foto di Luigi De Palma
Re-boot

Re-boot #30

Nell’epoca del link facile – «che ci vuole? ti mando uno streaming!» – nelle nostre caselle postali ormai prossime al collasso arrivano troppi dischi, soprattutto italiani: ci viene in aiuto Re-boot, che dello stivale in musica è cronaca corale, appetizer per menti aperte, aperitivo lontano dai locali troppo alla moda. Qui trovano spazio dischi degni di nota – e per i più svariati motivi – che tuttavia non arrivano all’esame di maturità – si fa per dire – della recensione canonica. E allora diventano qualcos’altro: assaggio multimediale, mini-approfondimenti in punta di tastiera, sempre una scoperta per chi avesse voglia di scoprire. In questa puntata parliamo di soundtrack teatrali, noise, sperimentazione, rock e persino swing.

«Di memoria si vive, di memoria si muore», recita uno dei versi di Darsena Blues. Il brano è uno dei nove che compongono Music from Il volo, La ballata dei picchettini, colonna sonora dello spettacolo teatrale Il volo – La ballata dei picchettini scritto da Luigi Dadina, Laura Gambi e Tahar Lamri e prodotto dal Teatro delle Albe nel 2015. La musica e le parole sono rispettivamente di Francesco Giampaoli (Sacri Cuori) e del rapper Moder, e il tema affrontato ha a che fare con le morti sul lavoro, in particolare con quella che è conosciuta come la tragedia della Mecnavi, avvenuta nel porto di Ravenna il 13 marzo del 1987. I suoni sono ruvidi ed elementari: groove di basso (due, Giampaoli e Diego Pasini), qualche piatto di batteria e la voce (oltre a Moder, ci sono Luigi Dadina e Tahar Lamri), per un mood che si posiziona tra blues, spoken word, iterazione e Africa (Pensieri utili), con un occhio di riguardo per certi rumorismi industriali “onomatopeici” (Rosso Petrolio). Disco intrigante, volutamente ispido e claustrofobico, appeso a un’attualità che purtroppo non passa mai di moda (6.7/10).

Quando il termine di paragone di un disco sono i Sonic Youth o magari i testi di Godano e l’approccio “alto” dei primi Marlene Kuntz, c’è sempre da prendere il materiale con le pinze. Trattasi infatti di antecedenti illustri che hanno definito uno standard qualitativo difficilmente raggiungibile. Il vuoto elettrico, nel secondo lavoro sulla lunga distanza Traum, prova a dare la sua versione dei fatti sintonizzandosi su un noise ben lavorato capace di integrare al suo interno certi Massimo Volume delle origini (Lame in soffitta), la lezione dei One Dimensional Man (Il giardino dei segreti), un cantato scorticato in bilico tra hardcore e Fine Before You Came, con in più la produzione di Xabier Iriondo (Afterhours) a rendere il tutto ancora più tagliente. Il risultato è una musica energica e senza troppi compromessi, che deve crescere ancora dal punto di vista dei contenuti ma generalmente caratterizzata da buone geometrie (6.5/10).

Con un EP alle spalle – il Supernova, Urgent Star del 2014 a cui ha collaborato anche Fabrizio Modonese Palumbo – e un piede nel “giro” di Daniele Brusaschetto, i FLeUR arrivano al disco d’esordio con The Space Between. Il duo torinese costituito da Francesco Lurgo e Enrico Dutto si dimostra abile manipolatore di un humus sonoro che mescola elettronica, strumenti analogici, synth e ammenicoli vari, per ricavarne trame minimali post-rock (Aborter), disturbi psych-IDM (Pinzimonio), parentesi contaminate da scarti industrial (Last Contact), ambient (The Sky Is A Gradient) e molto altro. Ci pare di cogliere una grande consapevolezza di fondo in un disco che somma spunti intriganti, sperimentazione, improvvisazione e una certa originalità, il tutto utilizzando un vocabolario non troppo arduo da decifrare. Streaming integrale del disco nella pagina Bandcamp della band. (6.9/10).

Se scrivi un brano intitolato Hipster («Le renne sul maglione di mia nonna non ho / se ti raggiungo con la scattofisso / frenando cadrò»), il rischio di finire nel calderone dei soliti gruppi furbetti legati a filo doppio allo scazzo giovanile da social network, diventa tangibile. E invece i milanesi Colpi Repentini, in Duomo ore dieci, riescono ad essere divertenti senza diventare ammiccanti in maniera fastidiosa. Il brano citato è una specie di rivisitazione personale dello stile di Sergio Caputo (ve la ricordate Un sabato italiano?), ironica quanto basta ma anche musicalmente intrigante, tra swing e cantautorato. Tutto l’EP si muove su coordinate esterne a logiche legate alla contemporaneità, ed episodi come L’avaro (in cui sembra di cogliere una Nada anni Sessanta ostaggio delle chitarre elettriche), Lucia nel cielo con Zumpa (una sorta di corrispettivo della Contessa dei Decibel, un po’ ska, un po’ nobile di chitarre da frontiera americana) o una title track che pare un racconto su basi disco-rock, offrono più di uno spunto intrigante. (6.5/10)

I Granada arrivano da Roma e nel loro primo disco lungo Silence Gets Louder fanno convivere indie rock (Siren), noise e shoegaze, il tutto tagliato con un approccio post-punk / wave evocativo (Smile), anche se forse non troppo peculiare. Il centro del discorso è un inseguirsi di chitarre elettriche unito a un cantato che gioca abilmente con i crescendo, un po’ come facevano i primi Muse. Il disco è apparentemente una fiera di feedback e batterie “pestone”, ma in realtà nasconde un’anima “melodica” legata a filo doppio a certe cadenze british (i Radiohead prima maniera di Feel The Breeze) e a un’idea di post rock componibile e adattabile alla bisogna. Lo trovate in streaming integrale nella nostra pagina dedicata (6.3/10).

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare