A night at the opera

Lo sciopero ruba la Gazza al Comunale

La Stagione operistica del Teatro Comunale di Bologna non trova pace. Neanche dopo l’annullamento di ben due opere dal cartellone, sembrano finiti gli incubi per il sovrintendente Tutino, contestato da una parte degli orchestrali per sua la gestione del teatro felsineo, a detta dei manifestanti fallimentare e deficitaria. La polemica, però, pur prendendo in considerazione una particolare situazione, nasce dalla paura più generalizzata per il sistema dei Teatri-Fondazioni, di cui si cominciano a percepire le conseguenze. E così, dopo tante polemiche, con tanto di striscioni di protesta del personale del teatro, sulla testa di Tutino è caduta anche la scure di uno sciopero che ha bloccato le prime quattro recite della Gazza Ladra di Rossini, uno degli spettacoli più attesi della stagione. Saltate le serate principali, la ripresa dei lavori, in maniera alquanto inconsueta, è caduta in una delle due serate che prevedevano la presenza del secondo cast. Un gruppo di giovani cantanti che si è trovato inaspettatamente ad esordire ancor prima dei protagonisti principali (tra cui spiccava il nome del tenore Lawrence Brownlee nel ruolo di Giannetto). Una “prima” alquanto anomala, che si porterà dietro non pochi strascichi, considerato il fatto che il conflitto tra le parti in causa non pare affatto risolto.

Un vero peccato, perché lo spettacolo, con la regia del giovane Damiano Michieletto avrebbe meritato ben altra sorte. Non foss’altro che per l’importanza dell’evento: il ritorno a Bologna della Gazza dopo centosettantasette anni (!), ovvero da quel 18 ottobre 1832, quando sul palco del Gran Teatro di Bologna la grande Maria Malibran vestì i panni di Ninetta.
Una rivisitazione, quella di Micheletto, nata due anni fa per il Rossini Opera Festival di Pesaro e già pluripremiata, grazie alla carica innovativa che il regista veneziano ha provato ad infondere alla rilettura dell’opera. A partire dal personaggio della gazza, trasformata in una ragazzina sognatrice e monella, inserita costantemente nell’azione, alla quale partecipa con i sentimenti di un umano più che di un uccello, fino a pentirsi delle proprie azioni al momento di ristabilire la giustizia nei confronti dell’abominevole condanna a morte di Ninetta.

L’attualizzazione della messa in scena trasforma i personaggi, pur mantenendo inalterati i loro ruoli all’interno del dramma. Così, Giannetto diventa un marinaio, innamorato ma con poca personalità, mentre il Podestà è un criminale mafioso e colluso con il potere, contrastato dal padre di Ninetta, un disertore alla Rambo, che, solo contro tutti, prova a combattere l’ingiustizia, ma ne diviene vittima egli stesso.
Una chiave di lettura che non evidenzia abusi e in cui le forzature al testo e il poco rispetto per le didascalie originali (l’opera comincia e finisce con un’invenzione di sana pianta del regista, con la ra-gazza a letto a tu per tu con i suoi sogni e il mondo fantastico dei giochi) dimostrano sempre di avere una loro coerenza interna e non stravolgono in nessun caso il senso dell’opera.

Il lavoro registico va di pari passo con la scenografia, che si sviluppa insieme all’azione attraverso lo spostamento di enormi colonne cilindriche (le quali, rappresentano di volta in volta, in base alle esigenze sceniche, una casa, poi delle enormi bocche di fucile, infine una prigione) e le variazioni cromatiche degli sfondi (il rosso del primo atto in contrapposizione al blu del secondo, che sfocia, nel finale, in un chiaro e limpido azzurro).
La musica, dal canto suo, si incastra bene nel dramma, anche se non sempre risulta efficace nei momenti cruciali. Mariotti, comunque, che con Rossini se la cava molto bene, continua a guadagnare consensi in un ambiente che pure si aspetterebbe un direttore stabile di una certa fama. Se non altro per una mera questione di prestigio.

Se il Comunale vive momenti di estrema difficoltà, il Bologna Festival, come ha dimostrato l’apertura della XXVIII edizione, sembra godere di ottima salute. Ad inaugurare un cartellone di grande interesse, che, diviso in tre sezioni (Grandi Interpreti, Talenti e Il Nuovo L’antico) si estenderà fino ad Ottobre, un esecutore d’eccezione. O forse sarebbe meglio definirlo una vera e propria celebrità. Già perché il pianista romeno Radu Lupu, entrato ormai nell’alveo dei grandi artisti della tastiera, è ormai qualcosa di più di un semplice interprete. Accompagnato dalla Filarmonica George Enescu di Bucarest, diretta da Cristian Mandeal, il sessantaquattrenne pianista di Galaţi, ha dato ancora una volta prova delle sue grandi doti interpretative del repertorio classico-romantico, pur non essendosi sprecato tanto.

Oltre all’esecuzione del Concerto Per Piano E Orchestra n.3 di Beethoven, Lupu ha concesso al pubblico che ha affollato il Manzoni, solo due intensi bis, costretto ad uscire di scena solo dopo una decina di “chiamate” degli applausi. Il suo è un tocco inconfondibilmente delicato, fluttuante, ma che sa essere deciso e duro, senza perdere la tenerezza, teso senza che i numerosi interventi personali compromettano in qualche modo il rapporto tra il solista e l’orchestra. Ma è negli episodi più intimi, quando è solo, che Lupu da il meglio di se (la cadenza del I Movimento e i bis) giocando con il tempo a proprio piacimento e concentrandosi su ogni singolo suono come se fosse un’entità a se stante, un momento emozionante da vivere intensamente.
L’orchestra Enescu, dotata di un timbro deciso e denso si è dimostrata all’altezza della situazione, diretta in maniera impeccabile da Mandeal, sempre attento a seguire le “licenze poetiche” del pianista per controllare gli attacchi.

Peccato siano passate in secondo piano l’esecuzione iniziale dell’Overture di Egmont, sempre di Beethoven e della Sinfonia Fantastica di Berlioz. Ma la richiesta del bis anche per l’orchestra, dopo due ore e mezza piene di concerto, è lì a dimostrare il gradimento del pubblico al di là della presenza di Radu Lupu. Un gradimento ripagato con la Seconda Rapsodia Rumena di Enescu (compositore al quale Mendeal è particolarmente affezionato), scelta un po’ simbolica, un po’ identitaria, ma, in ogni caso, felice, per salutare il pubblico italiano.

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