Album
Full Metal Jacket
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sentireascoltare
- 15 Luglio 2019
Sarà anche un classe ’80 ma Marc Veira, in arte Flowdan, è sulla scena dai tempi della garage UK, ancora quando il grime non esisteva né come scena né come definizione. Speaker presso Rinse dalla fine dei 90s, poi affiliato all’iconico collettivo Pay As You Go Cartel, co-fondatore della Roll Deep assieme a Wiley, Scratchy e altri nel 2002 e poi Caronte per le strade di una Londra affatto da cartolina al servizio di label come Hyperdub e di (uno che non ha certo bisogno di presentazioni) Kevin Martin in versione The Bug, Veira è un decano ma soprattutto una leggenda, e ancor oggi un segreto ben custodito per chi della famiglia allargata degli eski beat conosce soltanto star come Stormzy e Skepta.
Full Metal Jacket è dunque il disco di un Flowdan che torna con il suo vocione di catrame a infilare le dita tra i solchi del ragga e del soul, perché questo è grime senza luce, all’osso, da sopravvivenza (sub)urbana. Il playground è quello di sempre, le 808 cartilaginose le conosciamo, le pistole che caricano i colpi pure, ma questa volta la narrazione è esplicitamente dedicata alla capitale britannica, che è poi il grande canovaccio di Veira: anime perse e violenza, dedali di strade e piazze, ansia e pericoli, resistenza e resilienza. Le basi, tutte valide, sono di Filthy Gears ma anche di Footsie, Muszolini Riddla e Maniac. Il pezzo clou, al netto di una Welcome To London che dà il tono al disco, è manco a dirlo Coldest.
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