Album

Plastic Death

19 Gennaio 2024 pop rock prog art indie

Quando nel 2019 gli americani glass beach pubblicarono The First Glass Beach Album non era facile prevedere che con i mesi –  e poi gli anni – sarebbe diventato un album di culto tra music-nerd e seguaci del credo indie. Culto alimentato anche da una prolungata assenza dalle scene (se escludiamo una manciata di release minori, principalmente cover) terminata quasi cinque anni più tardi con il secondo album – pubblicato su Run For Cover – intitolato Plastic Death.

La prima cosa che emerge chiaramente durante l’ascolto di Plastic Death è che la formazione guidata J McClendon non trasuda più di una strabordante giovinezza come nell’esordio (un frullato di power pop, acerbo indie rock, emo, art rock e psichedelia, senza disdegnare passaggi ska, nerd-pop ed elettronici): se quello era un album di pancia, questo è senza dubbio un album di cervello, maturo e ambizioso con un produzione di un altro livello e con una maggiore attenzione alla melodia e in generale al comparto vocale.

Il contesto ora è quello dell’art rock più eclettico e il riferimento più diretto potrebbe essere quello dei Radiohead (il timbro nasale di McClendon talvolta ricorda quello di Yorke) ma il fulcro del sound dei glass beach è ancora una volta ruotante al concetto di contaminazione. Il jazz si fa più presente, il post-qualsiasi cosa anche, non mancano poi sferzate hc, intrecci math-emo ad altezza The Brave Little Abacus, così come è probabile che l’exploit della scena della Speedy Wunderground (black midi, BCNR…) abbia influenzato alcune scelte stilistiche. Il tutto maneggiato senza perdere di vista un mood decisamente fluttuante e vagamente acquatico e il risultato, seppur superficialmente confusionario, è assolutamente intrigante.

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