Westworld

Westworld, commento all’episodio 2×09 (“Vanishing Point”)

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

Dopo un’ottava puntata che si è dimostrata il primo vero punto di stasi dell’intera seconda stagione, il «gioco» ha ripreso il suo normale corso, riacquistando quel climax ascendente che ha caratterizzato tutti gli episodi precedenti e che convoglierà nell’atteso gran finale. Indipendentemente dal complicato intreccio spazio-temporale proposto da Jonathan Nolan e Lisa Joy, tutte le linee narrate presentate (passate, presenti e future) sono tornate sui propri binari e hanno consolidato una volta per tutte il proprio punto di arrivo: «The Forge» è l’area gestita esclusivamente dalla Delos, situata nella tanto desiderata Valley Beyond e contenente l’enorme database ricco di tutte le informazioni prelevate segretamente dal comportamento dei guests (in poche parole, un compendio su cos’è l’umanità). One final game…

Una meta che si è dimostrata essere il punto nevralgico degli spostamenti dei personaggi principali, sia nella forma vendicatrice di Dolores (che pur di continuare la sua marcia perderà il suo alleato più importante) sia in quella malinconica e speranzosa del nativo Akecheta e sia in quella oscura, misteriosa e amorale tipica di William e Ford; di quest’ultimo, ormai sibillino conglomerato di “dati fantasma” nella testa di Bernard, finalmente capiamo le motivazioni (almeno in parte) e niente sembra poterlo frenare dall’incentivare l’alba della specie androide, l’unica che sembra destinata ad un futuro certo su questo pianeta («Menkind is poised midway between Gods and the beasts… and that may be true at Plotino’s time but clearly we’ve fallen quite a bit since then»).

Come si era capito dagli esperimenti condotti sul suo fondatore, l’obbiettivo della Delos non è mai stato creare solamente la macchina perfetta: l’evoluzione della robotica è sempre stato un pretesto per costruire quell’infallibile guscio adatto ad ospitare la multiforme personalità di un uomo che aspira alla vita eterna, e il superamento della mortalità può funzionare solo se a monte c’è una riproposizione fedele della sua natura più profonda («This men of stone… all this sadness, all this pain… so they can patch up the hole in their own broken code»). Infinitamente sfaccettata, tremendamente volubile, occasionalmente contraddittoria e assoluta detentrice del libero arbitrio, la specie umana trova la sua rappresentanza più drammatica nella figura dell’Uomo in Nero, diviso tra realtà e finzione, ricordi e allucinazioni, obbiettivi e affetti, dolore e inganno, amore e morte («Is this real?»).

Nel corso della sua lunga vita, William ha imparato ad indossare una maschera per coprire la sua indole più violenta e, proprio per questo, è tragicamente destinato ad avere sulla coscienza la perdita di tutti i suoi cari («If you keep pretending, you’re not gonna remember who you are»). Dal suicidio della moglie Juliet (per la prima volta le vediamo il volto distrutto dalla depressione, ed è quello della brava Sela Ward) al fatale rapporto con la figlia che stenta a riconoscere come vera, William non può far altro che rigettare quella realtà mortifera che gli ha portato solo dispiaceri e lacerazioni, e quel suo ultimo atto disperato che l’episodio ci mostra è la conferma di quanto ancora una volta la serie, scombinando continuamente le sue carte, riesca a parlare direttamente allo spettatore, privato di ogni certezza e dubbioso della sua visione («What is a person, rather a collection of choices? Where those choises come from? Do I have a choice? Have these choices always been mine, to begin with?»).

Creatori e creature, dominatori e dominati, direttori e dipendenti, questi rapporti gerarchici sono alla base dell’architettura narrativa proposta da Westworld, ma ce ne uno che dagli esordi della stagione li tiene tutti uniti e dà loro una senso più profondo: quello tra genitori e figli. Questa volta a ribadire il concetto pensa direttamente il perno intorno al quale ruota tutto il racconto, la “divinità profana” incarnata nella figura di Ford. Ad Anthony Hopkins basta un delicato ed “astratto” bacio sulla fronte di Maeve per farci capire quanto amore ci possa essere dietro l’atto della creazione e quanto affetto possa rimanere anche dopo la ribellione dei figli (e qui i riferimenti letterari si possono sprecare, Shakespeare e Milton su tutti). Mentre non può più avere controllo su Dolores, perché più figlia della rabbia di Arnold, la soprannaturale Maeve sembra essere l’unica in grado di ascoltare e comprendere quel “padre” tanto premuroso quanto assente. («And all of the hosts I made, you, Maeve, were my favourite. It isn’t easy to contemplate letting your children die… you’re the closet I got having one. You stay in this world for saving your child… so am I»). Non ci resta vedere come si svilupperà la partita finale di questa stagione.

SentireAscoltare