Album
Get Up Sequences Part One
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Marco Braggion
- 16 Giugno 2021
I Go! Team sono da sempre dediti a uno scatenato patchanka-indie-pop che fa della citazione da culture diverse (soul, brit, rock, funk, soul, electro, hip-hop) la propria ragion d’essere. E Get Up Sequences Part One, pubblicato da Memphis Industries il 2 luglio 2021, non fa eccezione.
Nel disco ritroviamo la consueta carica d’ottimismo e voglia di far festa del combo, a partir dai primi brani estratti, accomunati da arrangiamenti tra 60s e 70s e da un ampio uso di fiati (A Bee Without Its Sting). Blaxploitation ed exotica sono gli ingredienti che ritroviamo in Let The Seasons Work, opener del full length, mentre in Pow, oltre che all’old school rap, sono presenti rimandi al sound meticcio di una Santigold; in Cookie Scene si riaccendono infine ricordi anni Ottanta in cori a cappella dalle parti delle Bangles. La band di Brighton, dal canto suo, lo descrive come un mix fra «Ennio Morricone e i Monkees, con dentro flauti, glockenspiel, steel drums e una cazzuta attitudine analogica».
Durante le registrazioni Ian Parton, mente creativa della band e batterista, ha sofferto per un abbassamento dell’udito a causa della sindrome di Meniere, un trauma che, a suo dire, ha conferito alla musica una “dimensione diversa”, trasformando inoltre il disco in “una scialuppa di salvataggio” per la sua salute mentale.
Ho perso l’udito dall’orecchio destro proprio a metà delle registrazioni. Pensavo che fossero i volumi alti in sala di registrazione, ma sfortunatamente mi è stata diagnosticata la sindrome di Meniere (un’infiammazione dell’orecchio interno che può causare vertigini e tinnitus, ndSA). Ascoltare le canzoni che conoscevo è stato difficile, ma il trauma ha conferito alla musica una dimensione diversa e trasformato il disco in una scialuppa di salvataggio
Ian Parton
Oltre alle influenze citate, nei singoli di seguito in streaming il filo rosso con le precedenti prove del gruppo non manca (Rolling Blackouts, Thunder, Lightning, Strike, Proof Of Youth), specie con Semicircle, pubblicato nel 2018. Il sound del resto è quello per cui la band è nota (il debutto del 2005 è stato nominato al Mercury Prize). Potrebbe risultare datato, ma la forza del lavoro sta nella carica dei brani, tracce che si ascoltano senza soluzione di continuità. Un pop fresco e sbarazzino, con radici importanti.
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