“Tom’s Diner”. Da una tavola calda alla discoteca, dalla naturalezza all’artificio: un video (o due) di Suzanne Vega
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Giulio Pasquali
- 26 Aprile 2021
Che il secondo grande successo di Suzanne Vega, dopo Luka, sia un brano remixato (Tom’s Diner) è cosa nota, ma ripercorriamone la storia in breve (la versione lunga, raccontata dalla stessa autrice con tanto di link alle pagine dei fan che hanno ricostruito il giorno/i giorni in cui è ambientata, la trovate qui).
Il locale in questione si chiama in realtà “Tom’s Restaurant”, è a Broadway, appare anche nella serie tv Seinfield, era un posto piuttosto spartano e la cantante lo frequentava nei primi anni ’80 quando andava al college prima e a lavorare poi. La melodia le viene in mente camminando durante uno di questi tragitti, mentre il testo mette insieme appunto due giorni (quello in cui il giornale dà la notizia della morte di Wiliam Holden – «no one I have heard of» – e quello della pioggia – che «will continue») e uno spunto del suo amico fotografo Brian Ros, il quale un giorno le disse di sentirsi come se vedesse il mondo attraverso un vetro, ispirandola a scrivere qualcosa da un punto di vista simile. Così la canzone, tra il 1981 e l’82 prende forma; l’autrice la pensava col piano ma non lo sapeva suonare né conosceva pianisti, e allora la lascia così, solo voce.
A quei tempi Vega frequentava, nel Village, le serate del lunedì al Cornelia Street Cafè del circolo di cantautori gestito da Jack Hardy, cantautore anch’egli (è con lui, tra l’altro, che si era svolto l’improvvisato “midnight picnic” nominato nel testo), che pubblicava anche la rivista Fast Folk con tanto di disco annesso a ogni numero a testimoniare e a dare spazio alle nuove leve che gravitavano intorno a questa sorta di club. È lì che, in primo luogo, scopre che appena iniziava a eseguire quello scarno brano per sola voce, dalla melodia di facile presa e dall’andamento saltellante, calava il silenzio tra il pubblico e l’attenzione di tutti si rivolgeva verso il palco, facendole decidere di aprirci sempre i concerti; poi, è lì che la canzone trova il suo esordio ufficiale, nel numero di gennaio ’84 della rivista/LP, proprio nell’anno in cui qualche mese dopo ottiene il suo primo contratto discografico.
La canzone non entra nel suo omonimo album d’esordio uscito l’anno dopo, ma nel secondo (Solitude Standing, 1987), anche qui in apertura: posizione strategica, dato che la hit Luka è la seconda in scaletta. Visto il gran successo dell’album tutti la ascoltano, e l’etichetta ne fa anche un singolo (che chiaramente non bissa il successo del precedente).
Tra i tanti, due dj di Londra che, litigando con i limiti tecnici dei campionatori dell’epoca, ci aggiungono un groove del periodo, tra ritmo spezzato e un giro di basso, qualche altra sottolineatura, poi trasformano il du-du-du du canticchiato sul finale in un ritornello e stampano qualche copia. La cantante, invece di denunciarli, vuole prima ascoltare il brano e dopo averlo fatto, d’accordo con la casa discografica, decide di comprarglielo e pubblicarlo battezzando i due amici col nome, che non avevano, di DNA. Il resto è storia. Così, mentre da una parte, cioè nei laboratori in cui si metteva a punto il codec per la conversione in mp3, si apprezzavano il calore e l’essenzialità della versione originale (usata appunto per la calibratura), dall’altra si prendeva il «ritmo che c’era già nella canzone, se non l’avessimo fatto noi l’avrebbe fatto qualcun altro» (parole dei DNA) e lo si rende più didascalico, più ovvio nelle sottolineature strumentali, ancorché efficace.
E lo stesso fa il video, che alterna le scene di due ballerini hip hop e una o due ballerine, a quelle in cui vengono mostrati una serie di oggetti nominati nel testo – sia pure in modo bizzarro: il “counter” viene suonato, il “milk” e il coffee” cadono su una mezza colonna (?) schizzando ovunque, le due persone «kissing their hellos» lo fanno in una luce caricata – mentre l’aquila evidentemente serve, in alternanza con un occhio filmato in modo vagamente Man Ray, a illustrare le numerose ricorrenze di verbi che indicano il guardare (“look”, “see”, “watch”).
Insomma, quello che il remix fa rispetto alla versione originale, il video lo fa rispetto… al video originale. Perché quel singolo fatto per battere il ferro finché era caldo in effetti aveva anche un videoclip (d’altronde, all’epoca, l’idea di un singolo senza un video, sia pure una qualche ripresa live o in tv, era quasi impensabile): un clip quasi dimenticato, che dovrebbe essere d’epoca e che non appare sul dvd Retrospective (c’è quello del remix) ma solo nel più economico Gold (con la data del 1990, l’anno della versione coi DNA, ma non vuol dire: Solitude Standing ha la stessa mentre Luka ha quella del 1986, l’anno prima). Anche per il regista, i crediti dei due DVD riportano il nome di Gareth Roberts per entrambi, ma chissà.
È un video molto essenziale, che dopo un’inquadratura dell’insegna del locale nonché titolo della canzone (insegna finta, visto che come sappiamo il luogo reale non ha quel nome), per il resto ci mostra semplicemente Suzanne Vega che, in una luce azzurrina, canta il brano dentro un luogo piuttosto vuoto: un muro di mattoni, una finestra, una mensola a muro di quelle dove si poggia il cibo e le bevande per consumare in piedi – cibo e bevande però assenti, come qualsiasi altro elemento che possa caratterizzare in alcun modo il luogo. Semplicemente, lei, una stanza e la sua storia.
Così il rapporto tra le due versioni della canzone e le due versioni del video è lo stesso: scarna ed affascinante nella sua efficace essenzialità la prima, più didascalica – e diciamolo, un po’ coatta – la seconda (ma di classe infinitamente superiore all’orribile versione di Giorgio Moroder con Britney Spears alla voce). D’altronde, è così tutta la storia di questa canzone: fatta in origine dello strumento più umano e meno artificiale, la voce, ha trovato la sua fortuna nell’elettronica, quella del remix e quella della ricerca sull’mp3.
Resta una domanda: ma davvero una studentessa americana di college umanistico non conosceva William Holden?
