I cosiddetti contemporanei

L’ultima danza di Merce

“Ciò che mi interessa è il movimento. Non il movimento che si riferisce necessariamente a qualcos’altro, ma ciò che esso semplicemente è”
(Merce Cunningham)

Ha ballato la sua ultima danza con il pensiero. “Nearly Ninety”, quasi novantenne, il padre della danza, non ancora pago della sua esperienza di artista, anche se costretto su una sedia a rotelle da quando di anni ne aveva una sessantina, ha voluto dedicare alla sua veneranda età l’ultima coreografia. Deve essere difficile, per chi ha consacrato tutta la vita all’arte del corpo e del suo movimento, non potersi più esprimere come ha sempre fatto. Ma Merce Cunningham non si è mai arreso al suo destino, provando a trasmettere la sua eredità per mezzo delle nuove tecnologie informatiche, ideando un software attraverso il quale poter simulare i movimenti di un ballerino. Non si era neanche rassegnato alla morte di John Cage, suo compagno di una vita, la cui scomparsa, nel 1992, lo aveva lasciato privo di una parte importante di sé, dopo cinquant’anni passati insieme a stravolgere il senso stesso dell’arte.

Se n’è andato così, in silenzio, come fanno i grandi, nella notte del 26 luglio. Da due mesi aveva compiuto novant’anni e sapeva che con la sua scomparsa non sarebbe andata via la sua filosofia sulla danza, custodita dagli allievi della Merce Cunningham Dance Company, compagnia da lui stesso fondata nel 1953 e che gli è rimasta fedele fino all’ultimo. Prima di morire era stato lui stesso ad annunciare un piano per garantire la sopravvivenza della sua arte, il Living Legacy Plan, con l’intenzione di lasciare un progetto concreto per i suoi allievi, affinché il messaggio che si era da sempre ostinato a portare avanti, non si perdesse con il ricambio generazionale.

I suoi riconoscimenti (tra i quali spiccano le cariche di Chevalier e Officeur della Legion d’Honore francais e il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia) non si contano, segno che anche il mondo accademico, cosa più unica che rara per un artista radicale come lui, ha riconosciuto la grandezza delle sue innovazioni.

La danza Mercier ce l’aveva nel sangue. Nato nel 1919 a Centralia, nello Stato di Washington, muove i primi passi come ballerino di tip-tap nella sua cittadina natale, per poi trasferirsi a Seattle, alla Cornish School of Arts, dove già dimostra doti di grande ballerino. La passione per la danza lo spinge a trasferirsi a New York, nel 1939, al capezzale di Martha Graham, la più grande danzatrice americana del XX secolo, madre della danza moderna e sostenitrice del movimento come massima forma d’espressione. E’ con lei che Merce compie i primi passi verso un’autonoma concezione dell’arte della danza: per cinque anni è solista nella sua compagnia, la Martha Graham School of Contemporary Dance, con il privilegio di essere tra i primi uomini, insieme ad Erik Hawkins, ad essere accettati nel gruppo di danzatrici.

Sono gli anni ’40, un periodo tanto difficile per gli artisti europei, quanto prolifico per quelli americani. E’ proprio negli anni trascorsi a New York presso la scuola della Graham che Cunningham conosce quello che sarà il suo compagno di una vita e l’artista più vicino alle sue idee rivoluzionarie: John Cage. Un sodalizio, quello con il compositore americano, che durerà tutta la vita e sarà interrotto solo dalla morte di quest’ultimo. E’ con la sua collaborazione che prendono forma le coreografie più intraprendenti, soprattutto dopo la fondazione della sua propria compagnia, la Merce Cunningham Dance Company, passo decisivo verso la svolta.

La danza “pura”

Di Cage, Merce Cunningham, oltre allo sguardo pacifico e beato e all’inconfondibile sorriso sincero, acquisisce l’idea di un’arte slegata da tutti i vincoli narrativi e imitativi che la avevano condizionata per secoli, soprattutto in Occidente, esplorando una nuova dimensione dell’espressività, quanto più possibile legata alla natura. Se in Cage il compositore scompare, lasciando alla casualità e al suono in sé la possibilità di esprimersi senza alcun tipo di limitazione, così in Cunningham il soggetto della danza diviene la danza stessa. Un soggetto che possiede sì una struttura, ma che non è imposta dal materiale, bensì legata alla natura e quindi “organica”. Il primo tentativo di mettere in pratica questa comunanza di intenti si concretizza nella coreografia The Seasons (1947). Per far sì che musica e danza esistano indipendentemente l’una dall’altra, Cunningham realizza le sue coreografie nel silenzio, mentre Cage compone la musica a parte. Ne viene fuori un’opera in cui le due arti, entrambe legate al tempo, si sviluppano parallelamente senza mai creare situazioni di dipendenza reciproca, come normalmente succede nel balletto “classico”, che sottomette i gesti al ritmo musicale.

A questa concezione di estrema libertà compositiva si aggiunge preso il fascino per la cultura orientale: l’essenza della filosofia Zen e, in particolare, la fascinazione per l’I-Ching, il Libro dei Mutamenti, rappresentano un passo ulteriore verso lo sviluppo delle teorie di Cunningham. L’applicazione, come in Cage, delle 64 combinazioni degli esagrammi a movimenti e forme, diviene una tecnica compositiva fondamentale per le idee aleatorie dei due artisti. Attraverso un’estrazione, si stabilisce l’ordine delle sequenze decise in precedenza, allo stesso modo in cui Cage combina le sue partiture.

“La mia idea è sempre stata quella di esplorare il movimento del corpo umano.”, come ha affermato egli stesso. “Ho cercato di insegnare a studenti e ballerini la mia tecnica, ma in un modo che lasciasse spazio all’individualità”. Tutta la sua ricerca si muove attorno ai concetti di spazio, tempo e immobilità con l’intento di ripensare la danza, il corpo e la sua relazione con la scena in una prospettiva non comunicativa, priva di messaggi e di visioni precise della realtà. Nel movimento, considerato in sé stesso, mezzo e messaggio si sovrappongono. Una separazione tra significante e significato che si avvicina molto agli esperimenti aleatori di Cage, così come alla riscoperta dell’essenza materica degli oggetti promossa negli stessi anni da Robert Rauschenberg, conosciuto nel ’52 al Black Mountain College in North Carolina, di cui diverrà presto amico e collaboratore, dando vita, insieme a lui, al primo happening della storia. Allo stesso modo, per simili convergenze artistiche, sia lui che Cage si avvicineranno ad un altro grande artista del Novecento, Marcel Duchamp, in memoria del quale utilizzeranno una sua opera, Il Grande Vetro, come scenario per la coreografia di Walkaround Time (1968).

Dal video al computer: la danza multimediale

Gli anni Sessanta e Settanta sono decenni di grande affermazione, riconoscimenti e nuovi orizzonti:un tour mondiale porta la compagnia in Europa (Occidentale e Orientale), India, Thailandia e Giappone, mentre sul versante creativo, il coreografo si avvicina al video, realizzando alcuni film sulla danza in collaborazione con registi e video artisti del calibro di Frank Stella, Andy Warhol, Robert Morris, Charles Atlas ed Eliot Caplan. Il video stimola in Cunningham una nuova prospettiva artistica, legata al punto di vista. Traducendo in immagini le sue teorie sulla molteplicità di centri, permutate dalla filosofia Zen, i suoi film annullano la centralità della figura, così come era stato per i danzatori sul palcoscenico, quando, decidendo di illuminare il proscenio a giorno e, dunque, eliminando i riflettori, aveva escluso qualsiasi elemento di “sottolineatura”.

Quando il suo corpo non può più supportare l’ inesauribile voglia di danzare, Merce è costretto a smettere di esibirsi, ma non di lavorare. Le sue idee continuano a vivere nella sua testa e, per altri trent’anni, fino alla sua scomparsa, il mondo della danza beneficerà delle sue creazioni. La scoperta dell’informatica negli anni ‘80, ancora una volta condivisa con il compagno di vita John Cage, diventa un nuovo orizzonte di scoperta e presto si trasforma in uno strumento utilissimo a compensare i suoi limiti fisici. Nel 1986 crea il primo software di notazione coreografica, Life Forms (ora disponibile sul mercato con il nome Dance Forms), un programma che gli permette di creare movimenti e coreografie direttamente al computer e quindi di continuare la sua attività di maestro, direttore e insegnante, anche senza l’uso delle gambe.

A lifetime In Dance, una vita nella danza. La video-biografia prodotta nel 1999 in collaborazione con il film-maker Charles Atlas non potrebbe avere titolo più significativo e ha quasi il sapore di un epitaffio. Ma il canto del cigno del padre della danza d’avanguardia sarà rimandato ancora di dieci anni. Nearly Ninety è l’ultima delle circa duecento coreografie che il grande artista ha regalato alla storia. Ai novanta anni Merce è riuscito ad arrivarci. Poi si è fermato, la sua vita ha deciso che non era il caso di andare oltre. La sua arte, no.

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