Album
Tempus
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sentireascoltare
- 18 Novembre 2022
A due anni da Fading, che ne segnava il ritorno a un lustro dalla precedente prova, Pole pubblica Tempus sempre via Mute.
Se nel 2020 era la memoria (e la sua perdita) ad ispirarne l’opera, da queste parti il concetto esplorato è quello del tempo ma, di fatto, le nuove composizioni partono esattamente dove Stefan Betke aveva smesso. Ancora una volta il punto d’incontro tra passato e presente del producer è un crocevia in cui lo sparso flusso sonoro intinto nel dub dell’iconica trilogia numerata viene messo al servizio di una ambient fatta di preziosi dettagli, guidata da trame minimali eppure in costante transito spazio-temporale.
C’è il jazz, inteso sia alla maniera exotica quartomondista di Jon Hassell ma anche in senso più classico, magari diluito in una pasta psichedelica grigia e impressionista (Alp), e c’è quest’idea di elettronica free form sculturale, in grado di immergere l’ascoltatore in un mondo lontano in cui ciò che è familiare viene plasmato in combinazioni differenti. E non manca neppure un po’ di groove, come si ascolta in Grauer Sand o in Firmament (con un inedito pianoforte badalamentiano), o qualcosa che potremmo dire funk nell’accezione elettronicamente tedesca del termine (Stechmuck).
Ieri come oggi mood e umore sono essenziali nella composizione di Betke, che qui si avvale (anche) di percussioni analogiche e di un Minimoog difettoso, un tocco hauntologico mai invasivo o predominante.
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