Moby in un frame da "Porcelain"

“Porcelain”. Amare qualcuno con cui non dovevi stare: il pianto malinconico di Moby

Il brano Porcelain ha una storia che l’accomuna a quella dell’album da cui è estratto: Play. Proprio come il pezzo, anche l’album, secondo il suo autore, non aveva molte chance di successo, tant’è che lo stesso producer e DJ aveva seriamente preso in considerazione il ritiro dalle scene qualora anche quell’ennesimo prodotto avesse deluso pubblico e critica. Convinto da diversi amici e colleghi produttori a pubblicare comunque, le paure peggiori si riversarono quindi sulla tracklist e proprio Moby non era convinto al 100% del potenziale di un brano come Porcelain. Quest’ultimo, infatti, è stato incluso solo all’ultimo minuto, Melville riteneva alquanto insufficiente la sua produzione e, inoltre, considerava la sua interpretazione vocale mediocre. E invece… l’accoglienza fu entusiastica. «Un piccolo frammento lussureggiante che suona come un nastro da un EP dei Magnetic Fields», commentava Alexandra Marshall di MTV. «Scivola lentamente giù nelle gole come il litio», le parole di Pitchfork.

Sesto singolo estratto dall’album, Porcelain usufruì perfettamente della rotazione quotidiana di MTV, che mandò a ripetizione il suo videoclip (quell’occhio che ci fissa, ci scruta, indaga e si emoziona è un’immagine praticamente indelebile per chiunque sia cresciuto a pane e MTV nel corso dei mitici anni Novanta), per non parlare poi della sua inclusione nella soundtrack di The Beach, forse uno dei punti meno apprezzati della carriera di Danny Boyle, ma che fu oggetto di una campagna marketing schiacciasassi che catalizzò l’attenzione, specialmente avendo l’astro nascente Leonardo DiCaprio nel cast, all’epoca reduce dal successo planetario e senza precedenti di Titanic. Così come cinematografica è la stessa ossatura del pezzo, ottenuta mandando a ritroso un frammento del brano Fight for Survival composto da Ernest Gold per il film del 1960 Exodus (il frammento è udibile andando al secondo 0:37 del brano).

Non ce ne voglia Nick Brandt, ma al suo abbiamo sempre preferito il videoclip di Jonas Åkerlund (già al lavoro con Metallica, Madonna e Iggy Pop). Al contrario del primo videoclip, il secondo venne pensato esclusivamente per il mercato europeo e non uscì sul suolo americano fino alla commercializzazione di Play: The DVD. Non si fa fatica a capirne il perché: il video in questione è tutto giocato su un simbolismo molto d’impatto e sicuramente più consono al gusto europeo che non a quello americano, per il quale venne confezionato il primo video, dove vediamo un Moby imbambolato all’interno di un auto senza guidatore che si dirige inesorabile verso un precipizio («In my dreams I’m dying all the time»), molto ancorato sia nell’estetica che nella regia al suo tempo (inizialmente sembra quasi ricalcare le atmosfere di Matrix, uscito pochi mesi prima nelle sale). Åkerlund dal canto suo adotta un approccio più astratto, mettendo al centro dell’inquadratura un occhio glitterato al cui interno possiamo ammirare il volto di Moby – sempre completamente anestetizzato, quasi fosse in trance – che canta le strofe della canzone. In seguito si alternano diverse figure, come il volto di una donna, quello di due bambini, delle mani su un pianoforte che esegue le caratteristiche note del brano, un anziano che sorride beatamente, alcune immagini religiose.

Nel raccontare la sofferenza di un amore destinato a finire, il videoclip non può fare a meno di trovare una nota positiva in tutto questo: il ricordo. Anche se finito male o destinato a soccombere, il ricordo di questo amore rimarrà conficcato nella mente del soggetto, fino a diventare il motore di un brano destinato anch’esso a rimanere nella mente di milioni di ascoltatori. Ecco cosa ebbe a dire Richard Melville del suo brano.

Sono stato molto coinvolto in questa storia con una donna davvero meravigliosa che io ho amato molto. Ma sapevo nel profondo del mio cuore che non avremmo mai avuto una relazione veramente romantica. Quindi era come essere innamorato di qualcuno con cui non dovevi stare.

Un requiem moderno per un amore destinato a fallire e, come in un eterno ritorno, a farci innamorare ripetutamente, all’infinito, schiacciando sul tasto play, facendo scorrere le note di Porcelain.

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