Album
Doctor Dark
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Edoardo Bridda
- 28 Febbraio 2025
Parte il disco e sembra quasi di avere a che fare con i Melvins più che con i Residents, ma Doctor Dark, che segna il ritorno dell'(ex) misterioso collettivo, non è tanto un disco avant metal collagista ma una delle loro opere concettual-teatrali che dagli anni ’80 in poi ne caratterizzano la produzione “adulta”.
In un’intervista a Psychedelic Baby Mag, Homer Flynn — di fatto l’unico superstite della congrega — ha rivelato che il disco affronta il tema dell’abuso di droghe e si ispira al processo intentato contro i Judas Priest negli anni ‘90 (da cui l’influenza metal). Ma al centro della narrazione emergono soprattutto morte, identità e destino, nonché la malattia terminale e l’eutanasia, temi quest’ultimi che si intrecciano con la scomparsa di Hardy Fox, storica colonna portante dei Residents.
Grazie alla collaborazione del direttore d’orchestra Edwin Outwater e del San Francisco Conservatory of Music, Doctor Dark assume i connotati dell’ennesima opera rock, affine a God In Three Persons e svariati album successivi. Suddiviso in tre atti, il disco ruota attorno a tre protagonisti (Maggot, Mark e Doctor Anastasia Dark) e alterna interludi, siparietti, rari fendenti sonori e le consuete voci narranti, dal timbro ossessivo e straniante.
Specchi deformanti (White Guys With Guns), carillon (Contemplation), improbabili gospel (Survived), ironia macabra (White Guys With Guns, ancora) e un senso di inquietudine diffuso rendono questo capitolo uno dei più oscuri della già torva discografia del gruppo.
Il grottesco e i b-movies, il futurismo e il primitivismo, qui pure la classica, Doctor Dark ha tutti gli elementi essenziali di un lavoro maggiore dei Residents. La conferma che c’è ancora un’urgenza, qualcosa da dire, la volontà di non calare il sipario. Peccato solo che Flynn abbia escluso un tour, ritenendo la produzione troppo complessa per essere portata in scena.
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