Album

ATUM - Act II

31 Gennaio 2023 pop rock wave 80s

L’atto numero II di ATUM degli Smashing Pumpkins esce il 31 gennaio 2023 e di sorprese rispetto al primo capitolo non ce ne sono, almeno a livello di produzione.

La nuova raccolta alterna sparuti brani rock (in area stoner e/o Adore) a una maggioranza di episodi sintetici dai contorni pop, tra (molti) intimismi, (qualche) mid tempo, (abbondanti) batterie con l’eco e sintetizzatori utilizzati in almeno tre declinazioni, à la Cure / White Lies / M83, per ottenere un effetto cinematografico (pensate al catalogo Italians Do It Better) o anche solo per puntellare riverberi cosmici di settantiana memoria.

Da queste parti ritroviamo il primo singolo estratto dall’opera, Beguilled con le sue teatrali note di granitico hard rock stemperate da tocchi glam. E sempre in questa – poco interessante – direzione, dai contorni anche del musical, troviamo Empires che spinge il pedale su un hard rock altezza QOSTA con Corgan a farsi accompagnare da un coro femminile (Tegan & Sara). Con il pezzo crossover del lotto, Moss, gli Smashing Pumpkins con le chitarrone finiscono qui e va benissimo così. Il resto non regalerà nuovi scherzetti à la Hooray! ma nemmeno una scrittura stigmatizzabile, seppur non all’altezza della produzione maggiore della band.

È una pop band innamorata dei 70s e 80s quella che dobbiamo giudicare, e se brani synth pop come Neophyte, seppur pregevoli, sembrano fin troppo tirati per le lunghe (sentite quel coro “Ain’t It Right” ripetuto all’infinito) altri più sognanti e delicati spiccano il volo e convincono. Night Waves, sul lato cinematografico di cui sopra, più ritmata e dinamica nei cambi tra bridge e ritornello, è uno di questi. E non è affatto male Space Age, l’inedita versione AIR dei Pumpkins sospesi a rimirar le stelle, una serenata con il suo perché che assieme alle successive – Every Morning e To The Greys, entrambe in crescendo – rappresenta il meglio di una trilogia che proprio da queste parti sta regalando le migliori soddisfazioni. Da non dimenticare nemmeno la conclusiva Springtimes, che a livello di atmosfere ricorda persino i Cluster e un poco David Gilmour (!). Il cuore è tutto folk e Corgan qui è impeccabile. Chapeau.

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