Se il precedente editoriale lo avevamo dedicato all’accettazione dello stato delle cose e all’escapismo, in questo, con l’uscita di un trittico di dischi ambientali come quelli di William Basinski, Ana Roxanne e Emily A. Sprague, non possiamo che parlare di immersioni sonore e ricerca di una qualche forma di meditazione che fermi il tempo in un presente interiore. Il ritorno dell’eccentrico compositore texano – Lamentations – è all’insegna dei suoi amati loop della memoria che in questo caso riavvolgono le lancette del tempo a nastri risalenti al 1979. Un nuovo disco di densi droni, con qualche lontano eco da teatro dell’Opera che fa molto Blade Runner o spettro del Titanic. In una parola: una soundtrack per la fine della (nostra) civiltà, che detto in un venerdì 13 forse è il caso di toccar il primo ferro che ci troviamo a portata di mano. Secondo Luca Roncoroni (recensione in arrivo), vuoi per la forza del tratto pittorico, vuoi per la sinistra eleganza di queste elegie della fine, questo disco si candida a una delle sue prove migliori.
Non raggiungeranno le vette del maestro statunitense, ma sono altrettanto consigliate, Because Of A Flower e Hill, Flower, Fog, ovvero le prove di Ane Roxanne e Emily A. Sprague, entrambe di stanza a Los Angeles, con la prima ad immergere l’ascoltatore in «momenti di pausa, pace e comunione passati a casa» attraverso sei meditazioni modulari che paiono un’ode all’esistenza (recensione di Beatrice Pagni) e la seconda ad approntare uno “studio” sul tema della fluidità che si traduce, nelle parole di Giuseppe Zevolli, in uno stato di grazia che lungo il suo cammino interseca dream pop, spoken word e un’ambient assieme corale e spirituale.
Altra musica da ascoltare con gli occhi ce la consegna Brian Eno con Film Music 1976 – 2020, una selezione da ben sei decenni di composizioni per colonne sonore, una raccolta disparata, diseguale nei risultati (a tratti triviale, a tratti celestiale), che dimostra per l’ennesima volta l’importanza intellettuale delle proposte funzionali del non-musicista (recensione di Alessandro Pogliani in arrivo). E Kurt Wagner con i suoi Lampchop, che in TRIP ci propone una serie di cover tra alcune virgolette (recensione di Stefano solventi). Ma se ciò di cui abbiamo bisogno fosse invece un capsula temporale perfettamente conservata che ci riporti nel bel mezzo dei 90s, riecco spuntare il duo Kruder & Dorfmeister con l’album perduto 1995, di cui ci parla diffusamente Tony Donghia in sede di recensione. Nel weekend non manca neppure un nuovo tassello della saga disco revival. La protagonista questa volta è Sophie Ellis-Bextor con Songs From The Kitchen Disco (recensione di Marco Braggion), disco che riesce a strapparci qualche sorriso, che male non fa.
Dall’Italia, se da una parte M¥SS KETA afferma in caps lock che il IL CIELO NON È UN LIMITE, dall’altra abbiamo un Ultima Casa Accogliente firmata Zen Circus, disco anticipato da Appesi alla Luna, un malinconico racconto di solitudini disperse in un mondo sovrastato dal distanziamento psichico prima che sociale. Sempre sulla canzone d’autore abbiamo Solo al sole, il secondo album di Andrea Mastropietro in arte l’Albero (ex The Vickers). Il weekend è anche heavy con i San Leo di Mantracore, metal shoegaze con gli Jesu di Terminus (recensione di Valerio di Marco in arrivo), ovvero Justin K. Broadrick, e pure wave macchiato di soviet nostalgia con i Molchat Doma di Monument (recensione di Riccardo Zagaglia in arrivo).
Inoltre, il caro e vecchio rock, o perlomeno ciò che ne rimane, vive e lotta con noi. Gli AC/DC non avranno più la scorza di un tempo, ma con l’inaspettato Power Up ne recuperano un po’, portando a casa un lavoro tutto sommato dignitoso contenente, niente di più e niente di meno, dei loro cazzuti riff da corna al cielo. E se di vegliardi parliamo, da queste parti non manca neppure la sei corde del pirata Keith Richards. Live at the Hollywood Palladium è la testimonianza del concerto che il chitarrista dei Rolling Stones e i suoi The X-Pensive Winos tennero il 15 dicembre 1988 al Palladium di Hollywood.
Sul lato elettronico della faccenda è un piacere tornare ad ascoltare nuova musica da parte di Mark Pritchard. MP Productions è la prima di una serie di produzioni che rappresentano un po’ summa delle già ben note influenze del producer, ovvvero detroit techno, dancehall, wonky e grime. Curiosa e completamente fuori da qualsiasi insieme è Love, la nuova uscita del compositore di Bristol John Bence su Thrill Jockey: una manciata di nervose pièce al piano che riflettono sul raggiungimento della sobrietà da parte dell’artista. Last but not least, per chi se li ricorda, sono tornati pure gli Who Made Who ma quel che più ci preme è segnalare dalla label francese Kythibong l’esordio del producer Danse Musique Rhône-Alpes: undici brani che ci catapultano in una linea temporale alternativa, quasi steam-punk dove, sintetizzatori e drum-machine sono fatti di legno e azionati a vapore e il risultato è una musica insieme elettronica e biologica (recensione di Nicolò Arpinati).
Sul lato dei singoli: Gazzelle torna a gonfiare le vele dell’itpop con l’ennesima pastella romantica tardo adolescenziale (Scusa). Calvino se la cava decisamente meglio con una spacey take del canzoniere italiano dei primissimi 80s (Saturno). In scioltezza Willie Peyote con La depressione è un periodo dell’anno. Tornano anche i britannici Django Django che annunciano il nuovo album e ne condividono un nuovo estratto, un gommoso synth pop macchiato disco intitolato Glowing in the Dark.
Per le altre uscite del fine settimana – e ce ne sono ancora parecchie – vi rimandiamo alla sezione nuove uscite.