“To Kill A Dead Man”, quella volta che i Portishead girarono il film noir dei loro incubi
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Tony D'Onghia
- 25 Novembre 2021
Realizzato nel 1994 per promuovere l’uscita del loro primo album, il cortometraggio To Kill a Dead Man è una sorta di trasposizione per immagini delle atmosfere rievocate così bene nell’esordio dei britannici Portishead. Inizialmente diffuso in versione promo VHS ed a partire dal 1995 per breve tempo trasmesso dalla solita MTV a tarda notte – nella fascia alternativa denominata 120 Minutes – e ritrovato poi più ampiamente disponibile dal 2002 come contenuto bonus nella versione DVD dell’album Roseland NYC Live, il corto fornì anche materiale fotografico per l’artwork dell’album Dummy ed i video promozionali ad esso associati. La sua locandina – ridotta a miniatura – è visibile sulla sua retrocopertina; oltre a questo, alcune sue immagini sono state usate in versione leggermente alterata per i singoli da esso estratti, e anche lo stile da poster cinematografico d’antan del secondo album si ispira fortemente a questo tipo di immaginario.
Il sinistro Theme From To Kill A Dead Man, contraddistinto da una chitarra fuzz da spaghetti western, non venne incluso all’interno dell’LP, trovando posto solo all’interno del singolo compilation Glory Times e nella versione CD single di Sour Times, mentre è quella stessa canzone che fa da colonna sonora ai titoli di coda. Responsabile della regia Alexander Hemming, esordiente con questo cortometraggio e da lì in avanti, fino alla seconda metà degli anni 2000, associato sempre in quel ruolo a Faith No More, The Killers, Utah Saints e Westlife, per citare solo alcuni. Sovvertendo l’usurato cliché dell’album ideato come colonna sonora per film immaginario (quante volte l’abbiamo letto o sentito dire?) Geoff Barrow, Beth Gibbons e Adrian Utley si fecero guidare in una sorta di immersione completa nelle atmosfere da film noir di molti dei dischi proposti in veste di cacciatore di sample dal dj Andy Smith, tour dj della band e per certi versi mentore musicale del già citato Barrow, per poi decidere di tradurre davvero per immagini questo tipo di estetica.
In una vecchia intervista, il chitarrista della band Adrian Utley ha descritto in breve le influenze musicali in questa maniera: «Sempre colonne sonore, sempre in chiave minore, leggermente atonali, sghembe, tristi». Oltre ai classici John Barry e Lalo Schifrin, in molti casi queste suggestioni sonore provenivano da compositori di casa nostra, Ennio Morricone e Riz Ortolani per fare solo due esempi. A conferma di questo, in una sua intervista il film-maker Alexander Hemming ricorda: «Gli dissi che mi facevano venire in mente le colonne sonore degli anni ’70 e passammo un po’ di tempo a parlare di film che ci piacevano, cose come Ipcress File e Get Carter. Non solo le soundtrack ma anche la parte visuale. Gli strani angoli di ripresa, o anche il modo in cui le riprese venivano studiate passando attraverso o oltre qualcosa in primo piano. Una finestra, un parabrezza, uno specchio. La visuale spesso oscurata da un oggetto che vi si interpone».
La trama del corto è altrettanto ambigua, ingannevole, misteriosa. In esso seguiamo le ripercussioni dell’omicidio – per mano di un killer interpretato da Geoff Barrow – di un uomo non ben identificato, quello che presumiamo sia un criminale d’alto rango, un boss. Vediamo quella che si suppone essere la moglie di lui – interpretata da Beth Gibbons – impazzire per il dolore, salvo poi scoprire che l’omicidio iniziale era stato solo inscenato e che la stessa Gibbons, una volta rinsavita, assolda lo stesso killer per vendicarsi. La cantante recita in un insolito ruolo di “donna fatale” e contemporaneamente di (apparentemente) fragile eroina hitchcockiana. Un tipo di sdoppiamento che è stato adottato dalla stessa nelle sue interpretazioni vocali, quasi camaleontiche ed imprevedibili, tanto quanto nei suoi testi. Testi troppo spesso sottovalutati o mai compresi veramente a pieno.
Girato in un elegante bianco e nero, To Kill a Dead Man non si può definire un capolavoro, anzi. Infatti è stato spesso definito non a torto come “dilettantesco”, più simile ad un pretenzioso esperimento da studenti di cinematografia che altro. Nonostante questo, servì sicuramente a far da equivalente cinematico al nuovo tipo di estetica che la band di Bristol, efficacemente, aveva fatto propria; perlomeno fino al secondo episodio della discografia. Un tipo di estetica e di atmosfere che avrebbe ispirato miriadi di imitatori di gran parte del trip hop di seconda metà anni 90.
