassi i tuoi apprezzamenti varrebbe il detto che “me la canto e me la suono”… Mai così azzeccato. Ovviamente amo quello che faccio, altrimenti non avrei motivo di farlo con tanta veemenza e dedizione. Ma l’autoelogio è dietro l’angolo e non sono uso a questa pratica.
Sembra ormai finita l’epoca delle scene prevalenti, il panorama musicale è abitato da una miriade di situazioni diverse, dal folk più atavico all’elettronica più sperimentale con tutto quel che passa nel mezzo (e anche di più). Una collocazione la si trova sempre, anche nei casi compositi come il vostro. Semmai difficile è capire quanto è importante quello che si fa rispetto a tutto il resto. Che impressione avete al riguardo? O, se preferite, che cosa vi auspicate?
Questa è la “domanda da un milione di dollari”. Anche perchè in quello che dici c’è una bivalenza applicabile anche al di fuori della musica. Diciamo che la sfumatura più pessimistica che riesco a cogliere è profetizzabile nel proclama che fu di Andy Wahrol che “nel futuro tutti avrebbero avuto un quarto d’ora di notorietà”. Le epopee del passato erano indice di una forte coscienza collettiva, cosa che oggi manca quasi del tutto. Le microscene che si alternano al giorno d’oggi hanno più o meno lo stesso ciclo vitale di un modello di telefonino, e una forza aggregativa molto blanda. Oppure si cerca di spacciare per nuovo quello che sarebbe più facile e veritiero catalogare come revival. Il che potrebbe suonare come un segnale allarmante di mancanza di “idee”. Ma in realtà non credo sia proprio così.
Credo piuttosto che sia il passaggio di un epoca che si sta rinnovando nel modo di comunicare e di interagire, e tutto è successo così rapidamente da averci colti impreparati. Forse è solo una caotica fase di transizione da un epoca all’altra. Inevitabilente noi stessi siamo esponenti di questi tempi in quanto li viviamo e ne siamo figli legittimi, e se abbiamo la possibilità di dire la nostra allora probabilmente dovrei vederci dei vantaggi. Non sono un “nostalgico” fondamentalista. Riconosco i vantaggi del progresso, ma è pur vero che nella “rete” ci siamo finiti davvero in troppi.
Ascoltandovi si ha la chiara impressione che i vostri punti di riferimento siano ben oltre i confini nazionali. Anche la pronuncia dell’inglese è sempre più disinvolta. Come stanno le cose?
Credo che la scelta di essere una band che si esprime in inglese ci metta nella posizione di proporci come realtà “europea” piuttosto che specificamente italiana. Perchè se è vero che siamo italiani al 100% lo è anche che siamo europei. Non c’è alcuna intenzione di rinnegare la nostra cittadinanza, è solo un’alternativa nel modo di proporsi e di comunicare. Si pensi ai Notwist, ai dEUS, agli Air, ai Motorpsycho o addirittura a Bjork… Sono tutti artisti non madrelingua ma cittadini d’Europa e di essa rappresentanti. Non di certo dei volgari epigoni! L’idioma inglese è l’idioma universale, non c’è alcuno “scimmiottìo” nell’esprimersi in una lingua che è ormai quella dell’umanità tutta.
In verità ho cominciato a cantare in inglese fin da quando da adolescente rifacevo le cover delle bands rappresentati della mia generazione. Sono cresciuto negli anni novanta, l’influenza della scena americana aveva contagiato il mondo e non aveva certo risparmiato me… Poi da cosa nasce cosa, e dopo tre lustri paradossalmente l’unico modo in cui riesco ormai ad esprimermi è in inglese, con cui adesso mi trovo perfettamente a mio agio, mentre per assurdo non ho dimestichezza con la mia lingua d’origine, almeno per quel che concerne il cantare…
Immagino che seguire le orme ad esempio dei Jennifer Gentle non vi spiacerebbe per nulla. Ma il successo internazionale significa buttarsi, mollare se non tutto un bel po’ di cose. Quanta vita siete disposti a mollare e – quindi – investire nella band?
Beh, non so com’è è andata per i Jennifer, ma noi da quando dodici anni orsono abbiamo intrapreso questa avventura abbiamo cancellato il raziocionio dalle nostre vite…
Com’è ad oggi il rapporto tra la vita “normale” – famiglia, lavoro, burocrazie varie – e la dimensione del musicista?
Come ti dicevo fare la vita del musicista ti porta a intendere e interpretare la vita in modo astrurso e a rapportarti in maniera differente alle cose “normali” della vita. Dormire, mangiare, curarsi del proprio corpo è una cosa che un musicista vive in modo assolutamente differente ad esempio da un impiegato statale o, chessò, da un commesso di H&M. La motivazione non è riscontrabile solo in una romantica visione “bohemienne” della realtà,quanto piuttosto nei ritmi altissimi che questa vita comporta. Soprattutto laddove bisogna stringere i denti e spesso anche la cinghia. A volte il modus vivendi del musicista è simile a quella di un panettiere, entrambi lavorano sodo la notte e dormono di giorno, ed entrambi abbiamo il compito di “sfornare”…
Personalmente sento forte il bisogno di ritagliarmi degli spazi di “normalità”. Quando non sono in tour o in studio mi dedico alle cose più semplici, vado a pescare in barca, oppure guardo le partite di calcio con mio padre. Mi piace oziare e passare del tempo con i miei amici di sempre, anche solo a cazzeggiare davanti ad un bar. Ho una famiglia stupenda che non appena ho il tempo vado a trovare. Ho due splendide sorelle con cui passo delle ore a chiacchierare sul letto. Mi diletto in cucina con mia madre, vado a passeggio con il cane… Insomma, non potrei fare solo vita mondana, mi annoierebbe e mi distruggerebbe. Ho bisogno di ricarburare e nelle cose cosiddette “normali” trovo le alternative giuste.
Quali sono le difficolta che una band della vostra dimensione (una indie band?) deve affrontare? Contano più i problemi logistici – ad es: avete una vostra sala prove? – o quelli culturali?
Spesso i problemi logistici sono legati a doppio filo a quelli culturali. Laddove manca la cultura mancano le strutture per sostenerla. Da qualche tempo siamo di adozione bolognese, dove tutto per certi versi ci è più semplice. Ma fino a pochi mesi fa abbiamo vissuto in una cittadina nel cuore della Campania dove per avere qualcosa bisogna che te la crei da te, anche soltanto avere una sala prove non si è mai rivelata cosa facile. Non mi sento però di incolpare il Sud, che forse è vittima prima che carnefice. Vivere nel centro-nord ti avvicina a tutto. Purtroppo musicalmente e non solo il territorio italiano non è ben distribuito… Succede che le “menti” del Sud spesso sono prevaricate dalle difficoltà. E’ pur vero però che laddove c’è poco è più forte l’esigenza di creare. Il bicchiere in questo caso è sia mezzo pieno che mezzo vuoto, e non dipende dai punti di vista.
In questa vostra avventura che dura ormai da più di un decennio, vi sentite isolati o c’è una comunità musicale cui fate riferimento?
Non lo so. Per parlare di un ipotetica “scena” musicale servirebbero dei presupposti come l’aggregazione e l’intenzione collettiva. Credo in verità che questi fattori non siano ancora compatti al punto da essere appellati con tale dicitura. Piuttosto parlerei di “realtà”, che è tangibile e comprovabile nelle numerose bands che popolano il sottobosco musicale italiano, e che non deifinirei più come “minori”, ma come una nuova forma di cultura o “controcultura” in contrapposizione a quella di massa, con un numero sempre più significativo di esponenti e sostenitori.
Siete rinomati per i vostri live act. Avete già programmato il tour di Midnight Talks?
Ovviamente si, gireremo in lungo e in largo la penisola prima di lasciare i confini. Dici che siamo rinomati per i nostri live? Beh… non vi resta che verificarlo!
