The Dandy Warhols
The Dandy Warhols, still da “Bohemian Like You”

The Dandy Warhols. “Bohemian Like You”, una manciata di accordi per una hit

Stando a recenti ricerche di mercato, gli ultimi tre o quattro anni circa hanno visto un incremento rilevante nella vendita delle chitarre, siano esse acustiche che elettriche. Un fenomeno che ha preso il via, anche comprensibilmente, durante la passata pandemia ma che non sembra ancora dare segni di vera e propria inversione di marcia. E questo nonostante tutti i profeti di sventura che davano lo strumento “rock” per eccellenza bello che spacciato. Ora, se le generazioni precedenti agli anni 2000 si sono fatte i calli sul manico della chitarra al suon delle canzoni di Neil Young piuttosto che degli AC/DC o dei Led Zeppelin, i più recenti aspiranti chitarristi e chitarriste staranno muovendo i primissimi passi memorizzando gli accordi di Wonderwall degli Oasis o di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana.

Sia gli uni che gli altri comunque, ad un certo punto del loro viaggio musicale, si sono trovati o si troveranno di fronte alla possibilità di espandere il vocabolario chitarristico grazie all’uso delle accordature cosiddette “alternative”. Un espediente questo, in realtà, utilizzato da sempre e che consente di creare mondi sonori a cui l’accordatura standard, per la sua stessa ricca e complessa ma statica natura, non consente di accedere. A prescindere dal genere, è molto probabile che uno qualsiasi dei vostri chitarristi preferiti, ad un punto o l’altro della propria carriera, si sia avvalso di una delle tantissime accordature alternative a disposizione. Tra le più usate ci sono le accordature aperte, chiamate così perché pizzicandole a vuoto – ovvero senza premere le corde sulla tastiera – formeranno un accordo già completo.

Uno dei chitarristi che hanno hanno fatto proprio questo tipo di espediente tecnico, rendendolo vero e proprio marchio di fabbrica, è senza dubbio l’indistruttibile Keith Richards. In particolare, dai primi anni ’70 ai giorni nostri, il britannico è associato all’uso del cosiddetto “open G tuning”, l’accordatura aperta di Sol. Riguardo a questa sua evoluzione musicale, lo stesso Richards ha raccontato all’interno della sua autobiografia Life: “La grande scoperta, alla fine del 1968 o all’inizio del 1969, è stata quando ho iniziato a suonare l’accordatura aperta a cinque corde. Questo ha trasformato la mia vita. (…) Pensavo davvero di non riuscire a ottenere più nulla dall’accordatura standard. Non stavo più imparando; non stavo ottenendo alcuni dei suoni che volevo davvero. Ho sperimentato con le accordature per un bel po’ di tempo. La maggior parte delle volte ho scelto accordature diverse perché avevo una canzone e la sentivo nella mia testa, ma non riuscivo a tirarla fuori dall’accordatura convenzionale, in qualsiasi modo la guardassi. Volevo anche provare a tornare indietro e usare quello che molti vecchi chitarristi blues suonavano e trasportarlo all’elettrico, mantenendo però la stessa semplicità e immediatezza di base, quella spinta pompante che si sente con i chitarristi di blues acustico. Suoni semplici, ossessionanti e potenti”.

L’incontro con il virtuoso della chitarra slide statunitense Ry Cooder risulterà a sua volta fondamentale per questa nuova scoperta, come Richards ha ulteriormente ricordato: “Ry Cooder è stato il primo che ho visto suonare l’accordo di Sol aperto – e tanto di cappello a lui per questo. Poi mi ha mostrato come funziona l’accordatura in Sol aperto, anche se lui la la usava esclusivamente per suonare lo slide e aveva ancora la corda più bassa. (…) Io ho deciso che era troppo limitante. Ho scoperto che la sesta corda era d’intralcio. Dopo un po’ ho capito che non ne avevo bisogno; non sarebbe mai rimasta intonata ed era fuori luogo per quello che volevo fare. Così l’ho tolta e ho usato la quinta corda come nota bassa. Non dovevo neanche preoccuparmi di picchiare involontariamente la corda superiore, creando armonici e suoni che non servivano”.

Un cambiamento paradigmatico non da poco questo, visto che Keith Richards ha composto gli inconfondibili riff di alcuni dei più grandi classici dei Rolling Stones: Honky Tonk Women, Brown Sugar, Tumbling Dice, Happy e Start Me Up, tanto per fare solo qualche esempio, con gli accordi costruiti proprio su questo modello. Unendo l’idioma blues con la sintetica immediatezza del pop e l’attacco aggressivo del rock. Una ricetta vincente, magicamente costruita su una manciata di accordi e ripresa infinite volte nel corso dei decenni, rendendo immancabilmente riconducibile agli Stones qualsiasi canzone si basi su di essa. Come è il caso di Bohemian Like You dei Dandy Warhols.

Pubblicata nel luglio del 2000 come secondo singolo dal terzo album in studio del gruppo, Thirteen Tales from Urban Bohemia, Bohemian Like You è canzone è stata scritta dal frontman della band, Courtney Taylor-Taylor. A proposito della sua genesi, nel corso di un intervista rilasciata al The Guardian, il cantante e chitarrista ha cosi spiegato: “Un’auto si fermò davanti al mio appartamento a Portland, nell’Oregon. Prima che i Dandy Warhols firmassero per la EMI, facevo il meccanico, quindi conoscevo il veicolo: una BMW 320i del 1980-81 con un pannello posteriore in primer, l’onnipresente BMW economica. Alla guida c’era una donna dall’aspetto superfigo, con i capelli ossigenati e la ricrescita nera e una camicia indossata su un top rosa. Il semaforo cambiò e lei partì, proprio quando iniziai a pensare che se l’auto si fosse bloccata, avrei potuto scendere e dire: “Ehi, posso ripararla”. Invece, ho tirato fuori Bohemian Like You in circa cinque minuti (…) Il testo e il titolo riassumevano la ragazza – i suoi tatuaggi, la macchina – e il modo in cui i Dandy si vestivano allora, direttamente dai negozi di usato. Mia madre ci chiamava hipster, ma ‘bohemien come te’ suonava meglio di ‘hipster come te’”.

Il riff blues-rock di chitarra sul quale si basa praticamente tutta la canzone è, per ammissione dello stesso Courtney, un imitazione maldestra dei Rolling Stones, anche se come ha poi aggiunto: “L’esecuzione del brano è stata ispirata dai vecchi dischi dei Kiss. Mi piaceva molto il fatto che copiassero così male i riff degli Stones”. In onore forse della stessa band britannica e della loro proverbiale dissolutezza, i Dandy Warhols decisero di fare organizzare delle sessioni di registrazione degne di quelle, leggendarie, di Exile on Main St. O per lo meno, di una versione più consona agli usi e costumi degli hipster della Portland dell’epoca. Stando a quello raccontato da Brent DeBoer, batterista della band: “È stata la session più selvaggia che abbiamo mai fatto. Abbiamo affittato una grande palestra in pietra e l’abbiamo trasformata in un ambiente folle e psichedelico, con amici che giocavano a strip poker, un frigorifero pieno di birre e tutte le altre cose che potete immaginare. Avevamo una stufa che sparava getti di fuoco. Dal garage sottostante usciva monossido di carbonio e la gente correva in giro, lottava e si tuffava l’una sull’altra”.

Il videoclip della canzone, diretto dallo stesso Courtney Taylor-Taylor, in un certo senso prende ispirazione da questi due retroscena, incrociandoli, e mostra la band che suona in un bar karaoke mentre diverse persone cantano il testo della canzone stessa, visualizzato sul televisore del bar, come è appunto uso in questo genere di situazioni. Su questo schermo appare una sorta di video-nel-video di carattere soft-porn che si riaggancia per immagini ed atmosfere al racconto del cantante ed alle sue fantasticherie riguardo alla misteriosa ragazza al volante della BMW. Per completare l’atmosfera di gioiosa debosciatezza, il karaoke si trasforma presto in uno scatenato party, Portland style. È inutile dire che, contenendo scene di nudo sia maschili che femminili, nel corso degli anni il clip è stato trasmesso per lo più in versione pixellata.

Alla sua uscita originale il singolo non riuscì a raggiungere posizioni di rilievo nelle classifiche di vendita; un insuccesso solo parziale e temporaneo visto che, un anno dopo circa e grazie alla sua inclusione in un famoso spot pubblicitario, il brano si aggiudicò posizioni di rilievo nelle charts di mezzo mondo, Italia compresa. A testimonianza che la magia di una manciata di accordi di chitarra (anche un po’ diabolica, ricordate la leggenda di Robert Johnson?) è rimasta inalterata nei decenni, passando dai primi bluesman del Delta del Missisipi ai rocker della “British invasion” come i Rolling Stones per arrivare finalmente al successo planetario degli “hipster” statunitensi degli anni 2000.

Come ha ricordato il già citato Brent DeBoer: “Prima di Bohemian…, nessuno veniva mai nei backstage dei nostri concerti, ma dopo che è entrata nella Top 5 di tutti quei paesi, tutte le band più cool con “the” nel nome volevano stare con noi”.

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