Gli Stones: il sesso, la droga e la morale in “We Love You”
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Stefano Solventi
- 31 Agosto 2022
Usciva nell’agosto del 1967 We Love You dei Rolling Stones, con Dandelion come lato B. Negli States, a titolo di curiosità e per la cronaca, i lati vennero invertiti, con risultati non eccelsi se confrontiamo l’ottavo posto nelle classifiche inglesi contro il cinquantesimo di quelle americane. Altra curiosità: è l’ultimo lavoro che vede tra i crediti il nome del produttore Andrew Loog Oldham: Their Satanic Majesties Request, uscito nel dicembre successivo, vede infatti gli stessi Stones alla produzione. Parliamo dell’album psichedelico dei cinque londinesi, una formidabile anomalia nella loro carriera che peraltro si apprestava a imboccare il periodo “imperiale” di fine anni 60s, con capolavori come Beggars Banquet (dicembre ‘68) e Let It Bleed (novembre 1969), prodotti forse non a caso dall’ottimo Jimmy Miller.
Fin troppo automatico considerare il Satanic come un lavoro lanciato all’inseguimento delle avventure lisergiche dei colleghi Beatles, il cui Sgt. Pepper era uscito nel giugno di quello stesso ‘67 come incipit ideale della cosiddetta Summer Of Love. Va detto che si trattava di un mood che eccedeva i pur immensi Fab Four, un vero e proprio spirito del tempo in direzione del quale gli aghi delle bussole venivano inevitabilmente attratti e di cui la pop music assumeva ben volentieri il ruolo di alfiere sulle due sponde dell’oceano (basti citare Surrealistic Pillow dei Jefferson Airplane – febbraio ‘67 – per quanto riguarda le sponde californiane e l’esordio dei Pink Floyd col pazzesco The Piper at the Gates of Dawn – agosto – sbocciato nel ventre visionario della City).
Tornando agli Stones, critica e fan sostanzialmente concordano nel giudicare questa deviazione psych fuori dalle loro corde. Tuttavia, il Satanic ha rivelato nel tempo consistenza e brillantezza tanto insolite quanto preziose, soprattutto per come faceva emergere il dark side acido ed esotico di un Brian Jones nel pieno della fregola nordafricana. È particolarmente vero per We Love You, incisa praticamente nelle stesse sessioni ma che non farà parte della scaletta dell’album: il pezzo è strutturato su un doppio riff – ossessivo il primo, febbricitante il secondo – di pianoforte (a cura di Nicky Hopkins) e mellotron (ci pensa Jones), su cui le voci svolazzano come apparizioni bizzarre (ai cori troviamo nientemeno che Lennon & McCartney) e le chitarre sfarfallano demoniache (anche in reverse), il tutto mentre la ritmica procede col passo stolido/sordido di un blues sul punto di farsi droning.

Musicalmente il salto da Between The Buttons (album pubblicato nel gennaio precedente) è considerevole, anche se in fondo già quell’impasto di R’n’B’, folk e baroque pop tradiva chiari segni di impollinazione psichedelica (merito soprattutto di un Brian Jones in stato di grazia mercuriale). Ma We Love You è importante anche per altro.
I fatti ci riportano al 12 febbraio del 1967. Siamo a Redlands, la tenuta di campagna di Keith Richards nel West Sussex. È un freddo mattino, la festa in corso dalla sera precedente si sta concludendo in una nebbia di postumi chimici (va ovviamente considerato tutto ciò che poteva significare il termine “festa” a casa Richards nel 1967). Tra i molti amici presenti, ovviamente non manca il “gemello luccicante” Mick Jagger assieme all’allora fidanzata Marianne Faithfull, oltre al fotografo Michael Cooper (a lui si deve lo scatto di copertina di Sgt. Pepper), George Harrison con la moglie Pattie, forse anche Eric Clapton, nonché il celebre mercante d’arte Robert Fraser. D’un tratto bussano alla porta. Richards stesso racconta che, affacciatosi alla finestra, vide «un’intera comitiva di nani, e tutti vestiti allo stesso modo». In realtà si trattava di un contingente (19 elementi) della Squadra Antidroga di Norman “Nobby” Pilcher, in possesso di regolare mandato di perquisizione. Di fronte al tentativo di mettere a conoscenza un non lucidissimo Keith della situazione, l’ineffabile avrebbe ribattuto: «Ah, è molto carino da parte vostra, ma non fa per niente caldo lì fuori, venite a leggere il mandato davanti al caminetto».
Quello che sarebbe passato alla storia come il “Redlands bust” – un blitz organizzato a quanto sembra grazie alla fattiva collaborazione del tabloid News Of The World – si concluse con arresti e accuse che sfociarono nella sentenza di condanna del 29 giugno: tre mesi di carcere a Jagger per possesso di anfetamine e un anno a Richards per avere consentito l’uso di cannabis nella sua abitazione. Un mese più tardi, il 31 luglio, le accuse caddero. Ma il processo aveva alimentato un dibattito diffuso e feroce sui media, che se da un lato sollevava la questione della sempre più stretta relazione tra droghe e showbiz, dall’altro poneva il senso comune di fronte alla necessità di riconsiderare il punto di vista morale nei confronti dell’uso degli stupefacenti, pratica ormai diffusa a ogni livello e riflesso di un cambiamento culturale profondo.
La pubblicazione di We Love You, nel cuore di quell’agosto in cui bruciava il cuore stesso della Summer Of Love, assume un senso pieno e forte proprio alla luce di quest’ultima considerazione. Come del resto il relativo clip girato da Peter Whitehead – già noto per avere diretto importanti pellicole sugli Stones e sulla controcultura inglese – ribadisce esplicitamente.
Si considerino innanzitutto questi versi:
We don’t care if you hound we
And love’s that all surround we
Love can’t get our minds off
We love you, we love you
You will never win we
E ancora:
Your uniforms don’t fit we
We forget the place we’re in
‘Cause we love you
Presi di per sé, letteralmente, somigliano proprio a una chiosa ironica ma tutto sommato bonaria della vicenda giudiziaria, anche se in questi Stones che indossano panni hippies qualcosa stride: non ce li vedi granché a predicare pace e amore, oltretutto facendosi così portavoce di istanze culturali e generazionali sempre più sbilanciate verso un misticismo in molti casi annacquato, ipnotico ma tutto sommato innocuo, lontanissimo dalle turbolenze urbane e dagli attriti morali che avevano contraddistinto la loro riarticolazione dei blues afroamericani in terra d’Albione. Ma se quei versi li ascolti immersi nel loro buglione sonoro, ecco il cambio di segno: la psichedelia degli Stones è avariata, intossicata, scettica, persino indifferente, legata più a un fluire misterioso, selvaggio e (quindi) minaccioso di energie che non alla necessità di adeguarsi al cambiamento dei paradigmi culturali. In un certo senso, la parentesi psichedelica degli Stones fu un modo per calare una pietra tombale sulla possibilità stessa che gli Stones potessero darsi alla psichedelia (e forse un annuncio mortuario della psichedelia stessa).
Il videoclip, che oggi viene proposto in versione rimasterizzata 4K, è intriso di riferimenti piuttosto espliciti alla disavventura giudiziaria. La pantomima del processo, alternata alle sequenze in sala d’incisione, vede Richards nelle vesti di un giudice cialtronesco e la coppia Jagger/Faithfull impegnata a produrre pose plastiche & afasiche, con effetto più agghiacciante che esilarante. Probabilmente la scena in cui Marianne deposita una pelliccia sul banco del giudice, sollevata la quale emerge un Mick adamitico, allude alla voce che imperversò nelle cronache, secondo la quale la ragazza venne sorpresa dall’incursione a Redlands completamente nuda e avvolta in un tappeto di pelle d’orso. La storia è confermata da Keith (secondo il quale Marianne era nuda perché «si era fatta un bagno al piano di sopra»), il quale però smentisce del tutto la veridicità di un’altra leggenda, relativa ad un gioco erotico interrotto dal blitz che avrebbe visto coinvolti Jagger, Faithfull e una barretta di Mars, leggenda che pure per anni è stata tramandata tra gli appassionati di rock particolarmente votati ai risvolti scandalistici delle situazioni.

Il video è interessante tuttavia anche per l’istantanea scattata su quella particolare fase della vicenda artistica e umana degli Stones: i primi piani lividi, il volto inebetito di Jones, le espressioni diversamente concentrate di Watts e Wyman, la disinvoltura animale di Jagger di fronte al microfono e il piglio accorto di Keith a chitarra e tastiera, raccontano una storia di creatività vicina a deflagrare e dinamiche interne sul punto di slogarsi, proprio come si stava divaricando la vicenda degli Stones dalle sorti del loro Paese. Del resto, come ha dichiarato Richards nell’imprescindibile autobiografia Life, il 1967 fu «l’anno spartiacque, l’anno in cui caddero le cuciture». L’anno in cui gli Stones capirono di essere diventati «il punto focale di un establishment irrequieto!». Tutto il resto, come ben sapete, è puro, sporco rock’n’roll.
