Torna Leo Nucci, Rigoletto per eccellenza
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Daniele Follero
- 1 Giugno 2009
Rigoletto di Giuseppe Verdi – Teatro Comunale di Bologna (29 Aprile – 8 Maggio 2009)
Riproporre un allestimento può avere varie motivazioni. Nel caso della ripresa del Rigoletto con la celebre regia di Giancarlo Cobelli, andato in scena al Comunale cinque anni fa con la direzione musicale di Daniele Gatti, i motivi della scelta sono molteplici: innanzitutto, l’affezione del pubblico all’opera verdiana, uno dei titoli più amati dalla platea bolognese (e non solo). Secondo, ma non certo per importanza, il fattore economico: una riproposizione costa meno di un nuovo allestimento di un certo livello. Terzo, nel caso specifico, il successo ottenuto dalla precedente versione, che, in momenti di crisi dell’Opera come questo, rappresenta pur sempre una garanzia e non comporta eccessivi rischi.
Se poi, tra gli interpreti, ci sono cantanti come il baritono Leo Nucci (il Rigoletto per eccellenza) e il tenore Roberto Aronica (che abbiamo recentemente avuto modo di apprezzare a Bologna nell’interpretazione della Messa da Requiem di Verdi con la regia di Georges Prȇtre), peraltro già presenti nell’allestimento di Cobelli, le aspettative di una buona riuscita aumentano.
E poi, diciamoci tutta la verità: al pubblico bolognese le regie “classiche” piacciono molto di più delle rischiose attualizzazioni dei soggetti. E, da questo punto di vita, il Rigoletto in questione (riadattato da Ivo Guerra), pur potendo vantare bellissime scene, costruite sulla minuzia del dettaglio e su interessanti giochi prospettici (il cortile del palazzo del Duca, rappresentato da un suggestivo quanto minimale corridoio che si perde nella profondità della scena) non rappresenta proprio il massimo della sperimentazione.
A contribuire involontariamente alla bellezza della scena ci ha pensato il soprano russo Olga Peretyatko, donna affascinante ancor più che brava cantante. Peccato solo che Leo Nucci sia stato fermato da un’indisposizione dopo le prime tre recite e non abbia potuto festeggiare proprio con tutti (e neanche con noi, che per scelta preferiamo evitare le Prime) i suoi quarant’anni di carriera.
Altro gradito ritorno, quello di Bruno Bartoletti, esperto e pluripremiato direttore nel campo dell’Opera, che mancava da Bologna da dieci anni, nonostante avesse fatto la sua fortuna a Firenze, ad appena un centinaio di chilometri dal capoluogo emiliano. La sua è stata una direzione impeccabile, filologica, che ben si è prestata alla “fedeltà” di tutto l’allestimento.
Murray Perahia – Teatro Manzoni di Bologna – Bologna Festival (20 Maggio 2009)
Un pianista come Murray Perahia non ha certo bisogno di presentazioni, almeno per chi è un minimo avvezzo alle esecuzioni di musica “classica”. Il nome del sessantaduenne newyorchese richiama subito alla mente interpretazioni divenute universalmente famose (le “sue” Variazioni Golberg del 2000, oltre a balzare in testa alle classifiche di vendite, hanno collezionato anche un Grammy Award e un Gramophone Award) e uno stile inconfondibilmente personale, forgiato dall’importante amicizia con Vladimir Horowitz.
Ritorna al Bologna Festival dopo otto anni, Perahia, quando si esibì davanti al pubblico bolognese in duo con il violinista Kenneth Sillito. E lo fa proponendo un programma (variato all’ultimo momento nelle opere, ma non negli autori e leggermente ridotto con l’omissione della Sonata in Fa Maggiore KV 332 di Mozart) studiato non solo per esaltare il suo virtuosismo, ma anche per tracciare un percorso storico. La successione dei tre brani eseguiti (la Partita n.6 di Bach, la Sonata n.30 di Beethoven e le splendide 25 Variazioni e Fuga Su Un Tema Di Haendel di Brahms) si può intendere come una “rappresentazione” del linguaggio tonale, attraverso tre momenti emblematici delle sue trasformazioni, dalle nobili origini (il contrappunto bachiano) al suo culmine prima della disintegrazione della tonalità (rappresentato da Brahms) passando per il suo punto di massimo equilibrio (Beethoven).
Il pubblico del Manzoni, nonostante il caldo, pende dalle mani del pianista statunitense, che sanno accarezzare il pianoforte donando una sobrietà quasi angelica alle pagine di Bach, ma sanno anche far male, riuscendo a sprigionare un’irruenza e un’energia così coinvolgenti da far passare inosservata qualsiasi sbavatura (come nel finale della Sonata di Beethoven e in molti passaggi delle Variazioni di Brahms), senza mai andare a scapito del suono. Il suo pianismo è, infatti, sempre molto chiaro nella conduzione delle parti, con le voci perfettamente equilibrate, anche negli episodi in “fortissimo”.
Il tour de force delle 25 variazioni di Brahms (cui è dedicata tutta la seconda parte del concerto) ha rappresentato senz’altro il momento più esaltante e coinvolgente della performance di Perahia. Una pagina intensa, imponente e contraddistinta da una grande varietà stilistica, chiusa da una fuga che, dopo mezz’ora, riprende il tema iniziale, ormai perso nei meandri delle sue trasformazioni e che il Nostro interpreta mediante un virtuosismo mai fine a se stesso, appassionato ancor prima che agile.
Un finale che meriterebbe solo il silenzio, dopo. Ma il pubblico vuole il bis e Perahia lo accontenta, rispondendo agli applausi con un Notturno di Chopin e un brano pianistico di Schubert, che non aggiungono altro (come avrebbero potuto?) rispetto alle grandi cose fatte ascoltare in precedenza.
