Re-boot

Re-boot #26

Nuova puntata di Re-boot, la nostra rubrica dedicata ai dischi italiani che per un motivo o per l’altro (la selezione a monte tra uscite discografiche sempre più numerose, lo spazio e le forze a disposizione, la linea editoriale) non raggiungono lo “status analitico” della recensione ma meritano comunque un ascolto approfondito. In questo numero passiamo piacevolmente dal cantautorato al rock, dal post-art-rock alla psichedelia, dall’elettronica al grottesco, il tutto corredato come di consueto da ascolti utili per “assaggiare” in diretta i dischi di cui vi scriviamo.

Cominciamo questo numero con Sabba e gli incensurabili, in uscita con un Sogno e son fesso (6.8/10) che già nel titolo dà il metro dell’ironia alla base del progetto. In realtà, a brani come Non mi fotti più – in cui sembra di ascoltare una versione “band” di Cochi e Renato – i Nostri affiancano ipotesi di un cantautorato rock vibrante (Chiamatemi Nerone), certe leggerezze fifties rielaborate che non dispiacerebbero a un Bennato (Tre minuti di celebrità), rock’n’roll (Ruby Sparks) o magari puntate su uno swing sopra le righe (Le parole sono importanti). Tratto distintivo della formazione, un suono che mescola abilmente sax, pianoforte, chitarre, batteria, basso, flauto traverso e molto altro ordinando il tutto in contrappunti da combo soul-blues (Basta che mi vuoi), oltre alla voce nervosa e debordante di un Salvatore Lampitelli autore di buona parte dei brani.

Dopo l’EP Have You Ever Tried This? pubblicato nel 2014, tornano i Rusty Blues Propellers con l’esordio lungo The Brand New Dawn (6.6/10). Se siete gente che “sbarella” per i primi Black Keys (Everybody Cheats On Me), per i White Stripes o il Jack White solista (The Brand New Dawn), il “rifforama” proposto dalla formazione toscana è quello che fa per voi, portatore com’è di sincopati sudatissimi, un cantato vagamente soul e cambi di ritmo instancabili. Nulla di particolarmente originale, a dire il vero (anche se Hide Yourself in A Shell è un buon esempio di psichedelia hard fuori dai canoni di riferimento), ma Eugenio Bucci, Matteo Saponati, Enrico Cini e Alessandro Frosini suonano credibili nel ruolo che si sono cuciti addosso, senza sembrare filologici. Album di sostanza e tutto sommato divertente.

I Plastic Man sono un trio chitarra-basso-batteria da Firenze. Nel loro disco d’esordio Don’t Look At The Moon (7.0/10) suonano come dei Jennifer Gentle meno eclettici ma più elettrici, allo stesso modo traviati da una psichedelia che pesca a piene mani dalla lezione di Syd Barrett aggiungendo alla ricetta watt e distorsori. Melodie sghembe e zoppicanti (Black Hole) e approccio garagista (He Didn’t Know) offrono un’inquadratura meravigliosamente traballante e grandangolare di un universo fatto di font grafici fluttuanti, deliri lisergici in chiave lo-fi, nastri riprodotti al contrario (North Polar Land) e molto altro. La band ha all’attivo anche un Plasticman EP pubblicato nel 2013 via Teen Sound Records/Misty Lane, in cui già si possono intuire alcuni sviluppi futuri ma che ci pare meno compiuto rispetto al qui presente album di debutto. Potete ascoltare lo streaming integrale di Don’t Look At The Moon nella scheda dedicata.

L’asse portante di Yersinia (7.2/10), disco d’esordio dei palermitani Cum Moenia, è una sorta di post rock a maglie larghe, arricchito da coloriture arpeggiate di chitarra elettrica a sfociare in una wave multiforme (Yersinia), elettroniche controllate su pianoforti quasi ambient (Felix), evanescenze che tallonano una psichedelia sfuggente e arty (The Silence Of Mrs. Rogiak) e un’eleganza di fondo che per una volta non è sinonimo di staticità. Anzi, l’elemento centrale del lavoro è proprio un controllo sui suoni che, nonostante l’estrema cura dimostrata, sfugge al cappio dell’ovvietà post-qualcosa, lavorando invece su una palette di dettagli capace di rendere l’ascolto una scoperta davvero avvincente. Potete sperimentare in prima persona l’album, in streaming Spotify nella pagina dedicata.

I primi versi dell’introduttiva Il gioco, brano di apertura del secondo disco di Olden/Davide Sellari, Sono andato a letto presto (7.0/10), sono un déjà vu in piena regola che finisce tra le braccia di Giorgio Gaber; il resto è una voce figlia del Tenco migliore, ma soprattutto un modo di scrivere alla chitarra acustica da cantautore vecchio stampo che stupisce per qualità, profondità e immaginario richiamato, nonché per una quotidianità un po’ amara tipica di un Gino Paoli. C’è anche qualcosa di De Andrè (Febbraio) e di De Gregori (Bonnie) nelle corde del perugino trapiantato a Barcellona, anche se i riferimenti, in questo caso, sminuiscono una scrittura che davvero non ha bisogno di comparazioni scomode. All’album hanno partecipato anche Juan Carlos “Flaco” Biondini (storico chitarrista di Francesco Guccini) e Sergio Reggioli (violinista dei Nomadi), contributi che arricchiscono un lavoro di grande sostanza. Potete ascoltare lo streaming integrale dell’album nella pagina dedicata.

L’affresco policromatico che propongono i Moodrama nel loro terzo lavoro in studio Moodbox (6.5/10), prodotto dall’etichetta salernitana XXXV, è un macchina infaticabile di suggestioni, umori, pulsazioni, che coinvolge ed entra in testa fin dal primo ascolto. Dieci tracce per dieci colori che mischiano elettronica danzereccia, trip hop, funk e synth-pop. Una cornucopia di fascinazioni frutto delle alchimie più imprevedibili del gruppo, in cui lo studio di registrazione diventa uno strumento da modulare trasversalmente a proprio uso e consumo. E se il post-rock di Avorio e Gold rivela un’anima melodica dal forte impatto, Blue sottolinea quella tensione che i due confermano di saper tessere con gli intrecci sonori. Un lavoro variegato che se da un lato rivendica la crescente sicurezza della formazione campana nel disimpegnarsi in tanti generi diversi, dall’altro denota tuttavia qualche limite dal punto di vista caratteriale.

Chiudiamo la nostra carrellata con l’album più surreale del pacchetto. Loro sono i Phantorama, milanesi al – omonimo (7.1/10) – disco d’esordio capaci di confezionare un suono grottesco e teatrale usando solo batteria, basso e tastiere/pianoforte. Un grumo di post-punk schizofrenico (100.000 Tesla) Caparezza sovraeccitato (48 (morto che parla)), swing à la Buscaglione (Singorina Mon Amour) ragtime (Hey Mr. Coffee), ma anche un Capossela imbastardito da un basso tesissimo e distorto (Pianomorte). Nelle corde del gruppo c’è una sorta di modernità avant applicata a una concezione già di per se laterale di un pianismo jazz-blues prima maniera, che lo decontestualizza da qualsiasi facile etichetta temporale e stilistica. I testi lavorano di conseguenza: sopra le righe, ironici, ma assai efficaci. Un disco da provare senza remore e dalle molte sorprese, che potete ascoltare in streaming integrale sulle pagine di SENTIREASCOLTARE.

(articolo a cura di Fabrizio Zampighi e Gianluca Lambiase)

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