Kate Bush
Kate Bush, still dal video di "Running Up That Hill" (1985)

Kate Bush. “Running Up That Hill”, un patto con Dio

3 agosto 1985: nel numero del popolare (ai tempi) settimanale britannico NME in uscita quel giorno, la periodica rubrica Where Are They Now? – una sorta di Chi l’ha visto a tema musicale – dedicava la sua attenzione a Kate Bush, allora ventisettenne, dandola per dispersa, senza contratto discografico, probabilmente ormai spacciata dal punto di vista artistico. Immaginiamo la sorpresa dei redattori della rivista quando, solo due giorni dopo, nei negozi di dischi comparve il singolo Running Up The Hill, apripista dell’album Hounds Of Love, quinto della discografia della cantante britannica e che ne avrebbe seguito di poche settimane la pubblicazione.

Il mio desiderio non era quello di essere famosa, ma di fare qualcosa di interessante dal punto di vista musicale.
Kate Bush

In effetti i dubbi riguardo alla carriera della Bush non erano del tutto ingiustificati. Senza contare che l’ultimo suo singolo ad entrare nelle Top 10 britanniche risaliva al 1981; il suo ultimo LP, The Dreaming, pubblicato nel settembre del 1982, non era diventato esattamente il successo di vendite che molti, la sua casa discografica EMI in primis, avrebbero desiderato. A questo si aggiungeva una sorta di ostilità strisciante sempre più crescente verso l’artista. La sua ambizione e visionarietà venivano viste da alcuni come pretenziosità o dilettantismo.

Come esempio di questo fatto, in una famosa intervista ad un magazine specializzato, il produttore Hugh Padgham – che a The Dreaming aveva per breve tempo lavorato – si era lasciato andare dichiarando: «Dopo un po’ non riuscivo più a sopportarla. Non aveva la minima idea di come funzionano le sonorità e non capiva perché, se si mettono 150 strati, non si riesce a sentirli tutti. Con Peter Gabriel ogni strumento ha molto più spazio intorno a sé. Lei prendeva cento cose e voleva che funzionassero tutte insieme, ma non funziona così. Lei non voleva ascoltare. Per quanto mi riguarda, quando facevamo quelle sessioni tutto suonava di merda. Mi ha fatto incazzare».

Il vero problema era che, pur nella sua spiazzante, bizzarra ed a tratti feroce bellezza, quell’album risultava troppo scuro, criptico e sperimentale per il grande pubblico. A salvarlo da un mezzo fiasco commerciale non era bastata nemmeno la potente macchina promozionale messa in moto per promuoverlo. Ma nonostante questo, o forse proprio per questo, il duro lavoro che si nascondeva dietro la sua complicata genesi aveva anche gettato le basi per la stupefacente evoluzione che il disco seguente avrebbe maturato.

Kate Bush, still dal video “Running Up That Hill” (1985)

The Dreaming era stato pesantemente influenzato dalla sua faticosa produzione e risentiva dell’atmosfera claustrofobica che le lunghe ed estenuanti sessioni di registrazione – effettuate in vari studi londinesi – avevano lasciato dietro di sé. Di quell’esperienza l’artista era comunque riuscita a fare tesoro, prima di tutto nella facilità con cui aveva imparato ad usare lo studio di registrazione come se fosse un ulteriore strumento a disposizione, secondariamente nella quasi simbiosi musicale raggiunta con l’iconico Fairlight CMI (Computer Musical Instrument), il primo sintetizzatore-campionatore digitale reso famoso anche da Peter Gabriel, Herbie Hancock, Mike Oldfield, Jean-Michel Jarre e Nick Rhodes. Secondo la stessa Bush, una delle tappe più importanti della sua carriera è stata la decisione di ritirarsi, nell’estate del 1983, nella natia campagna del Kent, nella fattoria di proprietà della propria famiglia per recuperare energie ed ispirazione e rimettersi al lavoro con rinnovato vigore. Ed è proprio qui, in un fienile restaurato e riadattato, che fece costruire uno studio professionale a 24 tracce, rivoluzionando il proprio processo creativo, alternando fasi di composizione al piano, Fairlight e drum machine Linn con la sola assistenza dell’allora fidato collaboratore artistico e compagno di vita Del Palmer nell’appartamento da loro condiviso, per poi andare a sovraincidere ed affinare al banco di regia principale.

E fu proprio Running Up The Hill ad essere composta per prima, di getto, in una sola sera. Il percussivo, tribale pattern di batteria elettronica programmato da Palmer, la sequenza di accordi di pianoforte e gli inconfondibili ganci melodici composti dalla Bush che, grazie alle inimitabili sonorità del Fairlight, diventavano ancora più caratteristici e indimenticabili. Come se tutto questo non bastasse a rendere la canzone un hit istantaneo, il testo, particolarmente ispirato, intenso e misterioso.

A questo proposito, Kate Bush è stata più volte invitata a rivelarne il significato. Nei primi anni ’90, nel corso di un’intervista rilasciata alla BBC, la cantante ha così spiegato: «Quello che stavo cercando di dire è che, in realtà, un uomo e una donna non possono capirsi proprio perché appartenenti a due generi diversi. Ma se potessimo scambiarci i ruoli, vivere l’uno al posto dell’altro per un po’, beh credo che saremmo entrambi molto sorpresi di quello che andremmo a scoprire! Penso che porterebbe l’uno ad avere una maggiore comprensione dell’altro. L’unico modo in cui ho pensato questo scambio di ruoli potesse essere possibile… fosse grazie ad un un patto con il diavolo. Ma poi ho pensato: “Beh, no, perché non un patto con Dio?” Perché in un certo senso l’intera idea diventava molto più potente».

Kate Bush
Kate Bush, still dal video “Running Up That Hill” (1985)

Nota originariamente come A Deal With God, la canzone divenne subito motivo di preoccupazione per la EMI, che espresse dei dubbi proprio sull’evocativo ma controverso titolo. Kate ha ulteriormente raccontato: «Per me si chiama ancora Deal With God, ma ci fu detto che se avessimo mantenuto questo titolo, il disco non sarebbe stato suonato in nessuno dei paesi cattolici più osservanti. L’Italia, la Francia, l’Australia, l’Irlanda, in nessuno di questi paesi sarebbe stato trasmesso alla radio. In generale ci avrebbero censurato solo perché c’era la parola Dio nel titolo». E così, pur a malincuore, la cantante decise di accettare il compromesso pur di salvare un album cosi faticosamente prodotto. Ma questo non sarebbe stato l’ultimo ostacolo posto dal sistema mediatico tra il suo singolo ed il successo di pubblico che più che meritatamente l’attendeva.

Il video della canzone, secondo le intenzioni della sua autrice, doveva svolgere due importanti funzioni. Innanzitutto voleva segnalare una sorta di definitivo congedo dal modello album-tour promozionale-album secondo il quale la carriera di ogni musicista che si rispetti doveva venire scandita in quegli anni. Il lavoro in studio di registrazione al quale Kate si era ormai abituata era diventato prioritario, oltre che fonte di ispirazione per progetti visivi creativamente più soddisfacenti. Un campo, quello dell’arte visuale e dei videoclip, nel quale il suo interesse si stava sempre più accentuando. Come qualche anno dopo avrebbe dichiarato: «Mi è piaciuto molto lavorare con i video, perché inizialmente avevo immaginato alcune delle mie canzoni come dei veri e propri cortometraggi». Oltre a questo, il suo concept di base voleva essere anche un’ultima incursione nel mondo della danza. Una specie di addio a quella che era stata la sua disciplina artistica preferita, parallelamente alla musica, e fin dalla più tenera età.

Diretto da David Garfath – professionalmente attivo soprattutto negli anni ’70 in veste di cameraman, tra Gran Bretagna e Stati Uniti, nei film Superman II e Superman III, L’impero colpisce ancora, Brazil, Pink Floyd’s The Wall e Un lupo mannaro americano a Londra, solo per citare qualche titolo, per poi diventare principalmente regista di spot pubblicitari – il video ha come unici protagonisti la stessa Kate ed il ballerino Michael Hervieu. Su una coreografia ideata dalla statunitense Diane Grey – proveniente dalla prestigiosa compagnia di Martha Graham – i due, con indosso abiti tipicamente giapponesi, interpretano gli amanti che il testo stesso della canzone descrive. La coreografia si ispira alla danza contemporanea, con un gesto ripetuto che suggerisce il tendere di un arco e che sarebbe anche servito da ispirazione per la foto di copertina del singolo in cui la Bush posa con un vero arco e una freccia. I due protagonisti si cercano tra folle di sconosciuti mascherati ma vengono trascinati via l’uno dall’altro in direzioni opposte attraverso un lungo corridoio da un flusso infinito di figure anonime che indossano maschere realizzate con immagini dei loro stessi volti.

Michael Hervieu in “Running Up That Hill” (1985)

Un concept nato anche dalla frustrazione provata dalla cantante, convinta che nei video musicali una forma d’arte come quella della danza venisse banalizzata, e per questo realizzato con cura, rigore ed autenticità. A confermare ancora una volta i suoi sospetti riguardo all’industria dei media, la scelta di MTV di non trasmettere questo video all’epoca della sua immediata pubblicazione, preferendogli invece un’esecuzione dal vivo della canzone, registrata in questo caso durante una sua esibizione all’interno di un programma televisivo della BBC, la prima nel Regno Unito dopo un assenza di quasi tre anni. Secondo Paddy Bush, fratello di Kate ed in molte fasi della sua carriera collaboratore e consigliere, «MTV non era particolarmente interessata a trasmettere video che non avessero movimenti labiali sincronizzati. A loro piaceva l’idea che la gente cantasse le canzoni».

L’uscita di Hounds Of Love venne salutata da un coro di lodi praticamente unanime da parte della stampa specializzata. A solo poche settimane dalla pubblicazione dell’articolo dedicato alla “scomparsa” della Bush, lo stesso NME arrivò a pontificare: «La nostra Kate è un genio, la più rara artista solista che questo Paese abbia mai prodotto. Ha piegato gli scettici ai propri voleri. La “figlia dell’azienda” alla fine ha fregato il sistema e ha prodotto il miglior album dell’anno».

Running Up That Hill è diventata il più grande successo della Bush dopo Wuthering Heights, rilasciata sette anni prima, raggiungendo la terza posizione nelle classifica del Regno Unito, mentre, nel nostro Paese si dovette accontentare solo del ventiduesimo posto. Il rinnovato successo riscontrato nel 2022 dimostra che forse, collettivamente, stiamo imparando ad apprezzarla e capirla solo ora.

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