1975: un anno di musica

Premessa

L’articolo è stato suddiviso per generi musicali. La rete che li divide ha però le maglie larghe quanto basta perché alcuni artisti, i più sguscianti, camaleontici, sconfinino di qua e di là. Intendo dire che Joni Mitchell, per fare un esempio, potrebbe fare parte della sezione dove si parla delle cantautrici come in quella della fusion, relativamente al suo disco del 1975 The Hissing Of Summer Lawns. Che il Mike Oldfield di Ommadawn si può collocare indifferentemente tanto nell’insieme del prog rock quanto del folk.

Qualcuno obietterà che il tale era meglio inserirlo da una parte e il talaltro dall’altra, e potrebbe anche avere ragione, ma proprio per questo, dato che non siamo in presenza di formule matematiche, la cosa migliore da fare è prendere tutto con la dovuta elasticità. Buona parte degli artisti e dei generi musicali sono in mutazione – fortunatamente – come il resto del creato. Dato che si tratta di un pezzo corposo, inoltre, ben oltre gli standard del web, ho adoperato una certa flessibilità – o leggerezza – per rendere la lettura meno monolitica, mettendo talvolta in fila due nomi per motivi che esulano dal genere musicale di appartenenza ma rendono la fruizione più piacevole, cosa che non guasta. Mai.

Siamo nel cuore del decennio, un momento attraversato da venti di cambiamento. Mentre David Bowie traghetta il rock bianco verso un dialogo profondo con la musica nera americana, molti artisti appartenenti al soul e al funk consolidano le proprie carriere con dischi importanti sebbene non sempre epocali. Alcuni però si riveleranno estremamente influenti per ciò che avverrà dopo, ed è questo il criterio che ha guidato la classifica abbinata all’articolo. Ma ci torneremo.

Nel 1975 il prog comincia ad esaurire la spinta propulsiva. Una nuova generazione di ascoltatori cresciuta tra glam e groove afroamericani inizia a reclamare immediatezza ritmica e melodica. Come accadrà in seguito, un gioco di corsi e ricorsi storici ha spinto il rock a un ritorno al roll, mentre di profumi e utopie anni ’60 restano solo i fantasmi. Alle nostre latitudini si avvicina lo spartiacque ideologico e sociologico di Parco Lambro. Lo sbandierato edonismo degli anni ’80 trova in Donna Summer e in KC And The Sunshine Band i prodromi di quella disco che innescherà una lunga serie di rivoluzioni nella musica da ballo – dalla techno alla house. Parallelamente, band come Dictators e Dr. Feelgood gettano le basi per ciò che diventerà il punk, che trova in Patti Smith una voce capace di fondere poesia e rabbia nel rock in modo unico.

La classifica. Nello stilare la classifica dei “migliori” album, una lista per forza di cose opinabile, ha prevalso l’idea di premiare gli artisti più propensi all’apertura di nuovi percorsi rispetto a coloro fermi sulle proprie posizioni benché foriere, in molti casi, di output di qualità. Parametri e compromessi tra i redattori hanno giocato il loro ruolo e restano variabili in campo. La presenza di Love To Love You Baby tra i primi dieci o di Toys In The Attic tra i primi venti, per fare un esempio, va letta più alla luce di tale prospettiva che come risultato di un calcolo algebrico. Voto che segnala quanto lo scarto tra Donna Summer e gli Aerosmith sia minimo ma ai fini del posizionamento sostanziale.

1975

Nel mezzo del cammin dei nostri anni Settanta ci ritrovammo per una selva di oscuri solchi in vinile. Nel 1975 i 33 e 45 giri sono i supporti che dominano incontrastati il mercato discografico. Tutti hanno un compatto, un impianto hi-fi di buon livello, al minimo un mangiadischi portatile capace di sgranocchiare singoli anche in spiaggia. Al seguito vengono vinili di tutti i generi, dall’operistica al jazz, se si tratta dei dischi dei genitori, leggera, pop, rock nelle mille sfaccettature per i ragazzi. Oggi l’amore si cerca in mille forme, più o meno effimere. Ma allora amore, poesia, senso di comunanza, consolazione, energia positiva o rabbia, addirittura messaggi di rivolta e speranza per cambiare il mondo, si trovavano dentro una canzone.

E le cassette? Nel 1975 non sono ancora all’apice, ma si stanno avvicinando ai grandissimi numeri del vinile. Lo soppianteranno agli inizi del decennio seguente grazie alla comparsa del Walkman (1979), con il quale la musica si potrà portare davvero dappertutto, e al proliferare degli impianti stereo da automobile. Ma nel 1975 il rapporto di vendite tra vinile e cassette è del 70/75% a favore del vinile. Poi ci sono le radio FM, quelle che da noi si chiamano “radio libere”, libere dalla pubblicità che strangola ogni odierna emittente e relative trasmissioni, ma soprattutto libere di trasmettere la musica meno facile, senza limiti di durata dei brani o di genere che allora, negli anni Settanta, a metà anni ’70, era una pura formalità e non un eccesso da castrare. Fondamentali, quelle emittenti più o meno professionali, per la circolazione della musica rock e l’educazione di un pubblico giovane che non sempre ha i soldi in tasca per comprare un vinile benché i prezzi degli album fossero ancora estremamente popolari.

Siamo a metà del decennio, un momento su cui soffia un vento di cambiamento, si diceva. Il pubblico si divide sempre più nettamente tra chi cerca risposte o trova rispondenza nei grandi album “da ascolto” che vaticinano dal primo all’ultimo solco, e chi si lascia trascinare dalle nuove correnti che prendono d’assalto le classifiche grazie alla facile presa o al singolo che spinge in classifica e diventa il pane delle emittenti radio.

Pink Floyd
Pink Floyd, ritaglio della copertina di “Wish You Were Here”

Prog, rock, psych, prodromi punk, dub e reggae

Benché all’inizio della parabola discendente, il prog rock nel 1975 è ancora in grado di fornire un grande numero di pubblicazioni ma anche prove di assoluta qualità che dureranno negli anni. Nel Regno Unito capisaldi come i Genesis fermi ai (musical) box in attesa di risolvere la grana dell’abbandono di Peter Gabriel, gli Yes che dopo Relayer dell’anno precedente non pubblicheranno nulla fino al 1977 (Going For The One), gli ELP presi di mira dalla critica e indecisi sul da farsi, lasciano campo libero ai Pink Floyd capaci di dare un seguito di rango a The Dark Side Of The Moon (1973) che pareva irripetibile: Wish You Were Here è un album sull’assenza, l’alienazione, un’accusa al mondo discografico, dedicato a Syd Barrett; un caposaldo che resta tra i preferiti di sempre dai fan della band. I King Crimson sono stati rottamati da Robert Fripp che, completamente disilluso, mentre sta meditando l’idea di ritirarsi dal mondo della musica lavora su registrazioni dal vivo della band che troveranno spazio sul postumo USA. Tra i veterani i Jethro Tull offrono Minstrel In The Gallery che aggiunge venature hard rock alla consolidata alchimia tra folk e apocrifi echi medioevali, mentre i Van Der Graaf Generator tornano a quattro anni dallo scioglimento con Godbluff, sempre più compressi, intensi, incupiti, anticipatori di certo post rock e dark wave. A Peter Hammill non basta: la sua inarrestabile creatività produce a suo nome Nadir’s Big Chance.

I Gentle Giant con Free Hand sono lontani dai giorni migliori ma anche dal definitivo declino, e i Renaissance sfoderano Scheherazade And Other Stories, ennesimo gioiello che unisce grazia, lirismo, melodia, grandiosità sinfonica, cuciti insieme dalla più bella voce femminile del Regno Unito. Midnight Wire dei Curved Air nasce all’ombra cupa del rapporto conflittuale della band col team di produzione composto da Ron e Howard Albert, ma si ricorda soprattutto per l’innesto di un semisconosciuto virgulto di nome Stewart Copeland alla batteria. Sì, proprio lui che nel giro di pochi anni diventerà una fulgida stella del firmamento rock, i Police anni luce dal progressive.

I Camel, tra gli “ultimi” arrivati, si ripresentano con The Snow Goose, concept strumentale lirico e sofisticato ispirato a un lavoro dello scrittore Paul Gallico, toccando il picco più alto fino a quel momento. Roy Wood, frenetico polistrumentista (anche produttore e in questo caso autore della copertina), fondatore degli ELO, concepisce il frizzante Mustard al quale contribuisce anche Annie Haslam (con la quale ha una liaison), mentre al contrario i Procol Harum con il poco ispirato Procol’s Ninth arrivano al traguardo col fiato corto.

Dalla Canterbury rock, sorta di repubblica indipendente incastonata in terra monarchica, Hatfield And The North elevano un’elegia sonora innervata di fantasiosa ironia e inarrivabile sofisticatezza: The Rotters’ Club è un sorprendente gioco di equilibri tra jazz-rock, elucubrazioni in note uniche, prog rock più ortodosso che appare e scompare tra le pieghe. L’imprendibile Robert Wyatt consegna Ruth Is Stranger Than Richard, mentre il vecchio compagno di scorribande psych-patafisiche Kevin Ayers sfodera Sweet Deceiver, disco la cui bontà è inficiata dalla ammiccante ambiguità della copertina che agisce da deterrente (ma talvolta è come il proverbiale saio che non fa il monaco). I veterani Caravan arrivano al sesto album Cunning Stunts, ancora di buona levatura, la side B occupata per intero dai 18 minuti di The Dabsong Conshirtoe. Mentre i misconosciuti Gilgamesh, che avranno breve e sofferta vita, esordiscono con il prezioso disco omonimo che meriterebbe, anche e soprattutto oggi, maggiore fortuna e rispetto.

Se i Genesis stanno vagliando le ipotesi che si aprono al post-Gabriel, Steve Hackett sempre più insofferente del poco spazio concessogli dimostra di avere ragione nel pubblicare, spazientito, Voyage Of The Acolyte, il disco di esordio da solista che si dimostrerà di gran lunga più gravido di idee e bellezza di tutti i lavori della band venuti dopo il suo addio. Curioso che anche Steve Howe ci provi per la prima volta da solo nel 1975 con Beginnings; ma il fenomenale chitarrista, pur con qualche pausa, è tuttora l’anima degli Yes. Per restare in tema, il bassista Chris Squire pubblica Fish Out Of Water e Rick Wakeman un disco esagerato sin dal titolo, The Myths And Legends Of King Arthur And The Knights Of The Round Table. Mike Oldfield, polistrumentista, con Ommadawn, lo stesso titolo diviso su due lati, tutt’altro che facile da assimilare dato la struttura di suite che assimila prog, folk, new age, arriva al n° 4 in UK e agguanta il Disco d’oro nel giro due mesi: sembra fantascienza, ma è il 1975, baby. Già. Steve Hillage si fa largo con Fish Rising.

Sul fronte avanguardistico gli Henry Cow firmatari di Rock In Opposition (insieme agli Stormy Six che in Italia pubblicano Un biglietto del tram), uniscono le forze con gli Slap Happy e firmano In Praise Of Learning e Desperate Straights, doppia uscita che conferisce piena dignità alla parola “alternativa” associata alla musica (di ricerca) così svilita oggigiorno.

Altri sperimentatori, focalizzati più sulla musica che sul commercio, si danno da fare. Brian Eno è frenetico. Dal cilindro estrae il pastiche Another Green World, il decisivo disco ambient Discreet Music, il collaborativo Evening Star col compagno di mattane Robert Fripp. John Cale, unico britannico dei Velvet Undergrund, offre Slow Dazzle che contiene Guts nella quale il musicista allude al tradimento della moglie con Kevin Ayers prima del concerto immortalato su June 1, 1974, e Helen Of Troy, pubblicato in fretta dalla Island senza l’approvazione di Cale, cosa che interrompe bruscamente la collaborazione tra le parti. Dopo una sfilza di lavori sotto varie sigle, più istrionico e provocatorio che sperimentatore, Arthur Brown detto “The God of Hellfire” debutta in proprio con Dance.

Poco considerati dai contemporanei, i Barclay James Harvest, cui manca un po’ di nerbo, consegnano Time Honoured Ghosts, uno dei pezzi migliori della loro copiosa discografia. I Supertramp che nel prog rock hanno almeno un piede mettono nel paniere l’ottimo Crisis? What Crisis? prodotto dall’eccezionale Ken Scott, e i 10cc un disco come The Original Soundtrack, così ricco di spunti e trovate – I’m Not in Love svetta nelle classifiche dei singoli ma anche nella storia del pop/rock: basta ascoltare quanto gli deve Just The Way You Are che nel 1977 consacra Billy Joel – che definire semplicemente pop (sinonimo erroneo di leggerezza) è da rintronati o in malafede. Lo stesso si può dire per Face The Music della Electric Light Orchestra. I Roxy Music, basculando di qua e di là, dimostrano buono stato di forma con Siren. E non sono da meno i Be-Bop Deluxe di Futurama. Gli artisti che amano mimetizzarsi, in un certo senso sfuggenti per la disperazione dei facili etichettatori, grazie a Dio non mancano. Vale anche per Kestrel, intrigante esordio per la band omonima: disco inosservato e costretto all’oblio fino alla ‘classica’ riscoperta da parte dei collezionisti decenni dopo, a dimostrazione che i critici del tempo – di ogni tempo – sono incapaci di capire l’arte al volo.

Il prog contamina anche il folk, e viceversa. Difficile stabilire in Raindance dei Gryphon dove cominci l’uno e finisca l’altro. Persino l’Irlanda del Nord ha i suoi rappresentanti, i Fruupp che con Modern Masquerades, prodotto da Ian McDonald ex King Crimson, realizzano il loro migliore album che ne diventa canto del cigno.

Tra i più difficili da incasellare – che dovrebbe essere prerogativa di ogni vera band genuinamente progressive – ecco i Jade Warrior di Waves, un solo brano diviso in due parti per ovvia natura del vinile: Waves Part I, Waves Part II; copertina bellissima e attinente. Quello che fanno anche i Nektar di Recycled con Recycled, Part One e Recycled, Part Two, un concept sci-fi che argomenta e anticipa temi oggi drammaticamente accentuati e attuali come il disastro ambientale dovuto all’inarrestabile marcia dell’esercito dei turisti, in costante crescita e devastante come le locuste delle sette piaghe d’Egitto.

Gli Hawkwind, sempre in volo tra prog, psichedelia e space rock, distillano Warrior On The Edge of Time, i testi in gran parte scritti dal rinomato scrittore di Sf Michael Moorcock. Sarà il primo disco della band a entrare nella Top 20 UK e l’ultimo con Lemmy, accompagnato alla porta il giorno dopo l’uscita del disco per divenire una leggenda con i Motörhead. David Bedford – arrangiatore, compositore, direttore d’orchestra – dopo avere diretto la Royal Philarmonic Orchestra nella The Orchestral Tubular Bells (Virgin, 1975), allunga la serie dei lavori prog-sinfonici con The Rime Of The Ancient Mariner, corposa rielaborazione in musica del poema di Samuel Taylor Coleridge.

Tuttavia si insinua l’idea che una determinata era del rock, di certi generi nello specifico, stia volgendo al termine. Ci sono avvisaglie che il futuro della musica giovanile adotterà una nuova lingua più sintetica, impulsiva e diretta. Già in UK si parla di pub rock, di ritorno alla semplicità, di concerti in piccoli locali. I Dr. Feelgood sono tra i nomi di punta della tendenza, e nel 1975, nel giro di dieci mesi, pubblicano Down By The Jetty e Malpractice, tutte canzoni d’assalto da 2/3/4 minuti al massimo. Dave Edmunds – spalleggiato in parte dai Brinsley Schwarz, altra sigla di punta del genere – raccoglie dodici brani per Subtle As A Flying Mallet, due dei quali, cover, diventano singoli da Top Ten: Baby, I Love You e Born to Be with You.

Si fanno largo anche reggae e dub, gerghi altrettanto semplificati ma molto più ‘rilassati’. È soprattutto la Island Records a fare da apripista e concedere asilo ai musicisti giamaicani. Marcus Garvey dei Burning Spear, carico di messaggi politici, esce per l’etichetta che per simbolo quanto mai appropriato ha un albero di palma. Gli Upsetters di Lee “Scratch” Perry pubblicano Musical Bones.

Nonostante l’affermazione del punk rock sia ancora lontana (ma non troppo), il 1975 è l’anno in cui si possono intuire le prime avvisaglie (forse inconsapevoli) del movimento che cambierà radicalmente la scena musicale negli anni successivi. Se ne colgono tracce dei primi sguaiati vagiti tra i solchi di Matching Head And Feet di Kevin Coyne (Andy Summers alla chitarra) e degli americani Dictators di Go Girl Crazy!, la cui musica, per entrambi, va detto, è di livello qualitativo ed esecutivo più alto rispetto a quello che saranno gli standard del punk. Per Coyne, in particolare, è la sua interpretazione a tendere al punk, non tanto i musicisti che lo accompagnano.

Riguardo al prog, sensazione che si respira nel resto del mondo è la stessa che proviene dal Regno Unito. I nomi che hanno un posto nell’olimpo del genere possono risultare appannati ma non rovinosi, oppure offrono qualcosa di ancora dignitoso. Dal continente americano, non certo il più favorevole al genere, si fanno strada con ben due dischi ciascuno i Kansas, Song For America e Masque, e i Rush, Fly By Night e Caress Of Steel. Todd Rundgren spinge sull’acceleratore delle possibilità con Initiation. Gli Ambrosia esordiscono con il lavoro omonimo, al cui interno Nice, Nice, Very Nice canta parole del gigantesco (scrittore di Sf/Post moderno) Kurt Vonnegut. Gli Styx si fanno notare grazie all’ottimo Equinox e i Pavlov’s Dog di David Surkamp, cantante dalla voce unica, con Pampered Menial. I Journey formati da Gregg Rolie (voce e tastiere) e Neal Schon (chitarre), entrambi ex-Santana, allo sparo dello starter di Journey sono (prima della decisa svolta AOR) indubbiamente una band votata al prog rock/jazz rock che fa di tracce/inserti strumentali il pezzo forte. Tra coloro che resteranno nomi di nicchia e prede ambite dei collezionisti negli anni a venire, meritano la menzione gli Harmonium (canadesi) di Les Cinq Saisons e Yezda Urfa di Boris.

Arrivano segnali prog rock perfino dalla Nuova Zelanda, una manciata di isole dove il numero delle pecore è tre volte quello degli esseri umani: con Mental Notes gli Split Enz – i fratelli Neil e Tim Finn si ritaglieranno una carriera importante nel corso degli anni – azzeccano un disco del tutto personale, che offre l’idea delle mille incarnazioni che il prog rock, più di qualunque altra corrente musicale, sa prendere.

In Italia il Banco del Mutuo Soccorso appronta Banco, antologia ri-cantata in inglese che aggiunge un paio di inediti: l’album dovrebbe aiutare la band romana, messa sotto contratto dalla Manticore di Emerson, Lake e Palmer, a sgomitare sul mercato globale. La Premiata Forneria Marconi prova la stessa mossa con Chocolate Kings, primo disco cantato esclusivamente in inglese dal neo arrivato Bernardo Lanzetti ex Acqua Fragile. In fatto di esordi e omonimia ecco i Maxophone che registrano un piccolo gioiello, tra prog rock canonico e Canterbury, destinato a rimanere il solo disco della band milanese (almeno fino al 2005, epoca nella quale è diventato di moda ritornare sul palco se sopravvissuti), e i Cherry Five che comprendono tre Goblin (incluso Claudio Simonetti) che a loro volta forniscono la colonna sonora dell’epocale (per l’Italia) Profondo Rosso. E ancora Il Volo, supergruppo con Mario Lavezzi, Vince Tempera, Alberto Radius, con un disco dal titolo che è la quintessenza della prosopopea talvolta infantile del prog rock: Essere o non essere? Essere! Essere! Essere!.

Sventolano la bandiera olandese i Focus di Mother Focus e i Kayak con Royal Bed Bouncer; gli Earth And Fire di To the World Of the Future e i Group 1850 dalle inclinazioni psichedeliche/space di Polyandri. Dalla Svezia lanciano segnali promettenti i Kaipa, all’esordio con il disco omonimo. Dalla confinante Finlandia giunge Nuclear Nightclub dei Wigwam.

In Francia gli Atoll di L’Araignée Mal, gli Ange di Emile Jacotey, i Clearlight di Clearlight Symphony, sono i nomi più in vista. Gli Heldon, creatura del chitarrista Richard Pinhas, producono Third (It’s Always Rock and Roll), in bilico tra prog ed elettronica. Dalla Spagna si fanno vivi i Triana con l’album omonimo (noto anche come El Patio) e gli Iceberg di Tutankhamon dalle venature jazz-rock. Dai lontani Giappone e Brasile arrivano segnali di vita prog rock rispettivamente dai Cosmos Factory di A Journey With The Cosmos Factory e dagli O Terço del pregevole Criaturas Da Noite.

In Germania, patria del romanticismo, il numero delle produzioni è copioso: Power And The Passion degli Eloy, Spartacus degli ELP teutonici Triumvirat, gli omonimi album di Hoelderlin e Novalis, Jumbo dei Grobschnitt, sono le punte di un movimento ancora in buona salute.

Krautrock ed Elettronica

La Germania in musica (rock) è sinonimo di elettronica; e di krautrock in particolare, golem che raggruma diverse influenze legate alla terra e alla formazione socio-etnico-culturale dei suoi alfieri, producendo frutti che hanno un sapore del tutto particolare e autonomo dal resto d’Europa. Il raccolto del 1975 è ricco. Neu! ’75 dei Neu!, Landed dei Can, Made In Germany degli Amon Düül II, sono dischi che avranno eco negli anni a venire per l’influenza sulle generazioni di musicisti future. Poi ci sono i nomi legati alla kosmische Musik, dettata dalle macchine, dai synth che scandiscono ritmo e sospensione, respiro e profondità. I Tangerine Dream, nome di punta, azzeccano il suggestivo Rubycon, un unico brano diviso su due lati; l’attuale leader Edgar Froese se ne esce con l’ipnotico Epsilon In Malaysian Pale mentre l’ex Klaus Schulze ha approntato due album, il monolitico Timewind e Picture Music.

Manuel Göttsching, membro fondatore degli Ash Ra Tempel proprio insieme a Schulze, pubblica il notevole Inventions For Electric Guitar, mentre i Popol Vuh confermano la loro unicità grazie a Das Hohelied Salomos e Aguirre, colonna sonora dell’omonimo film di Werner Herzog, al cinema nel 1972. Plastic People è la quinta testimonianza dei Birth Control, in andirivieni tra prog e krautrock. I Kraftwerk si presentano all’appello con Radio-Activity, pietra miliare da cui partire per generazioni di sperimentatori della musica che si fa macchina e viceversa. Lo stesso vale per il super gruppo degli Harmonia composto dal chitarrista Michael Rother dei NEU! e da Hans-Joachim Roedelius e Dieter Moebius dei Cluster (e per l’occasione Mani Neumeier batterista dei Guru Guru): Deluxe, il secondo e ultimo disco della band per oltre venti anni, anticipa (almeno) gli Ultravox! di John Foxx.

Da esoterici strumenti di studio, nel 1975 i sintetizzatori modulari (Moog, ARP, EMS) diventano presenze imprescindibili per tutti i musicisti che guardano al futuro (ma suonano nel presente). Con i sequencer e le drum machine degli albori si cominciano a modellare nuove architetture sonore; la musica elettronica esce dalla fase embrionale della sperimentazione accademica per diventare linguaggio espressivo e raggiungere scantinati e sale prove. Gli USA sono sempre stati in prima linea. Tra le massime autorità, capaci di influenzare gente come Eno, i primi Talking Heads, o interi generi come il post-rock e la techno, Terry Riley pubblica la colonna sonora del film Lifespan diretto da Alexander Whitelaw (con Klaus Kinski) arrivato in Italia come Il patto con il diavolo. Da notare Electronic Realizations For Rock Orchestra dei Synergy, sigla dietro alla quale si cela Larry Fast prossimo a diventare stretto collaboratore di Peter Gabriel per lungo tempo.

Dal Giappone Isao Tomita, mago dei sintetizzatori, sorprende con Pictures At An Exhibition che getta un ponte tra classica ed elettronica senza passare dal rock (come avevano fatto gli ELP). Dalla Grecia, ma sostanzialmente apolide, Vangelis, altro indiscusso mago dei synth, regala il pregevole Heaven And Hell, inizio della fruttuosa collaborazione con Jon Anderson degli Yes.

Black power

Il 1975 è il fatidico anno della fine della guerra che ha visto gli USA impantanati nel Vietnam. Un conflitto che ha profondamente segnato la società americana, partendo dagli enormi riflessi sul mondo della cultura. La vicenda di Richard Nixon, unico presidente della storia degli Stati Uniti obbligato alle dimissioni (nell’agosto del 1974 in seguito allo scandalo Watergate), e l’instabilità economica e sociale si ripercuote inevitabilmente sulle arti.

In contrapposizione alla fallita rivoluzione delle coscienze, alle porte della percezione che si sono trasformate nel pozzo senza fondo del dramma degli stupefacenti, alla disillusione del fallito tentativo di cambiare il mondo per mezzo della musica, si impongono funk, soul e disco. La vitalità della musica nera – spesso espressa nella sua carnalità, che pone il corpo al centro della scena – diventa un mezzo di affermazione e, insieme, di ribellione individuale e collettiva. È una risposta sonora alle sacche di razzismo ancora resistenti, all’emarginazione della comunità black e al suo bisogno urgente di rappresentanza. Dopo le battaglie per i diritti civili, la musica si afferma come il nuovo, più potente veicolo di rivendicazione. Non chiede più accettazione: si impone con forza, diventando avanguardia socio-culturale.

Il 1975 segna la transizione dalla spiritualità soul degli anni ‘60 al linguaggio funky che, sfrenato e iconoclasta, ambisce a un ruolo di scardinamento. Il R&B si rinnova ibridandosi con l’elettronica. Il funk del 1975, sincopato, erotico, politicizzato, getta le basi per l’hip hop del futuro. Grazie alla disco che esploderà del tutto a breve, il numero delle discoteche si fa cospicuo, molte delle quali diventano poli di attrazione urbana.

Metropoli come Detroit, Chicago, Philadelphia, Los Angeles, a forte caratterizzazione black, sono sempre più centrali per la cultura globale statunitense, e funk e soul echeggiano il pulsare della vita nei ghetti, così come cantano la bellezza e la resistenza delle comunità afroamericane.
Alla luce dei mutamenti sociali il soul rinvigorisce il linguaggio: fede e spiritualità si fondono a desiderio e sensualità: ballare e amare fanno rima con combattere e resistere. Il soul non è più esclusivamente salotto di sentimento e sensualità ma diventa laboratorio sonoro di comunità, esprime senso di orgoglio e appartenenza, contempla sofferenza e temi di riscatto.

Gli artisti neri iniziano a prendere il controllo sulla propria immagine, le produzioni, sui messaggi da veicolare. Anche grazie al rito collettivo della danza. Etichette come Motown, Stax, Philadelphia International cominciano a eguagliare il successo commerciale delle label bianche. I produttori neri acquisiscono potere e fama maggiori. I bianchi consumano musica nera in maggiore quantità diventando sempre più consapevoli della narrazione degli afroamericani. Il funk mette radici non solo nei club ma diventa presenza massiccia nelle radio mainstream.

I nomi che lasciano il segno sono molteplici. I Parliament con due album: Chocolate City ma soprattutto Mothership Connection, un concept album, manifesto afrofuturista, che combina funk, r&b ed elementi psichedelici. I Funkadelic col danzereccio, compatto ed esplosivo Let’s Take It To The Stage, I WAR col loro settimo album Why Can’t We Be Friends?. I Graham Central Station centrano Ain’t No ‘Bout-A-Doubt It, trascinante terzo disco che tra Clavinet, synth e organi abbonda di tastiere (sono in tre a suonarle). Gli Earth, Wind & Fire che negli USA portano al n°1 sia l’album That’s The Way Of The World sia il singolo Shining Star (e diventa un successo planetario). I baldanzosi Tower Of Power hanno registrato Urban Renewal e In The Slot: sul secondo torna il leggendario batterista David Garibaldi, ma il Chester Thompson che suona su entrambi, solo un omonimo del drummer dei Genesis: si tratta infatti di un tastierista.

The Heat Is On degli Isley Brothers contiene, tra ritmi roventi e ballate sensuali, l’esortazione Fight the Power (Part 1 & 2), una sorta presa di posizione politico-funky. Raffinato negli arrangiamenti orchestrali, Family Reunion degli O’Jays contiene un classico come I Love Music e – udite udite! – Stairway to Heaven, che nulla ha a che fare col brano dei Led Zeppelin. I Meters dei fratelli Neville pubblicano Fire On The Bayou. Benché mai baciati dalla fortuna commerciale, la considerazione della band, almeno tra gli addetti ai lavori, è altissima: nel 1975 Paul McCartney invita i Meters a suonare al party di presentazione/lancio di Venus And Mars dei Wings a bordo della Queen Mary a Long Beach, California; mentre Mick Jagger, presente all’evento, li invita addirittura ad aprire i concerti americani dei Rolling Stones e quelli europei del 1976.

Tra i solisti più navigati, Smokey Robinson pubblica A Quiet Storm, oggi considerato uno dei migliori album prodotti dalla Motown, e Al Green Al Green Is Love, sesto album consecutivo che il cantante porta al n° 1 delle R&B/Soul Albums chart. Altro n° 1 nella Top R&B/Hip-Hop Albums chart è Chocolate Chip di Isaac Hayes, ma sarà anche il suo ultimo disco da primato. Mellow Madness è il lavoro del capitano di lungo corso Quincy Jones, mentre all’opposto il virgulto Michael Jackson, appena sedicenne, sforna Forever, Michael, quarto disco da solista. E come non menzionare James Brown che fa 41. Anni? Nemmeno per sogno: dischi di studio! Everybody’s Doin’ The Hustle & Dead On The Double Bump è il quarantunesimo album di studio di un vecchio leone capace di tirare zampate che tanti colleghi con la metà dei suoi anni non riescono a dare; inimitabile. Il tormentato cantautore/poeta Gil Scott-Heron fa squadra col polistrumentista e produttore Brian Jackson per Midnight Band: The First Minute Of A New Day, lavoro crossover di impegno civile tra funk, jazz, r&b e spoken word.

Non mancano pregevoli lavori delle rappresentanti femminili. Le Labelle su tutte, che dopo il successo planetario Lady Marmalade, provano a stupire con Phoenix, sorprendente crogiolo sonoro che shakera soul, funk, glam e psichedelia. Le Pointer Sisters di Steppin’, ma soprattutto il debutto di Gloria Gaynor a inizio anno, che su Never Can Say Goodbye mette in fila Honey Bee, Never Can Say Goodbye – secondo In & Out, esilarante commedia del 1997, “i veri maschi non ballano”, ma se non vi viene voglia di farlo al ritmo di Never Can Say Goodbye, gay o etero che siate, è segno inequivocabile che siete morti – e Reach Out, I’ll Be There a coprire l’intero primo lato come sorta di “suite disco”.

E già in settembre, visto l’enorme successo, ecco Experience Gloria Gaynor. Lo stesso espediente – un lato un brano – lo mettono in pratica Giorgio Moroder e Pete Bellotte con Love To Love You Baby, l’esplosione di Donna Summer a livello mondiale. Dopo rifiuti e flop il brano omonimo scalerà le classifiche a seguito delle manipolazioni dei due produttori che lo porteranno a diventare così lungo da coprire l’intera side A dell’album. Vale a dire che la disco, come a prendere un ipotetico ascensore sociale della musica, per guadagnare rispetto si faceva forte del peccato originale imputato al prog rock. La pantera Tina Turner sfodera Acid Queen, titolo mutuato dal ruolo che la cantante ricopre nella versione cinematografica di Tommy: un album la cui prima facciata è composta di cover tra le quali Whole Lotta Love, in questo caso proprio quella dei Led Zeppelin.

Aretha Franklin ha inciso You che nonostante l’apporto di musicisti del calibro di Jay Graydon, Ray Parker Jr., Lee Ritenour, David T. Walker alle chitarre, Tom Scott al sax e Jim Horn al flauto, e la produzione di Jerry Wexler (Allman Brothers, Led Zeppelin, Dire Straits, Dusty Springfield, Bob Dylan…), non vende quanto ci si aspetta. Va notata la conversione di artisti bianchi al funk: Cut The Cake della Average White Band. Sorprende anche di più che si tratta di una band scozzese.

 

Classic rock

Il 1975 è un anno di enorme crescita per il rock classico. Nelle sue molteplici diramazioni che toccano molti generi laterali, dal cantautorato al folk, dal blues al rock tout court, il cosiddetto classic rock produce dischi di tale qualità da essere considerati ancora oggi attuali laddove non apripista, e di enorme influenza per quanto sarebbe arrivato in seguito. Al terzo tentativo, Bruce Springsteen con Born To Run pubblica il suo capolavoro, un racconto degli Stati Uniti più autentici, intriso della autenticità di un John Steinbeck del rock, di fronte al quale il mondo intero si inginocchia.

Generazionale, altrettanto letterario/poetico è Horses, il debutto di Patti Smith che diventerà la “sacerdotessa del rock”. Così come Bob Dylan, con Blood On The Tracks tocca secondo gli esegeti uno dei suoi massimi picchi, anche se Jon Landau penna di Rolling Stone, futuro produttore di grido, per Bruce Springsteen stesso, orecchie e penna affilata, scrive che “il disco è stato realizzato con la consueta approssimazione”. Dylan raddoppia con The Basement Tapes, doppio album di registrazioni, molte delle quali risalenti a parecchi anni prima, insieme alla Band; ultimo debito da onorare nei confronti della Capitol Records. Dalle pagine del New York Times, John Rockwell lo salutava in maniera alquanto sobria (!) come “il miglior album nella storia della musica popolare statunitense”. La Band, a sua volta, pubblica Northern Lights – Southern Cross.

Anche Neil Young consegna tra giugno e novembre due nuovi album, uno più bello dell’altro: il ruvido e disperato Tonight’s The Night e il feroce Zuma (insieme ai Crazy Horse). Sempre dal Canada, Joni Mitchell spinge oltremodo la svolta art-jazz-rock, a tratti coraggiosamente intricata, intrapresa col precedente Court and Spark: The Hissing of Summer Lawns è una produzione precisa e sofisticata che avvicina la cantautrice, filosoficamente, alla maniacale ricercatezza degli Steely Dan dimostrata anche con Katy Lied. L’offerta di Joan Baez è Diamonds & Rust, nel quale duetta proprio con Mitchell nel brano Dida, mentre Diamonds and Rust è dedicato a Bob Dylan. L’album mescola brani suoi e cover (Dylan, Jackson Browne, Stevie Wonder) senza abdicare al suo ruolo: con coscienza politica e spirito umanitario. Se Crosby & Nash rispondono in coppia al vecchio amico Young con Wind On The Water, Stephen Stills lo fa in solitaria, senza farsi venire mal di testa pensando al titolo: Stills.

Sempre negli USA, i Fleetwood Mac con il disco omonimo innestano Lindsey Buckingham e Stevie Nicks, il solo Buckingham Nicks (1973) alle spalle passato inosservato se non per la orribile copertina stranamente simile a quella di Daryl Hall & John Oates dell’omonimo duo di Philadelphia uscito in agosto. Due sconosciuti, Buckingham e Nicks, che imprevedibilmente mettono il turbo alla band: Fleetwood Mac arriva al n° 1 in patria e diventa la prima pietra di un lastricato dorato che porterà la band a contendersi lo scettro di favoriti, e più venduti di sempre negli USA, con gli Eagles, che esattamente un mese prima hanno pubblicato One Of These Nights, anch’esso lanciato verso la testa della classifica. In tour insieme alla band di Glenn Frey e Don Henley c’è Dan Fogelberg che ha appena reso disponibile Captured Angel, disco di rodaggio che lo mette in carreggiata per il seguente, notevole, Nether Lands (1977).

I Chicago, altra band abituata a frequentare le zone altissime delle classifiche, proseguono l’abitudine dei dischi intitolati con numeri romani e arrivano a Chicago VIII, uno dei meno coraggiosi registrati dalla formazione originale, ma comunque in grado di raggiungere la prima posizione della Billboard chart. Carole King, cantautrice tra le più amate e di successo del continente americano, pubblica Really Rosie, colonna sonora di un musical tratto da Chicken Soup With Rice di Maurice Sendak, autorevole autore/illustratore della letteratura per bambini. Melanie, una delle due donne a esibirsi da sola a Woodstock (l’altra fu Joan Baez), nel 1975 pubblica Sunsets And Other Beginnings, disco folk-pop orchestrato e ancora saturo dello spirito hippie.

Il Classic rock nord-americano porta all’attenzione Beautiful Loser di Bob Seger, e due lavori dei canadesi Bachman-Turner Overdrive, Head On e Four Wheel Drive che contiene l’hit internazionale Hey You capace di fare breccia anche in discoteca.

L’America alternativa, quella che bada più alla qualità che ai risultati di vendita, dispone sull’altro piatto della bilancia Tom Waits che ha registrato Nighthawks At The Diner, un finto live che ha i crismi e il modus operandi di realizzazione di quei dischi che vale la pena raccontare (e ascoltare a fondo incantati), Metal Machine Music e Coney Island Baby di Lou Reed: il primo un assalto noise, radicale, su quattro facciate; il secondo a tratti crudissimo a tratti dolcissimo; dischi entrambi controversi secondo modalità differenti, come solo gli artisti più profondi e liberi sanno fare. Da notare il debutto omonimo dei provocatori Tubes di Fee Waybill, eccezionali sul palco, che contiene White Punks on Dope.

Poi ci sono i vecchi leoni, qualcuno male in arnese. Il leggendario Elvis Presley, quasi giunto all’ultima curva, resta comunque una macchina da soldi e pubblica due album: Promised Land, solo 28 minuti di durata, e Today, entrambi più orientati verso il country che verso rock’n’roll delle origini. Quel rock’n’roll che John Lennon omaggia sin dal titolo del suo disco, una raccolta di cover tra cui spicca Stand By Me, scritta da Leiber, Stoller e Ben E. King, che la rese celebre nel 1961. Anche altri due ex Beatles si presentano all’appello: George Harrison con Extra Texture (Read All About It), ultimo album prodotto dalla Apple, e Paul McCartney, sotto l’ala dei Wings, con il già citato Venus And Mars. Anticipato dal singolo Listen to What the Man Said, il disco conquista il primo posto in USA e scala le classifiche di mezzo mondo.

John Fogerty, ex leader dei Creedence Clearwater Revival, pubblica il suo secondo album, l’omonimo John Fogerty, che contiene Rockin’ All Over the World, brano destinato a nuova (e più redditizia) notorierà grazie alla cover degli Status Quo del 1977. diventa un pezzo, cover del 1977, che farà ricchi gli Status Quo. Dall’Australia arriva invece l’omonimo esordio della Little River Band, tra i brani spicca Curiosity (Killed the Cat), che ricorda qualcosa che accadrà in futuro…

Il classic rock britannico è fatto di Who che pubblicano The Who By Numbers, album interlocutorio nato in mezzo alle difficoltà dovute ai rapporti tra i membri della band e alla perdita di interesse verso il lavoro di gruppo, clima teso che si esprime nei lavori solistici di Roger Daltrey, Keith Moon e John Entwistle, rispettivamente Ride A Rock Horse, Two Sides Of The Moon, Mad Dog, tutti usciti in anticipo sul disco collettivo. Sempre sofisticati, i Kinks dei fratelli Davies, fini osservatori e impietosi accusatori della borghesia inglese, sono prodighi nel consegnare due concept album: The Kinks Present A Soap Opera e Schoolboys In Disgrace. Gli Status Quo, ancora sulla cresta dell’onda, danno alle stampe On The Level, e i Foghat di Fool For The City, dalla bellissima copertina surreale, guadagnano il Disco di platino.

Con un art-work fantasy che mischia Il pianeta delle scimmie e Mac Mazzieri, i Budgie tentano il depistaggio ma continuano a fare solido hard-rock-blues, mentre i Manfred Mann’s Earth Band di Nightingales And Bombers, il leader un tastierista, un pizzico di prog lo aggiungono. Andati in pezzi i Traffic, Jim Capaldi confeziona Short Cut Draw Blood, il suo disco di maggiore successo fino a quel punto.

Hard rock

Per il movimento hard rock il 1975 è un momento di espansione. Il genere, spesso snobbato da certa critica, inizia a scalare le gerarchie anche dell’accettazione culturale. Alcune band leggendarie sono all’apice del successo commerciale, mentre altre iniziano a esplorare nuove direzioni: chi per adattarsi al mercato, chi — le più dotate di personalità — per non restare intrappolate in schemi ormai logori. I muri eretti fino a quel momento sono solidi, ma qua e là si aprono crepe: vi filtrano segnali di cambiamento, echi di sonorità ancora aliene che preludono a punk, new wave e metal, in forme spesso estreme e diversificate.

La musica è il riflesso della società, in qualche modo ci si rispecchia, e questo vale anche per l’hard rock. La fine degli anni Sessanta ha sancito la morte dell’utopia hippie, del pacifismo, pensata per espandere la coscienza e non per lo sballo fine a sé stesso, delle comuni come alternativa di vita. La fine del sogno prepara il terreno alle tensioni sociali. È proprio l’hard rock a cogliere in modo viscerale questo cambio di clima. A differenza di funk e disco, non si fa portatore di istanze collettive o spirituali: è piuttosto sfogo di aggressività, sensualità e rabbia. Una ribellione senza un vero focus (rebel without a cause), più individuale che ideologica. I testi si fanno provocatori, l’estetica teatrale, sfrontatamente carnale. Queen, Kiss, Aerosmith, Alice Cooper calcano la scena spingendo sull’ambiguità, il doppio senso, l’eccesso: il concerto diventa rito, spettacolo totalizzante.

Non mancano i focolai che nascono dal basso, dalle fasce sociali che hanno trovato un metodo alternativo per farsi sentire: il suono si inasprisce, il volume aumenta perché replica il respiro ansimante delle metropoli violente, dalle sacche di alienazione, che fanno da corollario a fabbriche, miniere, periferie problematiche. Qualunque sia la ragione o la terra di provenienza – la Birmingham industrializzata dei Black Sabbath o gli AC/DC dell’Australia proletaria – il suono si fa sempre più duro, sporco, sudato. L’hard rock è spesso la musica del week-end, della catarsi dopo una settimana di lavoro intenso e faticoso.

Il progresso tecnico, nel frattempo, permette nuovi livelli di volume e distorsione. Nasce il concetto di “arena rock”: eventi pensati per grandi spazi capaci di convogliare folle composte sia da rappresentanti della working class sia da studenti, tutti bisognosi di scaricare come un fulmine a terra l’energia repressa.

L’hard rock si consuma dal vivo: concerti travolgenti, impianti potenti, assoli infiniti, headbanging, braccia al cielo, giubbotti di pelle nera. L’hard rock si pone in antitesi al prog rock che inizia a essere percepito come elitario, per classi abbienti, tacciato di essere “pretenzioso”, sofisticato e cerebrale, poco sincero. Antitesi perfetta al prog, che inizia a essere percepito come elitario, cerebrale, “pretenzioso”. L’hard rock invece unisce in una tribù coesa, visibile, immediata. Senza ideologie.

Toys In The Attic degli Aerosmith li consacra grazie a brani come Walk This Way e Sweet Emotion. Alice Cooper, sciolta la storica band, debutta da solista con Welcome To My Nightmare: un concept tra hard rock, horror gotico e Broadway, prodotto da Bob Ezrin, con un cameo vocale di Vincent Price.

Fandango! dei ZZ Top (il primo lato è live) miscela blues, hard rock, southern rock, con la hit Tush che entra nella top 20 di Billboard. Gli Heart (americani ma al momento della registrazione di stanza in Canada) debuttano col botto: Dreamboat Annie diventa Disco di platino negli USA e (doppio) in Canada. Doppia vittoria e doppia soddisfazione per una band, caso unico per un genere tipicamente macho, guidata da due sorelle, Ann e Nancy Wilson. Pensare che gli America sei mesi prima hanno pubblicato Hearts, portatore sano di Sister Golden Hair che raggiunge il n° 1 della Billboard Hot 100.

Sulla copertina vestiti in borghese, i Kiss di Dressed To Kill indovinano Rock and Roll All Nite, un classico, e Rock Bottom, C’mon and Love Me, She, titoli che diverranno tra i brani preferiti dei fan adoranti dal vivo.
Gli Steppenwolf rimpinguano la già corposa discografia con Hour Of The Wolf, non proprio uno degli episodi migliori della navigata band americano/canadese. Gli April Wine sono invece canadesi al 100% e con Stand Back entrano nella storia musicale del loro paese perché il quartetto diventa il primo gruppo indigeno a guadagnare il Disco di platino nel proprio Paese.

In Inghilterra, i Led Zeppelin danno forma a qualcosa che trascende l’hard rock. Physical Graffiti è un monumento elettro-acustico-sinfonico che non ha pari all’interno del genere, per ricercatezza, ampiezza stilistica e caratura tecnica. Anche i Queen sfuggono a ogni classificazione: A Night At The Opera è tosto e duro quando serve, un piatto potente e hard ma insaporito di tante spezie: glam, operetta, pop barocco. Bohemian Rhapsody, con la sua apoteosi di sovraincisioni, ridefinisce il concetto stesso di singolo rock e apre la strada al videoclip moderno.

Gli UFO di Michael Schenker approntano l’ispirato Force It, con una copertina provocatoria firmata Hipgnosis, censurata negli USA. I Black Sabbath intitolano il disco Sabotage a causa delle battaglie legali in corso con manager e label durante la registrazione. Quanto mai riottosi i Deep Purple sostituiscono Ritchie Blackmore con il giovane Tommy Bolin, stella nascente che proviene dal mondo della fusion, e danno alle stampe il non indimenticabile Come Taste The Band.

Bolin firma anche Teaser, ricco di collaborazioni eccellenti (Jan Hammer, Phil Collins). Intanto Blackmore esordisce con i Rainbow: il disco omonimo, accolto tiepidamente dalla critica, segna comunque l’inizio di un nuovo capitolo. I Bad Company con Straight Shooter piazzano due futuri classici: Feel Like Makin’ Love e Shooting Star. Gli Uriah Heep, con Return To Fantasy, arruolano John Wetton (ex King Crimson) ma non conquistano la critica.

I Thin Lizzy di Phil Lynott, invece, con Fighting iniziano a sfondare nelle classifiche britanniche. Dall’Olanda arrivano i Golden Earring con Switch. Non c’è angolo del mondo che resti immune al suono amplificato, ruvido, elettrico. Gli AC/DC debuttano in Australia con High Voltage a febbraio e T.N.T. a dicembre, entrambi pubblicati solo nel mercato australasiano. Un avvio sorprendente, considerando la portata planetaria che raggiungeranno in pochi anni.”

Guitar hero

L’hard rock, in un certo senso, è sinonimo di chitarra: ogni grande gruppo ha un grande chitarrista. Ma si può allargare lo sguardo e dire che il binomio chitarra/chitarrista rappresenta uno dei cardini irrinunciabili dell’intero universo rock, a prescindere da generi e correnti. Se i chitarristi sono in forma, sarà un grande anno per il rock. E il 1975 lo è senza dubbio.

Nel blues rock brillano nomi di peso: John Mayall pubblica New Year, New Band, New Company, programmatico sin nel titolo; il bravissimo Rory Gallagher dà alle stampe Against The Grain, il cui valore sarà pienamente riconosciuto solo dopo la morte; Robin Trower, ex-Procol Harum, raggiunge con For Earth Below, raggiunge con For Earth Below un clamoroso n.5 nella Billboard 200, traguardo raro per un power trio.

Jimi Hendrix torna nei negozi con due uscite postume, Crash Landing e Midnight Lightning. Entrambi prodotti da Alan Douglas – che aveva lavorato col chitarrista di Seattle – raccolgono materiale incompiuto, completato con musicisti che Hendrix non aveva mai incontrato in sala: scelte che solleveranno polemiche.

Rick Derringer arriva nei negozi con Spring Fever, poi raddoppia insieme al tastierista texano albino Edgar Winter con The Edgar Winter Group With Rick Derringer.

Frank Zappa e le Mothers Of Invention (with a little help of friend Captain Beefheart) consegnano l’eccellente One Size Fits All e Bongo Fury (parte in studio, “buona parte” – fondamentale per evitare curiose omonimie di carattere storico la “u” – dal vivo). Nils Lofgren, collaboratore di Neil Young (After the Gold Rush, Tonight’s The Night, membro dei Crazy Horse) debutta con l’omonimo Nils Lofgren.

Nel campo fusion, Larry Coryell inanella due gemme: Planet End e soprattutto The Restful Mind, con il contributo di Ralph Towner, che per ECM pubblica Solstice e Matchbook (insieme a Gary Burton).

Tornando nel Regno Unito, Jeff Beck, forse il più grande del lotto, firma il capolavoro Blow By Blow. Eric Clapton (su cui, prima dell’arrivo di Hendrix, campeggiava il celebre “Clapton is God” sui muri londinesi) risponde con There’s One in Every Crowd. Registrato in Giamaica, l’album incorpora influssi reggae e rivela le crepe sempre più evidenti nella sua dipendenza da alcol e droghe.

Peter Frampton pubblica Frampton, contenente le hit Show Me the Way e Baby, I Love Your Wa , anticipazione del doppio live Frampton Comes Alive! che nel 1976 diventerà uno dei concerti più venduti di sempre. Andati in pezzi i Mott The Hoople, Ian Hunter debutta con un lavoro omoimo dalla copertina “escheriana” aiutato da Mick Ronson, stuntman di David Bowie che, nel frattempo, pubblica Play Don’t Worry, con la partecipazione dello stesso Hunter.

Phil Manzanera, circondato da attuali ed ex membri dei Roxy Music (e da Robert Wyatt), firma Diamond Head, molto apprezzato dalla critica. E riesce anche a completare Mainstream insieme ai Quiet Sun, la band che aveva lasciato anni prima per unirsi alla corte di Bryan Ferry.

Sul fronte acustico, Roy Harper pubblica HQ, uno dei suoi lavori migliori, grazie all’aiuto di David Gilmour, John Paul Jones e David Bedford. Oltreoceano, Bruce Cockburn cesella l’ottimistico Joy Will Find A Way, mentre David Bromberg forgia con Midnight On The Water – grazie a una folta squadra di musicisti – una pietra miliare del folk-rock, dell’americana e del bluegrass.

Southern comfort

Ai confini tra hard rock e blues elettrico, con cui condivide la muscolarità pur restando confinato a un’area specifica degli Stati Uniti, il southern rock continua a farsi valere. Ha i suoi campioni, che fanno parte della storia del rock, e un esercito di fan che affolla i concerti, compra i dischi e li spinge nelle zone alte delle classifiche. Bastano due o tre Stati in cui essere forti per totalizzare numeri superiori a quelli di molte band considerate famose o best seller in Europa.

Nel 1975 proseguono le proverbiali storpiature – a partire dal nome – dei Lynyrd Skynyrd di Nuthin’ Fancy; il terzo disco degli Ozark Mountain Daredevils, dal Missouri, arrivano al terzo album con The Car Over The Lake, che nelle primissime copie contiene un omaggio – udite udite, fan dei Matching Mole – un flexi disc in vinile rosso soprannominato The Little Red Record. L’attesissimo seguito al fortunatissimo Brothers And Sisters degli Allman Brothers Band, Win, Lose Or Draw, si rivela invece un flop.

In stato di forma superiore è la Marshall Tucker Band, che dal South Carolina “risponde” con le note di Searchin’ for a Rainbow. Dalla vicina North Carolina arriva la Charlie Daniels Band, mucchio selvaggio fautore di un trasgressivo “progressive country”, con il sesto titolo della sua discografia: Nightrider. Più a sud, dalla Georgia, giungono i lancinanti latrati elettrici di Dog Days della Atlanta Rhythm Section: chitarre affilate come quelle degli ZZ Top, organo e piano in primo piano come valore aggiunto.

Nel 1975 i Black Oak Arkansas pubblicano ben due lavori, Ain’t Life Grand e X-Rated: con un piede nel hard rock, sono guidati dal plateale Jim “Dandy” Mangrum, voce a metà tra Ozzy Osbourne e Bon Scott.

Non ancora i paladini del pop/AOR che diventeranno con l’innesto – a partire dal disco successivo – di Michael McDonald, i Doobie Brothers di Stampede accolgono ufficialmente Jeff “Skunk” Baxter, chitarrista con le mostrine d’onore dei primi tre dischi degli Steely Dan. Basterebbe la sua presenza, unita alla sontuosa I Cheat the Hangman – ispirata al racconto An Occurrence at Owl Creek Bridge di Ambrose Bierce – per giustificare il costo del biglietto (di un disco comunque di alto livello).

Il 1975 dei Little Feat si chiama The Last Record Album: la band di Lowell George ex-Mothers Of Invention inserisce qualche elemento di fusion e si presenta con una copertina che è un tributo a L’ultimo spettacolo (1971), prezioso film di Peter Bogdanovich interpretato da un giovanissimo Jeff Bridges. I Little Feat, al completo, sono anche la backing band (insieme a Mel Collins) di Robert Palmer per Pressure Drop, buon esempio di blue-eyed pop sporcato di funk. La copertina? Giudicate voi.

Fusion e Jazz rock

Agli antipodi dello slancio fisico, “tattile” e pragmatico, dei suoni più sensuali o sudati di funk, r&b e hard rock, anche del southern rock più sanguigno, c’è la cerebralità teorica di fusion e jazz rock. Anche in questa occasione nulla nasce per caso o è avulso dal contesto socio-culturale. Nel 1975 i laboratori sonori più avanzati aprono all’ibridazione trasversale: chi proviene dal jazz tradizionale innesta grovigli elettrici, chi arriva dal rock considera maggiormente il fattore “improvvisazione”, chi ha coscienza critica e spirituale oltre il genere di appartenenza fonde trascendenza e tensione sociale. All’evaporare di concetti come purezza e innocenza, corrotti o definitivamente travolti dalle macerie di scandali politici e tragedie globali come il Vietnam e la crisi energetica ed economica, le barriere musicali e culturali si sciolgono e in alcuni casi fondono. I musicisti cercano risposte e soluzioni nella ricerca di nuove forme espressive.

Il jazz si fa sedurre dal fascino perverso della psichedelia, le nuove tecnologie (sintetizzatori, pedali), le influenze africane, indiane, latine, rendono le staccionate più basse e facilmente valicabili. Il musicista jazz, passato da figura dei bassifondi all’esatto opposto, “intellettuale” o “colto”, ora può ambire alla popolarità della rockstar con la benedizione dell’avanguardia. Dopo le battaglie politiche degli anni ‘60, il jazz che stempera nella fusion cerca spazi interiori, spirituali, alternativi, diventando la “colonna sonora dell’intelligenza creativa” degli anni ‘70. I musicisti jazz assorbono la cultura rock, i suoni psichedelici, contemplano le tastiere elettroniche, il feedback. Se il jazz si muove tra i due estremi dell’essere portatore di un messaggio colto e farsi portavoce delle minoranze, degli outsider, degli intellettuali liberi, la fusion rappresenta come niente altro il meticciato: America, Africa, India, Europa si fondono come fanno gli strumenti rispetto alla tecnologia che li invade e trasforma.

Il Miles Davis elettrico, dalle improvvisazioni lunghissime, quello del groove funky e delle atmosfere dark, è il paradigma. Gli epigoni, veri e propri allievi che hanno seduto al suo cenacolo, oppure hanno imparato la lezione a orecchio e distanza, sono innumerevoli. Quasi tutti meritevoli. Le tre punte di diamante, ognuna unica ed eccelsa a suo modo, cesellano dischi che lasciano di stucco per qualità tecnica e visione che si spinge oltre l’orizzonte del risaputo. Sviluppando la parte orchestrale e aprendo al misticismo indiano che coinvolgerà sempre di più il leader John McLaughlin, la Mahavishnu Orchestra pubblica Visions Of The Emerald Beyond. Con No Mystery, tra pensieri lirici e impennate di elettricità rock, i Return To Forever diretti da Chick Corea si aggiudicano il Grammy come miglior jazz album. Mentre i Weather Report di Tale Spinnin’, aprendo a influenze africane e caraibiche, coniugano musica etnica e fluida improvvisazione. A proposito di Wayne Shorter, il co-leader dei WR pubblica Native Dancer aiutato da Herbie Hancock, che a sua volta chiamerà il sassofonista per completare il suo Man-Child, oltre a Stevie Wonder e gli Headhunters in toto: un esperimento ben riuscito di jazz metropolitano, groove elettrico e fusion futurista, al cui centro trionfano synth e clavinet. Dal canto loro gli Headhunters non si impongono limiti e debuttano con Survival Of The Fittest, il cui God Make Me Funky diverrà un brano campionato da molti rapper.

Il francese Jean-Luc Ponty, già in tour con Frank Zappa e membro della Mahavishnu Orchestra, con Upon The Wings Of Music, fondendo Prog rock ed Elettronica, porta il violino al livello dei grandi solisti della chitarra elettrica. Billy Cobham, iconico batterista della Mahavishnu (sebbene versione MK I), come suggerisce il titolo di A Funky Thide Of Sings, spinge la sua fusion nervosa e sincopata verso il funk. Batteristi? Se Cobham è un punto di riferimento per chiunque suoni lo strumento negli anni ’70 e ambisca al massimo livello, Tony Williams è una leggenda, e Believe It, inciso insieme ai suoi Lifetime, un disco all’altezza dell’alone che lo circonda. George Duke, altro vecchio accolito di Zappa, consegna The Aura Will Prevail; Stanley Clarke, bassista dei Return To Forever, raccoglie un gruppo di amici mozzafiato – Chick Corea, George Duke, Jeff Beck, John McLaughlin, David Sancious… – per dare alle stampe Journey To Love; e il batterista Alphonse Mouzon, con Tommy Bolin e Lee Ritenour alla chitarra, immette Mind Transplant.

Frenetico? Stacanovista? Come definire un musicista che in un anno arriva sul mercato con quattro dischi? Frenetico e stacanovista. Keith Jarrett, icona del pianoforte jazz, pubblica El Juicio (The Judgement) con Charlie Haden al contrabbasso e Paul Motian alla batteria, più Dewey Redman ai sax; Death And The Flower e Back Hand con la stessa formazione più Guilherme Franco alle percussioni, pochi brani per lunghe elucubrazioni a base di improvvisazione; infine Luminessence, scritto da Jarrett ma interpretato solo dal sassofonista Jan Garbarek e dalla Südfunk-Sinfonieorchester condotta da Mladen Gutesha. Don Cherry prepara un boccone, come suggerisce il titolo di Brown Rice, condito con spezie World. Volete un po’ di jazz/fusion vocale? Ci pensano le fenomenali ugole esposte in We Got By di Al Jarreau al debutto, e dei Manhattan Transfer del loro secondo album, dopo quattro anni di silenzio e rimpasto della formazione, The Manhattan Transfer.

In Europa il fenomeno assume contorni diversi, più opachi e introversi rispetto a quanto avviene oltreoceano. Il jazz-rock britannico del 1975, meno pirotecnico di quello americano, è una fucina che fonde prog rock, avanguardia classica, minimalismo, e il jazz continentale più cerebrale. Fa da ponte tra il rock progressivo e il jazz europeo, esempio di ricerca formale di alto livello associato alla necessità di trovare un nuovo modo di pensare e affrontare la composizione alla luce della sperimentazione teorica. Vive spesso in simbiosi con gli ambienti di quella frangia della cultura universitaria alternativa e libertaria che ha supportato la scena di Canterbury.

Anche se meno febbrile rispetto all’apice 1970–‘73 – come avvenuto per il prog rock –, nel 1975 il jazz-rock britannico è ancora vivo, reattivo, muta ed espande: contaminato, incrocia tradizioni popolari, elettronica, si fa portatore di politica e perfino poesia. Nome di punta, i Nucleus di Ian Carr consegnano Snakehips Etcetera e Alleycat, gli ultimi dischi per l’etichetta Vertigo venerata dai progster. Cambiata totalmente pelle, i Soft Machine integrano il chitarrista-monstre Allan Holdsworth e piazzano Bundles, lontano anni luce dal suono delle origini ma ottimo oltre ogni previsione. Gli Isotope di Deep End guidati dal chitarrista Gary BoyleHugh Hopper in un brano – si inseriscono nel cono d’ombra della Mahavishnu Orchestra e anticipano i Brand X che hanno in formazione Robin Lumley e Morris Pert, qui rispettivamente alla produzione e alle percussioni. Dopo innumerevoli collaborazioni arriva Sunset Glow, primo disco a suo nome per Julie Tippetts, quando nel 1975 ha già cantato su The Rock Peter And The Wolf – stupefacente sorta di raccolta delle figurine del prog rock – e Ovary Lodge.

Il jazz-rock italiano è di nicchia ma fertile e raffinato. Gli Area azzeccano Crac!, corrosivo cocktail di musica arcigna – free jazz, elettronica, musica mediterranea – e testi che gridano all’impegno politico. Dal Piemonte si confermano gli Arti & Mestieri con Giro di valzer per domani e i meno noti e più ardimentosi Living Life di Let: From Experience To Experience, che restano nel girone (infernale) degli incompresi. Lì dove sono impantanati anche i siciliani Etna dell’omonimo esordio e dei fratelli Antonio e Agostino Marangolo (che partecipano a Profondo Rosso dei Goblin). Si consolida la saga del Perigeo con La valle dei templi, quarto e penultimo disco di una delle poche band nostrane in grado di rivaleggiare nel suo genere con qualunque altra a livello mondiale; ed è strepitoso l’omonimo esordio dei Napoli Centrale di James Senese: sporco, duro, politico, cantato in napoletano con l’accento e la cazzimma del ghetto. Da notare Blink (con Pete Townshend citato nei ringraziamenti), esordio dei Nova, gruppo di cervelli in fuga (a Londra) tra i quali Corrado Rustici ed Elio D’Anna, ex-Osanna.

In Francia Yochk’o Seffer (sax e clarinetto) e François Cahen (pianoforte), ex-Magma, formano gli Zao e danno alla luce Shekina. La Germania non è solo krautrock/cosmic couriers, e gli esponenti jazz rock non mancano. Sono degni di nota i Kraan di Let It Out Germany, mentre il chitarrista Volker Kriegel, che diventerà un punto fermo del jazz teutonico a venire, firma l’album Topical Harvest, tra scrittura e improvvisazione. Il vento che arriva dall’Est (Europa) porta le note degli SBB (dalla Polonia) di Nowy Horyzont. Hysterica del finlandese Jukka Tolonen, ex-prog rocker coi Tasavallan Presidentti, è un buon esempio di fusion dall’estremo Nord. Gli Azimüth del debutto Azymuth, trio che predilige le tastiere alle chitarre, difficili da incasellare, buttano nella pentola jazz, prog, bossa nova e persino funk.

Gli scala classifiche

E il pop come sta? Mai stato meglio, grazie. Accanto ai prodotti più commerciali emerge un pop “evoluto”, elegante, spesso firmato da cantautori o da band pop-rock raffinate. Alfieri di quella che ieri era musica in un certo senso gravosa, oggi si aprono a un pubblico più vasto senza perdere credibilità. Il mondo della musica “colta” non disdegna più flirtare con mezzi e stilemi espressivi più immediati. Ne nasce una creatura ibridata che, lontano dallo svilire il parto dell’autore con la “A” maiuscola, tende a nobilitare il pop, che diventa più sofisticato, riflessivo, adulto, trasversale come mai prima: si può ballare, canticchiare, ma anche ascoltare con attenzione.

È il caso di Paul Simon, che con Still Crazy After All These Years – in sala una backing band stellare: da Steve Gadd a Michael Brecker, da Tony Levin a Toots Thielemans – arriva al n°1 della Billboard Pop Albums e azzecca il fortunatissimo singolo 50 Ways to Leave Your Lover. Il vecchio sodale Art Garfunkel risponde con Breakaway – una parata di stelle non meno luccicante di quella alle spalle di Simon a dare man forte – altro collettore di dischi d’oro (UK) e platino (USA). A proposito di Art Garfunkel, e cambiando momentaneamente zona geografica per tornare brevemente in UK, il cantautore americano – insieme a una pletora di altri nomi di spicco: Alun Davies, Gerry Conway, Simon Nicol, David Sanborn – fa una comparsata su Numbers di Cat Stevens, concept album complesso e sofisticato sin dalla confezione, degna dei massimi vertici toccati dagli artwork dei dischi prog rock. Un album che confonde i fan a causa della musica poco orecchiabile rispetto al passato e la critica che si rivela poco incline.

 

James Taylor pubblica Gorilla, Carly Simon, ancora sotto il tetto coniugale, ad addolcire le armonie vocali, ha reso pubblico un mese prima Playing Possum, dalla copertina misteriosamente e simbolicamente affascinante. Olivia Newton-John sfonda con Have You Never Been Mellow, album e singolo che negli States si prendono la cima delle classifiche (Billboard Hot 100 e Billboard 200).

Eric Carmen fa lo stesso con l’album dal quale estrae due jolly che lo rendono ricco e famoso: Never Gonna Fall in Love Again ma soprattutto All by Myself, dei quali, pessima idea, si attribuisce la totale paternità (così risulta dalle label incollate sul vinile originale). Pizzicato dagli eredi di Sergei Rachmaninoff, saccheggiato per quanto riguarda la strofa di All by Myself – secondo movimento dell’Adagio sostenuto, del Concerto per pianoforte n.2 in Do minore, Op. 18 – e la melodia di Never Gonna Fall in Love Again – terzo movimento della Sinfonia n.2Carmen si accorderà per cedere il 12% delle royalty di entrambi i brani.

Anche un gigante come David Bowie, neo-insignito Duca Bianco, non resta indifferente all’aria frizzante che si respira nel 1975 e risponde “presente” con la miscela soul/funk/pop di Young Americans, che contiene Fame (accreditata anche a John Lennon), diventata il suo primo n°1 negli USA. Così come fanno i (già citati) Roxy Music con Siren, che si fa strada in classifica trainata da Love Is the Drug, canzone ondivaga e sinuosa tra pop e dance di raffinata fattura.

Poi ci sono i nomi di punta del genere. Elton John è stato l’artista più dominante nelle classifiche degli album, con ben tre dischi che hanno raggiunto la prima posizione in USA e UK: Greatest Hits (uscito nel 1974 ma disco più venduto del 1975), Captain Fantastic and the Brown Dirt Cowboy, un album autobiografico (benché “solo” n°2 in patria, negli USA fa storia come primo disco a debuttare direttamente al n.1), e Rock of the Westies. Il 1975 è l’anno di Main Course, che segna la conversione dei Bee Gees al soul/funk/r&b, proprio mentre il nuovo logo, quanto mai barocco, disegnato da Drew Struzan (autore del poster di Blade Runner) sembra una dichiarazione d’amore per il prog rock. Di Atlantic Crossing, trascinato da Sailing (n°1 anche nello Zimbabwe, tanto per dire), una cover, porta Rod Stewart a svettare in UK.

Icone della protest song come i Jefferson Airplane hanno amplificato il potenziale tecnologico diventando Starship, ma annacquato la proposta musicale. Risultato: ora Grace Slick e soci si danno al pop senza porsi troppi interrogativi riguardo al DNA della band, una mossa premiata dal pubblico che porta Red Octopus a egregi (e del tutto imprevisti) risultati di vendita. Un caso, il loro, e un’inversione a U degli intenti alquanto rara.

Approfittiamo dei Jefferson, vecchi alfieri della West Coast, per una breve digressione sullo stato dell’arte della psichedelia a stelle e strisce. I Grateful Dead di Blues for Allah riescono a fare collimare qualità e quantità di copie vendute: il disco, corredato della magnifica illustrazione di Philip Garris, arriva al n°12, che rappresenta il picco più alto della band di Jerry Garcia fino a quel momento. Gli Hot Tuna – creatura del chitarrista Jorma Kaukonen e del bassista Jack Casady, ex-Jefferson Airplane – pubblicano America’s Choice e Yellow Fever, che con l’innesto del batterista Bob Steeler marcano uno scivolamento verso la ruvidezza del power-trio. Doppia uscita anche per gli Spirit di Randy California: Spirit of ’76, doppio e uno dei migliori album della band, e il meno efficace e affrettato Son of Spirit, disponibile dopo soli cinque mesi.

Torniamo ai best seller. Dopo la vittoria all’Eurovision nel 1974, con gli ABBA il quartetto svedese di Agnetha Fältskog, Björn Ulvaeus, Benny Andersson e Anni-Frid Lyngstad (da solista prodotta da Phil Collins come Frida) afferma il proprio status a livello planetario estraendo dal cilindro di platino hit come Mamma Mia e SOS.

Pop e classifiche di vendita sono tutt’uno. Quelle di Billboard valgono per la discografia quanto le quotazioni di Wall Street per la finanza. Cosa che vale tanto per gli LP quanto per i 7”. Tra i singoli più venduti negli Stati Uniti spiccano Captain & Tennille con Love Will Keep Us Together, un brano che circola in radio ancora oggi; gli Eagles di One of These Nights, diventata un classico, Elton John fa cassa con Philadelphia Freedom, i Bee Gees di Jive Talkin’ sono un antipasto della fase disco. Glen Campbell, che ha un ruolo importante nel film western Il Grinta con John Wayne – il True Grit dei fratelli Coen, versione 2010 – porta al n°1 Rhinestone Cowboy, hit country-pop che vede al piano David Paich, uno dei membri fondatori dei Toto, che esordiscono nel 1977.

Con competitor come il Rod Stewart di Sailing e i Queen di Bohemian Rhapsody, è sorprendente come nel Regno Unito il singolo più venduto dell’anno (al n°1 per 6 settimane) risulti essere Bye Bye Baby (cover di un brano della coppia di autori Bob Crewe e Bob Gaudio risalente a dieci anni prima) degli scozzesi Bay City Rollers, band dal talento (e dall’immagine) inversamente proporzionale alla solita, roboante etichetta – quanto mai inappropriata nello specifico – di “biggest group since the Beatles”. Altro belloccio da primato in classifica è il David Essex della scipita Hold Me Close. Piacevole e imprevedibile sorpresa, invece, è l’exploit “fuori tempo” di Space Oddity: a distanza di sei anni dalla prima uscita, la riedizione del singolo di Bowie raggiunge la prima posizione. Meglio tardi che mai.

Il Country e il Folk

Folk e tradizione, spesso intrecciati con il cantautorato, non muoiono mai. E il 1975, in questo senso, non fa eccezione. Lontani dalle classifiche ma sostenuti da sparute frange di fedelissimi, gli esponenti più apprezzati dalla critica di folk, folk-rock e cantautorato offrono contributi preziosi. Nel Nuovo Mondo, il folk di matrice europea assume spesso le sembianze del country, genere nato dall’importazione, il riadattamento e l’integrazione di elementi culturali e musicali delle comunità inglesi, scozzesi e irlandesi, poi fusi con quelli dell’America rurale, quindi urbana, e persino con la tradizione afroamericana (jazz, ragtime).

Le donne del settore si ritagliano sempre più spazio. Le sorelle canadesi Kate & Anna McGarrigle esordiscono con Seductive Reasoning, sofisticato folk-pop supervisionato da un pool di produttori tra cui Paul Simon e Paul Samwell-Smith. Emmylou Harris, allieva e compagna musicale di Gram Parsons, si impone con Pieces Of The Sky e Elite Hotel, raffinato country-folk. Linda Ronstadt, voce potente e versatile, inserisce nel country elementi di soul e pop e realizza Prisoner In Disguise. La futura signora Springsteen, Bonnie Raitt, colpisce con Home Plate. L’attivista Buffy Sainte-Marie, che per lungo tempo ha rivendicato origini indiano-canadesi poi smentite (è nata negli USA e avrebbe anche ascendenze italiane), rilascia Changing Woman. Dal Regno Unito, Joan Armatrading brilla sempre più decisamente con Back To The Night, anche se dal folk in senso stretto si sta allontanando: nella sua musica mescola jazz, calypso e altro, merito anche della truppa di studio che variega il linguaggio, tra cui Andy Summers, per ora ancora solo un eccellente session man.

Sul versante maschile, le zampate dei veterani: Willie Nelson, con Red Headed Stranger, realizza un album in qualche modo di rottura – autoprodotto, arrangiamenti scheletrici, un concept noir sulla fuga di un assassino dopo aver ucciso la moglie e l’amante. Waylon Jennings, con Dreaming My Dreams, suo 22° album in studio, raggiunge finalmente il n. 1 della Top Country Albums di Billboard. Jerry Jeff Walker cesella il fine Ridin’ High.

Una nota a parte merita Johnny Cash, che nel 1975, in piena creatività, pubblica quattro LP: The Johnny Cash Children’s Album, Sings Precious Memories, John R. Cash, Look At Them Beans. Originali, gospel, canzoni per bambini: oltre 50 brani! Riesce a tenergli testa solo Fela Kuti – altro continente, altro genere, stesso carisma. Il musicista e attivista nigeriano (soprannominato The Black President, non così distante da The Man in Black di Cash) pubblica quattro album di Afrobeat politico: Noise For Vendor Mouth, Expensive Shit (oggi molto celebrato), Everything Scatter, No Bread. Forse addirittura cinque, se Confusion fosse databile con certezza al 1975 (alcune fonti indicano il 1974). Ogni uscita contiene materiale sufficiente a riempire un 12”, formato all’epoca riservato a DJ e promo.

Tornando al country, tra le band emergono i Poco con Head Over Heels (i Tears For Fears se ne saranno accorti?) e i texani Asleep At The Wheel con Texas Gold, il loro primo ingresso in classifica.
Nel 1975 il folk britannico supera il semplice recupero della tradizione, inglobando stilemi estranei come prog, psichedelia e jazz. I convertiti all’Islam Richard & Linda Thompson registrano Hokey Pokey e Pour Down Like Silver, acustico su imposizione del mullah che vieta la chitarra elettrica (il che la dice lunga su certi convertitori – non di segnale – e convertiti). Rising For The Moon è l’unico album dei Fairport Convention composto interamente da materiale originale, nonché l’ultimo con Sandy Denny al microfono (e tastiere).

Due album anche per gli Steeleye Span, che strizzano sempre più l’occhio al rock: All Around My Hat e soprattutto Commoners Crown, con Peter Sellers all’ukulele in New York Girls, sono dischi di buon successo. Lo scozzese John Martyn (alias Iain David McGeachy) offre Sunday’s Child, più dimesso sul piano innovativo rispetto ai suoi standard folk-rock. Gli Stealer’s Wheel, fondati da Joe Egan e Gerry Rafferty (che tre anni dopo spopolerà con Baker Street da City To City), pubblicano Right Or Wrong. Gli Spriguns Of Tolgus, eccellente officina di genere mai abbracciata dal grande pubblico ma destinata al culto, presentano il secondo album Jack With A Feather.

I “capoclan” Chieftains, dopo quattro album, con The Chieftains 5 passano al professionismo (fino ad allora avevano tutti un secondo lavoro), affrontano il primo tour negli USA sotto la guida del manager Jo Lustig. Alan Hull, fondatore degli appena dismessi Lindisfarne, band di punta della Charisma pre-Genesis, giunge al secondo lavoro solista con Squire.
L’attitudine folk-rock non è sempre sinonimo di tradizione: già il titolo di Modern Times di Al Stewart lo suggerisce. Dentro c’è Sirens of Titan, brano ispirato all’omonimo romanzo dello scrittore postmoderno Kurt Vonnegut (un anno prima del successo con The Year Of The Cat).
Dalla Francia, i Malicorne pubblicano Malicorne, o Malicorne 2 per distinguerlo dall’omonimo esordio dell’anno prima, album composto interamente da materiale tradizionale.

Tra folk e cantautorato, anche il Brasile risplende. Gilberto Gil e Jorge Ben, con Djalma Corrêa alle percussioni e Wagner Dias al basso, realizzano il doppio Gil & Jorge: Ogum Xangô, in gran parte improvvisato e tuttora considerato uno dei migliori dischi “tradizionali” del paese. Caetano Veloso pubblica Qualquer Coisa (copertina che ammicca a Let It Be dei Beatles) e Jóia, la cui cover – lui, la moglie e il figlio nudi – viene censurata dalla dittatura. Milton Nascimento, reduce dalla collaborazione a Native Dancer di Wayne Shorter, licenzia Minas, uno dei suoi lavori più celebrati. Registrato “a Milano in 4 ore di studio con la partecipazione speciale dei maestri Bacalov e Bardotti in un’atmosfera di totale relax”, come recitano le note di copertina, O Poeta e o Violão di Toquinho e Vinícius de Moraes è una raccolta magica che spazia da Nature Boy alla celeberrima Garota de Ipanema, fino a Marcha da quarta-feira de cinzas, che allude allo spettro della dittatura, divenuto realtà l’anno successivo (1964).

Il cantautorato italiano

In Italia la canzone d’autore esce dalla sfera personale per inglobare la discussione politica, “impegnata”, ma soprattutto aggiorna il canone musicale rendendolo più articolato rispetto alla scarna esposizione degli anni precedenti.

Francesco De Gregori incide Rimmel, il suo disco più riuscito, elegante e rifinito sino ad allora. Lucio Dalla, che per l’aspetto musicale ha sempre avuto un occhio di riguardo, con Anidride Solforosa inaugura la lunga serie di bellissimi lavori che firmerà negli anni a venire.
Roberto Vecchioni pubblica Ipertensione e il curioso Barbapapà, raccolta di canzoni per bambini e colonna sonora dell’omonima serie animata. Angelo Branduardi svolta con decisione verso un folk dalla postura pseudo-medioevale: La luna contiene, capolavoro nel capolavoro, Confessioni di un malandrino, una delle più belle canzoni italiane di sempre (sebbene il testo sia l’adattamento di una poesia del russo Sergéj Aleksándrovič Esénin, morto suicida a trent’anni, più probabilmente ucciso dalla temibile polizia di regime, la GPU).

Fabrizio De André arriva a Vol. 8, al quale contribuisce per quattro canzoni un altro gigante del cantautorato, Francesco De Gregori.
Paolo Conte pubblica Paolo Conte, l’omonimo album del 1975, a solo un anno dal debutto – sempre omonimo – anticipando così la serie di Peter Gabriel. In questo secondo Paolo Conte ci sono La Topolino amaranto e Genova per noi (che aveva “prestato” a Bruno Lauzi), due brani tra i più emblematici del suo repertorio. Edoardo Bennato, al terzo disco, figura dalla verve unica nel panorama cantautoriale nostrano, sfiora la Top 20 con il centrato e provocatorio Io che non sono l’imperatore. Il fratello Eugenio, sul versante folk, insieme alla Nuova Compagnia di Canto Popolare propone Tarantella ca nun va ‘bbona, esempio di recupero della tradizione di valore indiscusso che meriterebbe ben altro riconoscimento (malati di esterofilia, sgomitiamo per qualunque pietra da cortile che arrivi dagli UK e non riconosciamo i nostri diamanti da vetrina).

La scuola francofona degli chansonnier, che ha influenzato e continua a ispirare i nostri cantautori, propone Ferré Muet… Dirige di Léo Ferré, cantore di anarchia e poeta, e Saltimbanque di Maxime Le Forestier.

In Sudamerica, la repressione delle dittature non riesce a mettere a tacere la voce di Mercedes Sosa, che canta le pene del popolo argentino nei solchi di A Que Florezca Mi Pueblo; quella di Víctor Jara (assassinato al Estadio Chile) risuona in Últimas canciones, pubblicato postumo. Gli Inti-Illimani, cileni rifugiati in Italia come esiliati politici, firmano Inti-Illimani 4 – Hacia la libertad. Sono esempi emblematici de La Nueva Canción latinoamericana, folk di matrice politica intriso di denuncia e sofferenza.

Glam rock

Il glam è al tramonto ma lascia nell’aria glitter e pagliette, influenzando disco music e moda. Gli Sparks dei fratelli Mael, tra i migliori interpreti del genere, con Indiscreet, prodotto da Tony Visconti, iniziano ad allontanarsi dalla casa madre. Lo stesso fanno Gary Glitter con G. G., introducendo elementi funk e r&b, e Suzi Quatro, che con Your Mamma Won’t Like Me vira su hard rock e pop. Steve Harley & Cockney Rebel realizzano The Best Years Of Our Lives, prodotto con Alan Parsons: da lì nasce Make Me Smile (Come Up and See Me), che raggiunge il n° 1 della classifica UK.

Soundtrack

Sono anni in cui le colonne sonore contano, eccome. Non solo per il cinema – vendono, entrano in classifica – ma anche perché a firmarle sono compositori dal linguaggio personale e riconoscibile. Nel 1975 le soundtrack sono un campo di sperimentazione sonora e, al contempo, un ponte verso la musica di consumo grazie ad artisti popolari come Isaac Hayes. Un’arte apparentemente minore ma di grande influenza postuma, soprattutto per le sonorità riprese da DJ e produttori.

Oltre ai Goblin di Profondo Rosso, si devono citare almeno:

  • The Rocky Horror Picture Show, colonna sonora dell’adattamento cinematografico del musical cult (alla batteria B. J. Wilson dei Procol Harum, ai cori la inarrivabile Clare Torry di The Great Gig in the Sky dei Pink Floyd)
  • The Album Of The Soundtrack Of The Trailer Of The Film Of Monty Python And The Holy Grail, dei Monty Python sotto contratto con Charisma, label specializzata in prog rock: tocca la posizione n° 45 delle chart UK
  • Nashville, dall’omonimo film di Robert Altman, contenente I’m Easy, scritta e interpretata da Keith Carradine, vincitrice di Oscar e Golden Globe
  • Lisztomania di Rick Wakeman, che accompagna l’omonimo film di Ken Russell dedicato a Franz Liszt
  • The Wind and the Lion di Jerry Goldsmith, lavoro sinfonico denso di suggestioni etniche, nominato all’Oscar
  • Jaws (in italiano Lo squalo) di John Williams, vincitrice dell’Oscar e colonna sonora più celebre del 1975: tema angosciante, debitore de La sagra della primavera di Stravinskij, entrato nella cultura popolare a tutti gli effetti.

 

In Italia spopola Yuppi Du, album tratto dall’omonimo film scritto (in collaborazione), diretto e interpretato da Adriano Celentano. La pellicola non convince a Cannes, ma la colonna sonora trionfa ai Nastri d’argento 1976.

Conclusioni

Un anno qualsiasi per la musica? Non il 1975. È un crocevia, un momento in cui stilemi consolidati e avvisaglie del nuovo viaggiano gomito a gomito in attesa di evolversi. Il grande fiume del rock domina le classifiche ma si divide in rivoli sempre più numerosi: prog, glam, hard rock fanno spazio alle avanguardie afroamericane. Dal funk al soul alla disco, artisti come Parliament, Funkadelic, Donna Summer, Earth, Wind & Fire si prendono la scena, spingendo i confini della produzione e dell’arrangiamento, collezionando numeri in grado di competere con l’industria discografica bianca. La disco mette radici nei club e inizia l’ascesa che la porterà a diventare fenomeno globale. Intanto, i sobborghi incubano – inconsapevolmente – il punk.

È un anno in cui le principali direttrici culturali e stilistiche coesistono ancora pacificamente. Sul piano tecnico, l’uso sempre più diffuso dei synth stabilisce una nuova grammatica della composizione, anche nelle produzioni mainstream. L’idea stessa di album come oggetto culturale è oggi, 1975, una certezza: è il vettore dell’identità artistica.

I cantautori ridefiniscono il linguaggio; la prosa raffinata diventa valore culturale. E poi le colonne sonore. Il 1975 è un anno di transizione consapevole: dietro marketing e milioni di copie vendute si intravedono visioni artistiche sincere, ideali forti, desideri di lanciare messaggi autentici. Nonostante lo status da star aumenti la distanza col pubblico, i musicisti sembrano ancora credibili. Non è l’anno più innovativo, certo. Ma è l’anno in cui ogni possibilità è ancora sul tavolo.

Guardando indietro, il 1975 sembra un ultimo grande respiro collettivo prima della frammentazione. Il suo fascino sta tutto lì: nell’essere ponte. Tra utopia e disincanto, tra analogico e digitale, tra band e DJ, tra autore e autore-produttore. Un anno che non chiude nulla, ma lascia tutto aperto.

Il 1975 è significativo per la densità delle coesistenze: il risaputo e il nuovo che avanza, la performance e la produzione, l’autenticità e la strategia commerciale. Non è ancora tempo di rivoluzioni totali — si piantano i semi — ma è chiaro che il terreno è pronto. Più che un anno di rottura, il 1975 è un anno di definizione. Un momento in cui la musica registra il sentore della fine di un’epoca (che scema lentamente) e l’imminenza di un’altra, di cui si avvertono solo vaghi profumi. Proprio in questa densità di tensioni risiede la sua importanza: snodo articolato di fermenti in divenire, generoso di opere che resteranno. Anche se nate in un momento di passaggio, resteranno nella storia della musica.

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare