Una still da “The Hardest Button to Button” dei White Stripes
Una still da “The Hardest Button to Button” dei White Stripes

The White Stripes. “The Hardest Button to Button” e l’arte di Michel Gondry

Nel mondo di Michel Gondry nulla si fa lineare. I pensieri, i gesti, i ricordi, sono essenze effimere.

Filtrato dalla sua cinepresa, il mondo viene ripiegato e moltiplicato; il suo è un habitat immaginario abitato da cloni umani e copie perfette di ricordi da eliminare. È un microcosmo segnato da stilemi e poetiche riconoscibili, prestato al cinema da film cult come Eternal Sunshine Of The Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello), o Be Kind Rewind – Gli acchiappafilm, dove due commessi di un videonoleggio rigirano in formato amatoriale grandi classici del cinema (da Ghostbusters, fino a A spasso con Daisy); e così, come i ricordi di Joel e Clementine, nelle mani di Gondry anche i film si fanno copie di altre copie. Ma prima del grande salto nella Settima Arte, la fantasia di Gondry era già al servizio dei videoclip musicali: si pensi a Come Into My World dove il regista reduplica ad libitum Kylie Minogue, Around The World dei Daft Punk, Knives Out dei Radiohead ma soprattutto al sodalizio con la band americana degli White Stripes.

Se per noi Jack e Meg White sono soprattutto gli artefici di quel Seven Nation Army che ha investito tutta Italia durante la vittoria al mondiale di calcio del 2006, il duo musicale è in realtà autore di brani iconici, tra cui The Hardest Button to Button. Nona traccia di Elephant, uno dei grandi capisaldi discografici del duo, il video che accompagna tale brano è il terzo diretto da Michel Gondry per il duo dopo Fell in Love with a Girl e Dead Leaves and the Dirty Ground.

Il risultato è un’opera capace di restituire l’abilità della band di mescolare un testo potente, a una melodia fatta di blues e garage rock, traducendo il ritmo incalzante del brano in un concept visivo che si insidia nella mente dello spettatore, per poi restarvi lì per sempre, proprio come un classico senza tempo, o un ricordo impossibile da cancellare, ma solo da reiterare.

The Hardest Button to Button - il videoclip
Un frame dal videoclip di The Hardest Button to Button

Tutta la bellezza e ipnotica attrattiva di un videoclip come quello di The Hardest Button to button sta nel ritmo e nella sua traduzione visiva a opera di Gondry. Una danza all’unisono, perfezionata da un montaggio capace di restituire a ogni nota, il giusto raccordo di montaggio. Tutto è giocato sul limite del nanosecondo; ogni elemento è curato nel più infinitesimale dettaglio; il colpo delle bacchette sulla batteria, e la comparsa (o scomparsa) degli amplificatori devono combaciare con un determinato suono, o con l’incedere di una specifica nota. In questa traduzione filologica di suono che diventa forma, e di un corpo che crea il suono, sembra quasi prendere vita, nel fertile grembo immaginifico del videoclip, le teorie lasciate al potere dell’inchiostro da Sergej M. Ejzenstein ne La forma cinematografica.

Parlando nello specifico del “montaggio metrico” il regista e teorico indagava la potenza dei pezzi, soprattutto quando questi “sono uniti insieme secondo la loro lunghezza in una formula schematica corrispondente ad una battuta musicale. Il risultato si ottiene con la ripetizione di queste battute.”. Il montaggio delle attrazioni, il montaggio-re, e pure quello metrico sovietico trova nel francese Gondry uno dei suoi vertici contemporanei. Un montaggio alla seconda, quindi, che prevede, oltre a quello che vediamo nella totalità dell’opera video-musicale, l’aggiunta di un altro montaggio, questa volta interno alle singole riprese.

Gondry si veste da prestigiatore e senza bacchetta, ma con la potenza della tecnica della pixilation compie il suo numero di magia, trasformando delle inquadrature apparentemente fisse, in un corollario di piccole sequenze composte da un numero variabile di altre inquadrature che, montate tra di loro, danno il senso del movimento. Non così dissimile dalla stop motion dei prodotti animati, Gondry enfatizza l’illusione visiva della pixilation, moltiplicando i drum-kit e gli amplificatori a ritmo di musica, restituendo quel ritmo serrato, quasi automatico, tipico delle sonorità degli White Stripes. Un tunnel ipnotico, reso ancora più intenso dal predominante trittico cromatico nero-rosso-bianco che non solo si fa marchio di fabbrica del duo (non a caso The White Stripes deriva da vecchie caramelle al gusto di menta con la carta di colore bianco e rosso di cui Meg andava pazza) ma va a colorare un ambiente urbano altrimenti anonimo, e sfumato da poche pennellate di colori.

The Hardest Button to Button vuole essere un brano ammaliante, un racconto ipnotizzante capace di far suo il proprio ascoltatore e rivelargli il livello di alienazione della propria quotidianità. Nell’arco di tre minuti e trentanove secondi, Jack White esplora il tema dell’identità, delle relazioni famigliari e della difficoltà nel comunicare i propri pensieri e/o le proprie emozioni. Il titolo stesso del brano può essere allora interpretato come una metafora sottile delle sfide continue che siamo chiamati ad affrontare, bloccati tra il prendere una decisione e agire concretamente.

Perché, come allude tra le righe lo stesso White, alcuni compiti da svolgere, per quanto semplici all’apparenza, possono rivelarsi delle insidie profonde, o degli ostacoli ardui da superare (si pensi alla strofa “I had opinions That didn’t matter, I had a brain That felt like pancake batter”). Ecco dunque comparire il senso di frustrazione e di isolamento che non solo esacerba tali difficoltà, ma alimenta anche il cuore del brano; come un fiotto di sangue che affluisce nelle arterie, così la reiterazione del titolo a fine canzone cattura il senso di lotta perenne tra sé e gli altri, ossia tra chi sente che qualcosa non va (“there’s just something wrong with you”) ma deve comunque affrontare i propri demoni all’interno della società (“Just feel like you’re the hardest little button to button”).

Elephant
Cover dell’album Elephant

La necessità di circondarsi di persone in quanto animali sociali può enfatizzare il senso di isolamento di molti, di anime sole che si sentono invisibili agli occhi degli altri. Una difficoltà che Gondry pare simbolicamente riprodurre nella solitudine dei personaggi che si reduplicano nell’indifferenza generale insieme a quegli strumenti che fanno sia da palliativo al dolore, che da arti ipertrofici di un corpo che trova nella musica, e nel ritmo sincopato e ripetuto delle note, il proprio punto di forza.

Così semplice nella sua visione d’insieme, eppure così colmo di significati, l’essenza dinamica, la reiterazione dei gesti, e l’attenzione centellinata in ogni singolo dettaglio nella sua resa visiva, fa di The Hardest Button to Button uno dei videoclip più iconici della storia della musica. Una fortuna, quella del brano, e del videoclip che lo accompagna, avvalorata dalla sua citazione in un universo impattante come quello dei Simpson; e si sa, quando entri nel mondo di Homer e co, significa che il tuo nome è di portata universale e la tua produzione creativa facilmente riconoscibile. Siamo nel 2º episodio della 18ª stagione: in Jazzy and the Pussycats Bart inizia a suonare The Hardest Button to Button, imitando il video, fino a quando la sua batteria si scontra con quella di Meg. Meg e Jack inseguono così Bart finché la folle corsa non si conclude coi due che cadono in un ponte rotto alla fine del riff.

Gli White Stripes non solo compaiono in qualità di guest star, ma si fanno soggetti di una parodia atta a valorizzare e confermare la loro impronta nel panorama musicale, forti anche della complicità di una mente avanguardista e fuori dal comune come quella di Michel Gondry. Visionario, e cullato da un’onda sperimentale e creativa, il regista francese riesce a cogliere il senso delle parole a lui offerte in prestito dal duo, conducendole verso un universo personale capace di comunicare alle anime più sensibili e attente. Un mondo in cui tutto viene ripetuto per rimanere uguale; tutto si muove per non muoversi mai; tutto sembra immutabile per poi cambiare sempre, rimanendo apparentemente identico a sé.

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