Beaches Brew e la musica dal vivo in Italia. Intervista a Chris Angiolini di Bronson Produzioni
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Fabrizio Zampighi
- 30 Maggio 2016
Chris Angiolini, protagonista di questa intervista, è il patron di Bronson Produzioni. Da circa tredici anni Bronson e Hana-bi – ovvero un club a Ravenna e uno stabilimento balneare a Marina di Ravenna – sono diventati un punto di riferimento irrinunciabile per il cartellone concertistico italiano e internazionale, con una programmazione musicale ricca e votata alla qualità. Da qualche anno l’attività di Bronson Produzioni ha subìto un’internazionalizzazione ancora maggiore, grazie a festival come Transmissions (dedicato alle avanguardie musicali) e soprattutto Beaches Brew, quest’ultimo un evento progettato e realizzato in collaborazione con l’olandese Belmont Bookings. L’edizione 2016 di Beaches Brew, festival gratuito sulla spiaggia che si svolgerà all’Hana-bi di Marina di Ravenna dal 6 all’10 giugno, vedrà esibirsi artisti come Ty Segall & The Muggers, Cate Le Bon, Suuns, Föllakzoid, Car Seat Headrest, Destroyer, Goblin e moltissimi altri (per il programma completo, potete consultare la nostra pagina dedicata o il sito ufficiale della manifestazione). Abbiamo colto la palla al balzo per farci spiegare dal diretto interessato il dietro le quinte di una manifestazione complessa e affascinante come Beaches Brew, ma anche cosa significhi organizzare eventi di musica dal vivo in Italia. Dalla chiacchierata, che ha avuto luogo a fine aprile in un Hana-bi assolato e già pronto per la stagione estiva, è emerso un quadro tematico piuttosto articolato, tra finanziamenti pubblici, spese e guadagni derivanti dall’attività, politiche di sviluppo, etica, difficoltà e soddisfazioni, rischio di impresa, importanza della community e qualche aneddoto divertente.
Brevi cenni sulla tua storia personale e sulle vicende che ti hanno portato a creare Bronson Produzioni…
Sono partito molto presto. La passione per la musica “alternativa” è iniziata da certo punk, post punk e poi hardcore, tanto che a 16 anni ho organizzato i miei primi concerti. Intorno ai 18 poi ho cominciato a suonare la chitarra, mai troppo bene, finché uno dei progetti che avevo, ovvero i Miskatonic University, ha conquistato una certa rilevanza: abbiamo fatto due 7”, un album, un mini album e altre cose, ma soprattutto abbiamo chiuso tantissime date in Italia e in Europa. Tutto questo mi ha aiutato a capire quali siano le richieste importanti e le richieste più futili per una band che deve suonare live. Parallelamente ho fatto il dj in locali romagnoli come lo storico Rigolò, Rock Planet, Atlantica, Vidia, e diversi altri. Per non farmi mancare nulla ho aperto anche un negozio di dischi che si chiamava Boundless Records e che era contemporaneamente anche un’etichetta discografica. Ho avuto esperienze come direttore di produzione per grossi concerti, ad esempio presso il palazzetto di Pesaro (tra gli altri, Elton John, Renato Zero, Zucchero). Infine ho avuto la possibilità di entrare nella gestione dello stabilimento balneare Hana-bi a Marina di Ravenna, e da lì poi ho preso in gestione Bronson, in cui organizzavo feste quando ero decisamente più giovane, fino ad arrivare al Fargo [bar in centro a Ravenna, ndSA]. Al momento siamo in una fase di sviluppo nuovo con il progetto Bronson Produzioni, visto che stiamo lavorando per diventare sempre più etichetta discografica e agenzia di booking. Ma i progetti non finiscono qui.
Come è nato Beaches Brew e come è nata la collaborazione con Belmont Booking?
Avevo voglia di organizzare un festival che andasse un po’ oltre le solite cose all’italiana. Ebbi il primo contatto con Barry [Hogan, ndSA] di All Tomorrow’s Parties, e con lui si parlò di portare una tappa dello stesso ATP all’Hana-bi (in un formato più leggero, ovviamente). Alla fine non se ne fece nulla, perché lui non voleva che fossero coinvolti sponsor e io invece ne avevo bisogno per mantenere il festival gratuito. In seguito, durante un day off degli Akron Family qui all’Hana-bi, parlai a lungo con loro di questa idea del festival. La band era sotto contratto con Belmont Bookings e discusse direttamente con loro di questa idea. Belmont aveva avuto ottimi report da parte dei gruppi che erano passati dall’Hana-bi a suonare e così decidemmo di incontrarci in Olanda (dove ha sede Belmont). Lì ho capito che anche loro stavano lavorando a un’idea di festival da realizzare in un luogo atipico. Abbiamo concluso che si poteva provare a realizzare qualcosa insieme e siamo partiti con una prima edizione “light”: dopo quattro anni, il festival è diventato l’appuntamento importante che è ora.
Che risposta hai avuto dai media internazionali in relazione al festival?
I feedback sono stati davvero tanti e molto positivi, anche su canali importanti. Abbiamo avuto segnalazioni su Pitchfork, Rolling Stone, The Quietus, Trivago, Urban Outfitters, Travel&Leisure, oltre a tantissimi blog e programmazioni radiofoniche. Il Guardian ha segnalato Hana-bi come “key venue” italiana per la musica dal vivo, e la notizia è stata ripresa da vari quotidiani nazionali, dal Corriere della Sera a Repubblica. Onestamente non le ricordo tutte, anche perché non sono una persona fissata con le rassegne stampa.
Sei soddisfatto di quanto hanno raccolto le edizioni precedenti o aspiri a fare numeri superiori, in termini di presenze?
Io sono per la crescita sostenibile, per cui non vorrei fare numeri difficili da gestire. La situazione strutturale non è semplice, all’Hana-bi ma anche a Marina di Ravenna. I servizi che offre il territorio, e in particolare quelli delle strutture ricettive, forse non sono ancora pronti per un grande salto, e quindi questa crescita un passo alla volta permette a tutti di adeguarsi un anno dopo l’altro. Da quest’anno i campeggi avranno un ruolo molto più importante rispetto alle passate edizioni, perché anche loro hanno capito l’importanza di lavorare in sinergia con il festival, fino a plasmare i loro spazi anche in relazione al pubblico di Beaches Brew.
Per quanto riguarda il pubblico, l’anno scorso abbiamo stimato circa 10.000 presenze durante tutto il festival. Vorremmo una crescita graduale, anche perché un salto in avanti troppo repentino genererebbe problemi, nel senso che richiederebbe spese molto più elevate a livello di gestione e di organizzazione, e la nostra capacità di assorbimento al momento ha dei limiti. Del resto, non vogliamo nemmeno un festival troppo commerciale, con i soliti nomi che ogni anno trovi ovunque. Se ci fai caso, molti dei grossi festival hanno in cartellone cast pressochè equivalenti, la direzione artistica è omologata, tanto che ormai la scelta si sposta sulla location più che sul programma. Per Beaches Brew, il budget limitato ci costringe a non interrompere mai la nostra ricerca, ad inventare e battere percorsi alternativi. Così la nostra line up un po’ è allineata ai grandi festival, e un po’ va per conto proprio rendendoci unici. Onestamente, l’idea di sviluppo che vorremmo percorrere è più dal punto di vista dei servizi, che del cast artistico.

Che ruolo gioca il fatto che il festival sia organizzato sulla spiaggia? Per quella che è la tua esperienza, quanto questo elemento rappresenta un valore aggiunto per gli artisti?
La spiaggia è certamente un valore aggiunto importantissimo, sia per Beaches Brew che per la programmazione di Hana-bi. Beaches Brew è un festival che ha luogo in giorni feriali e si colloca volutamente dopo il Primavera Festival, ovvero nel momento in cui moltissime band arrivano in Europa per suonare. Noi offriamo loro le date subito successive al Primavera, che comunque in qualche modo devono coprire, anche per una questione di logistica e di costi. Quello che trovano all’Hana-bi è la possibilità di lavorare – il concerto, il merchandising, farsi conoscere da un pubblico nuovo – ma anche di rilassarsi e di divertirsi in spiaggia. Molte band cercano di rimanere sempre qualche giorno in più anche durante il festival.
Che tu sappia, esistono a livello internazionale altre manifestazioni organizzate in spiaggia e analoghe a Beaches Brew?
Non credo. Ci sono altri festival in ambienti particolari, che fanno della location il loro punto di forza, ma non credo esistano situazioni gratuite in spiaggia come il Beaches Brew. Chissà, forse in California, ma a giudicare dall’entusiasmo e dallo stupore che dimostrano le stesse band californiane quando arrivano all’Hana-bi credo che si tratti di una situazione inedita. Qui sei immerso in un ambiente naturale che ti circonda totalmente (nessun edificio, la pineta sullo sfondo, la spiaggia, le dune, l’Adriatico) e che fa da scenario al festival.
Quest’anno Beaches Brew Festival ha un programma molto allettante, e il tutto è come al solito gratuito. Quanto è difficile far tornare i conti organizzando eventi che non prevedono il pagamento di un biglietto? Parlo indirettamente anche della stagione estiva all’Hana-bi, in cui proponi concerti gratuiti per più sere a settimana…
Quella è la grande sfida. Durissima. Personalmente devo cercare di avere due facce: quella che guarda in avanti, allo sviluppo, e quella che guarda ai conti e tiene un piede sul freno. Beaches Brew è un grande rischio, tutto sommato calcolato, nel senso che i costi sono continuamente monitorati. E aumentano ogni anno in seguito all’esperienza dell’edizione precedente e in rapporto alla disponibilità di nuovi fondi. Abbiamo un piccolo staff – all’interno del quale ci sono anche persone di Belmont Bookings – completamente dedicato alla causa, e così con poche persone riusciamo a fare moltissimo. Fortunatamente sponsor, istituzioni, località, un anno dopo l’altro comprendono sempre di più il potenziale di indotto turistico e di immagine che diamo al territorio, anche in termini di internazionalizzazione del pubblico. Una tappa di Beaches Brew quest’anno [come del resto lo scorso anno, ndSA] sarà al molo di Marina di Ravenna, così da condividere il potenziale del festival anche con gli esercenti locali. Anzi, quest’anno partiremo proprio dal molo.
In che percentuale i finanziamenti pubblici ti aiutano a coprire le spese del festival?
Nella misura di circa il 35% per cento. Poi grazie ad alcuni sponsor privati, la copertura arriva di poco sopra il cinquanta per cento. Quest’anno ci hanno dato una mano anche i campeggi, che con l’edizione dello scorso anno hanno visto aumentare le prenotazioni in un periodo di bassa stagione [inizio giugno, ndSA] e nei giorni infrasettimanali. Le spese che rimangono sono da coprire con le consumazioni, visto che il festival è ad ingresso gratuito, e non è una cifra irrisoria. Calcola che il numero di consumazioni è legatissimo alle condizioni atmosferiche, dal momento che con il caldo aumenta e col tempo variabile diminuisce sensibilmente.
Quanto è complesso organizzare un festival come Beaches Brew, con un cartellone di artisti così ricco? In quanti siete a lavorare all’evento e quali sono le principali fasi nella sua pianificazione?
Ogni anno hai l’esperienza dell’anno precedente che ti guida, ma al tempo stesso cerchi sempre di fare un passo in avanti, e quindi ti crei da solo qualche difficoltà in più. Nel periodo del festival lavoriamo con un Hana-bi a pieno servizio, come se fosse Ferragosto, e chiediamo anche aiuto ad alcuni amici che lavorano in altri locali della zona. In più c’è tutto lo staff Belmont che collabora dal punto di vista logistico, artistico e dell’accoglienza. In tutto saremo circa una trentina, oltre ad un buon numero di volontari.
Per quanto riguarda l’organizzazione dell’evento in termini pratici, ti posso dire che è un work in progress continuo. Di solito siamo io e Bob di Belmont – un persona preparatissima dal punto di vista professionale – ad occuparci delle scelte artistiche, e iniziamo a lavorare al festival dell’anno successivo il giorno dopo la fine dell’edizione precedente. Discutiamo su ciò che ci è piaciuto e che non ci ha soddisfatto dell’edizione appena conclusa, definiamo il budget in linea di massima, e nel momento in cui il Primavera Festival fissa il suo calendario, noi fissiamo il nostro. Allo stesso tempo discutiamo della direzione che vogliamo dare alle scelte artistiche, cercando da un lato di mantenere una nostra riconoscibilità e dall’altro di rinnovarci attraverso scelte meno scontate (quest’anno, ad esempio, tra i concerti c’è anche Cate Le Bon, una che magari non gira moltissimo in Italia, o Ata Kak). Poi pianifichiamo qualche evento per il programma giornaliero e magari qualche appuntamento particolare: quest’anno, ad esempio, Beaches Brew arriverà anche a Ravenna città, con i Goblin che eseguiranno presso la Rocca Brancaleone di Ravenna la colonna sonora di Profondo Rosso.
L’idea di chiamare a suonare i Goblin di chi è stata?
È stata mia. La Rocca Brancaleone di solito d’estate diventa un cinema all’aperto, e così ho pensato di fare qualcosa che avesse a che vedere col cinema. In più, quest’anno è anche l’anno di John Carpenter [che ha pubblicato l’album Lost Themes II lo scorso aprile, ndSA] e di un ritorno a una certa idea di musica associata al cinema. La colonna sonora di Profondo Rosso, per gli stranieri, è un cult assoluto, e in più Claudio Simonetti [leader dei Goblin, ndSA] al momento sta vivendo un buon periodo, con una riscoperta anche a livello internazionale.
Ti va di raccontarmi un aneddoto che ti è capitato in questi anni di festival e che hai trovato particolarmente divertente o surreale?
In questo momento mi viene in mente quello che è successo lo scorso anno, la sera in cui hanno suonato i Moon Duo: a porte chiuse, Sanae Yamada dei Moon Duo e Elijah Wood [Frodo nella trilogia de Il signore degli anelli, ndSA] hanno fatto i baristi per tutti gli altri. Penso anche alle Babes In Toyland, che, arrivate tre giorni prima del concerto, non sono mai uscite dall’hotel se non per venire a suonare. Talvolta capita di veder spuntare qualche musicista in piena notte nella zona circostante l’Hana-bi senza saper bene da dove arrivi o dove sia stato. Cose così.
Mi piacerebbe capire qualcosa in più della tua attività di organizzatore di eventi live con Bronson Produzioni. In pochi anni siete diventati uno dei club più rinomati e conosciuti in Italia, con una programmazione intrigante e molto seguita. Quali sono le principali attività che devi svolgere ogni volta che organizzi un concerto? Parlo anche di questioni burocratiche, come le autorizzazioni necessarie, ma anche di tutto quello che tu e il tuo staff dovete seguire a livello pratico…
Le autorizzazioni generalmente si “sbrigano” ad inizio stagione definendo anche un calendario di massima che poi viene comunicato anche alla SIAE con cadenza mensile, mentre il resto è coperto dalle licenze dell’attività. Discorso a parte per quanto riguarda Beaches Brew. Quello che invece dobbiamo fare tutte le volte che confermiamo un concerto è un contratto con l’agenzia che gestisce la band che riassuma tutte le condizioni della data in questione, la prenotazione dell’hotel, la verifica della scheda e delle richieste tecniche e il noleggio della strumentazione aggiuntiva nel caso in cui sia necessaria, oltre all’accoglienza e alla definizione delle condizioni economiche e del biglietto d’ingresso. L’allegato al contratto con tutte le esigenze tecniche e di ospitalità si definisce in gergo “rider”.
A che ora del giorno si inizia a lavorare per un concerto serale?
In realtà la mia giornata inizia tutti i giorni con la sveglia alle 8.00, che ci sia o meno un concerto in programma. Mi piace essere metodico. Quando c’è un concerto, il load in [prove tecniche per il live, ndSA] degli artisti, al Bronson, di solito è alle 16:00, a meno che non si tratti di produzioni particolarmente impegnative. In quel caso si comincia alle 14:00/14:30.
Quali sono le principali voci di spesa di una serata in cui organizzi un concerto e in quale percentuale il prezzo del biglietto copre queste spese?
Le spese si dividono in spese fisse (l’affitto del locale, le spese relative al personale, l’affitto dell’impianto, la SIAE, la sicurezza), e spese riconducibili all’evento (promozione) e relative all’artista che viene ad esibirsi (cachet, cena, ospitalità, pernottamento, integrazioni tecniche). In un mondo perfetto, il costo del biglietto moltiplicato per il numero dei biglietti venduti dovrebbe coprire tutte queste spese. Il guadagno per noi è sostanzialmente l’incasso del bar, un guadagno che però troppo spesso va anche ad integrare la cifra che la vendita dei biglietti non riesce a coprire.
Parliamo di rider: cos’è?
Il rider non è il contratto, ma fa parte del contratto. Nello specifico, è l’elenco delle richieste del gruppo finalizzate al perfetto svolgimento della manifestazione. Quindi comprende richieste standard, come ad esempio le questioni relative alle responsabilità connesse all’evento, ma anche richieste tecniche: l’impianto necessario, l’ospitalità, il catering, ecc..
Qual è la richiesta più divertente o stramba che hai letto su un rider di un artista?
Le richieste di questo genere, alla fine, fanno sempre parte del gioco. Ricordo ad esempio che i Melvins ci hanno chiesto ovetti Kinder e altre cose particolari, tipo riviste porno local.
Quanto è importante investire sulla sicurezza (del pubblico, ma anche degli artisti) in un evento live? Ti è mai capitato di dover limitare il set di un artista che ha suonato per te per questioni legate alla sicurezza?
Sulla sicurezza investiamo molto. Nelle nostre manifestazioni credo che non si siano mai verificati problemi di ordine pubblico, ma è chiaro che tutte le volte ogni situazione va valutata in maniera specifica. Non mi è mai capitato invece di dover limitare il set di un artista, forse anche perché non sono un amante degli effetti speciali, fuochi di artificio o cose così. Generalmente produzioni con molta scenografia, corrispondono a produzioni troppo costose che non fanno per noi.
Bronson ha sempre avuto, nei confronti del pubblico, un approccio molto trasparente. Siete stati tra i primi in Italia a introdurre forme di abbonamento a prezzo ridotto e a vendere biglietti in prevendita a un costo inferiore rispetto al prezzo alla cassa (quando invece, soprattutto nei grossi eventi, il costo di prevendita è cresciuto a dismisura negli ultimi anni, assieme ai prezzi dei concerti). Trovi che questo approccio, alla lunga, abbia pagato in termini di risposta del pubblico?
Credo di sì, se calcoli che siamo sopravvissuti tredici anni in provincia e con una programmazione che definirei coraggiosa. Significa anche che il tuo pubblico, la tua community, crede in te e in un approccio molto diretto e senza troppi filtri. Abbiamo sempre cercato di veicolare un’idea di community attraverso i nostri spazi (Bronson, Hana-bi e Fargo) e i nostri eventi. Dal punto di vista della programmazione, ti posso dire che i compromessi sono davvero molto rari.
Che mentalità dovrebbe avere, a tuo avviso, una persona che per professione volesse organizzare concerti? Immagino che sia necessaria una certa elasticità nel valutare, in prospettiva, le possibili perdite economiche in cui talvolta si incorre e i guadagni che riesci ad ottenere…
Se domani ponessi questa domanda a dieci promoter, quasi tutti ti risponderebbero che ad organizzare concerti di soldi non se ne guadagnano. Ed è vero. Il guadagno, al massimo, sta nell’attività collaterale di somministrazione. Nella creazione e sviluppo di un brand. Quello che è davvero importante è essere riconoscibili, magari per le scelte artistiche (ma non solo), ed avere i piedi ben saldi a terra. Ogni volta che organizzi un concerto e fai una previsione di affluenza, da quella previsione puoi già togliere prima di partire il trenta per cento. Di norma le previsioni non sono mai realistiche. La fiducia e l’entusiasmo molto spesso sono “falsi” amici.
Ti è mai capitato di scegliere un artista esclusivamente col fine di investire sull’immagine di Bronson, già sapendo che ti avrebbe fatto perdere qualcosa in termini economici?
Sì, mi è capitato, forse troppo spesso. Ultimamente cerco di farlo sempre di meno, anche perché ormai Bronson Produzioni ha una credibilità e una direzione artistica molto definite. È vero però che quando sei appassionato di un artista, è davvero difficile pensare al tutto in termini economici e razionali. E non puoi fare questo lavoro se non sei anche un “fan”.
Quanto l’attività social influenza la riuscita o meno di un evento e quanto invece il modo in cui la critica musicale parla di un disco o di un artista influenza la risposta del pubblico?
In questo momento l’aspetto social è importantissimo. Ed è importante anche il modo in cui un artista si muove sui suoi canali social personali. Quando una band lavora bene sui social, te ne accorgi subito. Nelle recensioni, invece, non credo più molto, anche se alcune “campagne stampa” molto pesanti a volte finiscono per influenzare il pubblico. Difficilmente questo accade nel caso di singole recensioni, anche perché mi pare che gli ascoltatori abbiano idee e percorsi sempre più personali, soprattutto quando devono investire il proprio denaro in un album o nel biglietto di un concerto. Nel caso di un artista più di nicchia, una recensione molto positiva a volte ha sicuramente più valore.
Oltre a Bronson gestisci Hana-bi e Fargo. Quanto la diversificazione nelle tue attività riesce a bilanciare l’alto rischio di impresa che hai tutte le volte che organizzi un festival o un concerto?
Quella di creare un vero e proprio circuito autonomo è stata probabilmente l’idea più innovativa che abbia avuto in questi anni e che ci ha garantito un margine di sopravvivenza. Quello che ho cercato di fare è stato allargare l’attività per avere altre entrate indotte dalla programmazione artistica, l’idea di dare un servizio completo alla comunità che continua ad evolversi attorno a Bronson Produzioni.
Tornando indietro, rifaresti la scelta professionale che hai fatto?
A volte ci penso. Forse la rifarei, anche se fare questo lavoro in Italia è molto complicato, e farlo in una città di provincia è ancora più complicato. Alla fine è una scelta che diventa la tua vita, in tutto e per tutto. Chi fa una scelta come questa, è destinato a rinunciare a quella che comunemente viene definita “vita privata”.

