Album
867
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Riccardo Zagaglia
- 29 Novembre 2024
I Black Country, New Road (nella versione con Isaac Wood) iniziano a fare proseliti fuori dalla scena inglese, come prevedibile: la band di For the First Time e Ants From Up There è stata probabilmente la più acclamata tra gli addetti ai lavori di questa prima metà di anni venti e l’influenza inizia a farsi inesorabilmente largo.
Ad esempio, anche se i punti di contatto non sono poi così marcati, è praticamente impossibile parlare del progetto This Is The Glasshouse senza passare dai BC,NR, ma se gli inglesi erano (e sono) un gruppo corale tout court, This Is The Glasshouse è fondamentalmente un one-man-project ruotante attorno al canadese Ezekiel Dukart il quale ha messo cuore, anima e una buona porzione della propria sanità mentale nelle tracce che compongono 867, il nuovo album scritto, prodotto e missato quasi interamente dallo stesso Dukart (con una mano da parte di alcuni amici musicisti).
Stanziato nello Yukon, non troppo distante dall’Alaska, Dukart infatti ammette di aver perso quasi completamente la voglia di fare musica durante gli estenuanti dodici mesi che lo hanno visto impegnarsi quotidianamente nella composizione e soprattutto nella ossessiva rifinitura di ogni minimo dettaglio e scelta stilistica. Il risultato fortunatamente rende completamente giustizia all’impegno: imprevedibile, eclettico, complesso, talvolta progressivo ma mai respingente: fin dall’iniziale Streetlight by Streetlight, un prog-art rock d’altri tempi che ad un certo punto prende una piega a metà tra city pop e primissimi Foals, 867 è un continuo alternarsi di impetuosi saliscendi di intensità (Before Machinery), la second third best Slint tribute act (January e Robinson), slanci jazz-rock (7Bass / Lorne), minuti di avanguardia che sfociano in spoken slowcore (Old George) e tanto altro, dal post-rock al post-hc.
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