I cosiddetti contemporanei

Andrea Belfi, Marcel Turkowski. Sant’Andrea degli amplificatori

“Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo.” (Giorgio Agamben)

Esiste un luogo, nel cuore della Bologna medievale, dove la musica si libera dai vincoli del business e del mercato che lo regola; dove la musica diventa una faccenda privata e l’aggettivo “cameristico” riacquista il suo senso più letterale; e dove la SIAE non è riuscita a stringere la sua morsa tentacolare nel nome di un diritto d’autore sempre più in discussione. Un luogo come ce ne sono tanti. “Di queste esperienze in Europa e nel mondo ce ne sono diverse da molti anni. Quella dei concerti privati è una realtà ormai consolidata” mi spiega Luciano, che insieme a Domenico e Dominique è l’ideatore del progetto Sant’Andrea Degli Amplificatori. Già, perché basta una cantina, un impianto di amplificazione senza grandi pretese e tanta passione per la musica, per realizzare il progetto che i tre “bolognesi” hanno deciso di mettere su quasi due anni fa. “Nell’agosto del 2007” continua Luciano (disponibilissimo, come anche gli altri due “colleghi” a soddisfare la mia sete di informazioni su una realtà così realmente underground) “ricevetti una mail da Z’ev, che chiedeva se fosse stato possibile organizzare un suo concerto qui a Bologna per settembre. Allora, una sera parlandone con Domenico e Dominique, nacque l’ipotesi di organizzare concerti con una programmazione casuale”

E’ così che nasce Sant’Andrea, dalla volontà e la voglia di tre giovani artisti provenienti dall’Accademia di Belle Arti, di creare un posto dove poter fruire della musica che interessasse prima di tutto loro. Questo posto è lo studio di Domenico, una cantina nel centro del capoluogo emiliano, adibita a sala da concerto quando si riesce a contattare qualche artista, preferibilmente di passaggio in Italia, se non autoctono. La mia prima curiosità riguarda il nome. Cosa c’entra l’apostolo Andrea, figlio di Giona e fratello minore di San Pietro, con la musica contemporanea? Nulla, ovviamente. Andrea, come mi spiega Dominique, “è un nostro caro amico che alla notizia del progetto si è offerto di prestarci l’amplificazione. Il minimo era intestargli la faccenda”. Tutto qui, niente di sofisticato, così come non è per niente complicata l’organizzazione dei concerti, che non seguono una particolare cadenza e dipendono unicamente dalla disponibilità dei musicisti. “Normalmente veniamo contattati dai musicisti che si trovano a passare in Italia o nei pressi. Il lavoro d’organizzazione è variabile ma mai nulla di troppo impegnativo, dipende sempre dalle richieste che fa il musicista e da quello che necessita per il concerto che propone. Per quanto riguarda la programmazione –mi spiega Luciano-, fino ad ora siamo riusciti a rispettare due tacite regole che ci eravamo preposti:1) non fare più di due concerti al mese; 2) fare in modo che questa cosa non diventasse un lavoro/un peso.” 

Una volta ingaggiati gli artisti, ci si accorda con il pubblico tramite una mailing list, alla quale chiede di iscriversi chi è riuscito a venire a conoscenza delle performance (spesso con un semplice passaparola) e ci si incontra tutti dove “già si sa”, all’esterno dell’isolato. I tempi di tolleranza non sono rigidi, basta presentarsi ad un orario “decente” rispetto a quello prefissato e il gioco è fatto. Il resto viene da sé e quando il gruppetto di ascoltatori è più o meno sostanzioso (si parla di decine di persone) si scende tutti giù in cantina e ci si adagia dove capita: divani, tappeti e quant’altro possa servire a stare comodi. Ad allietare i partecipanti, ai quali viene chiesto un contributo a dir poco simbolico (che ha lo scopo di rimborsare le spese ai musicisti), c’è anche del vino e qualche birra, come se ci si trovasse ad una festa o ad un convegno. Insomma, l’atmosfera è di quelle che si trovano negli ambienti intimi, tra amici e conoscenti che condividono una passione con gli stessi organizzatori, i quali un secondo dopo le presentazioni di rito, diventano essi stessi appassionati fruitori.

A place for contemporary music 

La rassegna ha come sottotitolo “A place for contemporary music”, un luogo per la musica contemporanea. Ma qui l’aggettivo “contemporaneo” non fa riferimento ad un filone storico-stilistico, anche se, come sostiene Luciano, “non si può non riconoscere che un debito, nei confronti di compositori come Varèse, Cage, Stockhausen, Reich. Io, però, personalmente mi sento più legato all’esperienza ‘non scritta’ delle avanguardie, soprattutto alla musica concreta e acusmatica, che vede tra i propri capifila Pierre Schaeffer, Luc Ferrari, Robert Ashley, Alvin Lucier..”. Per Domenico, invece, l’aggettivo contemporaneo, riferito a Sant’Andrea, vuole essere “una semplice identificazione dell’oggi, che non ha nessuna pretesa di essere sinonimo di innovativo e, di conseguenza, negare il passato.” Nessuna connotazione storica, né vincoli stilistici, dunque. Contemporaneo è il qui ed ora della musica. Punto e basta. 

O meglio, Punto e a capo. Perché qui parte la musica e comincia il bello.. Ciò che accomuna gli artisti che hanno risposto all’appello non è un genere musicale, uno stile, né una posizione politica rispetto al mercato musicale, quanto un’attitudine alla sperimentazione radicale, che non prevede limiti, se non logistico-strutturali. Per quasi due anni, fino ad ora, si sono alternati sul “palco” di Sant’Andrea musicisti più o meno noti, italiani e stranieri, tutti disposti ad offrire un’oretta della propria arte in cambio di attenzione e buona disposizione all’ascolto. Tra questi, spulciando nella programmazione, si ritrovano anche nomi di una certa fama, come lo statunitense John Duncan, il giapponese Toshimaru Nakamura (che può vantare collaborazioni con il fondatore del collettivo AMM Keith Rowe) e il chitarrista chicagoano David Daniell, noto ai più per aver partecipato al progetto 100 Guitars di Rys Chatam e aver collaborato con gente come Thurston Moore. A questi personaggi “accreditati” si sono alternati, in nome di un’assoluta parità di spazio e attenzione, musicisti altrettanto interessanti anche se meno noti, come il suonatore di tuba Robin Hayward, Katsura Yamauchi, attivo nella scena free jazz giapponese e i “nostrani” Francesco Cavaliere, Stefano Pilia (di ¾ Had Been Eliminated), Salvatore Arangio, Renato Rinaldi, Claudio Rocchetti (ma l’elenco dovrebbe essere molto più lungo). 

Glitch, computer music, audio-installazioni, fields recordings, noise, free improvisation, acusmatica: tante, diverse modalità di approccio alla sperimentazione, più che generi musicali comunemente intesi, che creano il substrato sul quale si costruiscono le performance dei singoli artisti. Performance quasi sempre individuali, anche se in alcune occasioni i musicisti si sono esibiti anche in duo (come nel caso di Seijiro Murayama e Renato Rinaldi). Una modalità che ricorda, rimanendo sempre in territorio bolognese, i concerti di Angelica. Ma, attenzione, “nessun rapporto” con istituzioni del genere, giurano gli organizzatori, in coro. Anche se, ci tiene a precisare Dminique “sia ben inteso che questo nostro modo di fare, non è un atteggiamento, un rifiuto o una negazione delle istituzioni o cose del genere. Non c’è nessuna volontà politica nel carattere della nostra, chiamiamola così, impresa. Solo una naturale inclinazione: un approccio che soddisfa immediatamente la nostra aspettativa”.

La necessità artistica dell’ intimo 

Per le caratteristiche descritte fin qui, Sant’Andrea potrebbe rappresentare l’estremo opposto degli eventi di massa: nessun interesse commerciale, nessuna rigidità nella programmazione, assoluta libertà di scelta degli artisti e, da parte loro, nessun vincolo alla performance, tranne quello dello spazio a disposizione. Una scena già vista negli ambienti più underground e avant-garde, spesso accusati di un elitismo che esclude il grande pubblico creando delle nicchie autocratiche. Accuse spesso ingiuste, se si tiene conto del fatto che la musica e il suo messaggio non sono necessariamente giudicabili in base al consenso. Da questo punto di vista i tre organizzatori hanno le idee chiare nel negare qualsiasi tipo di contrapposizione tra i due piani, quanto piuttosto, una distinzione netta, una chiara e pacifica alterità di due modi completamente diversi di concepire la musica. “Credo che alcune cose vadano assorbite in un determinato contesto. La massificazione di qualsiasi forma di cultura, non è necessariamente cultura. D’altra parte, non credo neanche all’elitarismo come ad un modo di preservare qualità o libertà di sorta” mi spiega Dominique, mentre Luciano sposta l’attenzione sulla necessità di certa musica di vivere in contesti performativi di dimensioni ridotte: “credo sia fondamentale il rispetto che si traduce in compostezza, silenzio e concentrazione, condizione che è sempre utile al musicista ai fini della sua ricerca, così come al pubblico per un ottimale ascolto. Se alla base della fruizione c’è questo, c’è anche libertà espressiva. C’è da dire, inoltre, che quando si propongono musicisti che effettuano spesso operazioni al limite del silenzio, probabilmente mille persone e uno stadio non sono il miglior posto per fruire qualcosa del genere”

E se Sant’Andrea uscisse dalla sua nicchia? Se ad un certo punto riuscisse, seppure involontariamente, ad uscire dagli argini, a superare i limiti della cantina di Domenico e di eventi organizzati per puro piacere? Viene da chiedersi cosa ne sarebbe di un’esperienza del genere se, come è successo in altre occasioni, l’attenzione si allargasse. Perderebbe la sua natura? Metterebbe in discussione i suoi principi di base? Dominique mi rigira la domanda: “Un allargamento dell’esperienza, porta ad una necessaria trasformazione dell’esperienza stessa. Tutto è possibile, anche cambiare. Ma fino a che punto è possibile farlo, senza snaturare e dimenticare il punto da dove tutto è incominciato?” Già, fino a che punto? Ai posteri l’ardua sentenza. Intanto, nell’atteggiamento degli organizzatori non c’è nulla che faccia presagire ad un’intenzione di espandersi. Tutt’altro. “Facciamo un uso centellinato dei mezzi di comunicazione. Questo non deriva da un rifiuto o da strane manie primitiviste. Cerchiamo di non esagerare con pubblicità e cose del genere perché non troviamo siano necessarie per la buona riuscita di una serata; anzi troviamo che la cosa sia alquanto controproducente. Lo spazio che abbiamo a disposizione non può contenere un gran numero di persone, dunque sarebbe inutile dire a mille persone dove si trova un luogo che può ospitarne cinquanta”

Basta uno spazio su Myspace e un indirizzo email per venire incontro alle necessità di tutte le parti in causa. Il futuro, com’è ovvio in un contesto che vive della logica del qui ed ora, è incerto. “Il futuro lo conosce solo il veggente” scherza Dominique. “Molto buio…spero”, gli fa eco Domenico, rispondendo alla mia domanda su come immaginano, i loro fondatori, il prosieguo dell’esperienza. Non un nome né un’idea. Nessuna certezza, solo un’importante sicurezza: che Sant’Andrea continuerà a proporre ottima musica… almeno fin quando Luciano, Dominique e Domenico ne avranno voglia.

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