È il weekend in cui le uscite cominciano ad intensificarsi a partire da un centrocampo di variegato songwriting. Da una parte ci sono gli Weezer che sfornano un disco “sinfonico”, di quelli che tirano in ballo Abbey Road e culti 70s (Nilsson Sings Newman), dall’altra ci sono i Notwist con il loro indie agrodolce che nei mitologici studio si vociferava lo scorso anno avessero registrato alcune parti. Ok Human e Vertigo Days (recensione di Valerio di Marco) costituiscono due modi complementari di intendere il sentimento nel pop, con i primi a darne una rappresentazione da blockbuster spilbergiano e i secondi a immaginarlo un po’ come i Flaming Lips, ovvero come qualcosa di fragile e caduco, ma non meno immaginifico.
In entrambi i casi abbiamo in cuffia e nelle casse del buono se non ottimo songwriting che, sempre con gusto cinematografico, e in questo caso nella sua declinazione soul & poetry, interseca tanto la vena di un nome storico come Ani DiFranco quanto quella della giovane, ma lanciatissima, Arlo Parks. Anche qui due buoni dischi dal fascino letterario, con il primo, Revolutionary Love, apertamente ispirato da See No Stranger di Valarie Kaur e il secondo, Collapsed In Sunbeans, già dal titolo a tirare in ballo Della bellezza di Zadie Smith e a configurarsi – a detta di Marco Boscolo – come un’indagine sull’irrequietezza adolescenziale.
Ritornando ai Notwist e alla pellicola, per via di krautrock e pianoforti ambientali (che in una forma o l’altra tornano sempre), parliamo dei LNZNDRF, ovvero il progetto composto da Scott e Bryan Devendorf dei National e Ben Lanz dei Beirut. Il secondo capitolo della loro personale saga ci regala quaranta minuti di amore per l’elettronica analogica, le waves e certo mittle-romanticismo 70s abbracciando tanto i Joy Division quanto gli Ultravox a ritmo di motorik.
Ritornando invece al soul di cui sopra, spremuto come un’arancia da vecchi vinili come avrebbe fatto J Dilla buonanima, ecco una coppia speciale: Madlib e Four Tet, con il secondo a far da produttore e riordinatore di idee del primo. In pratica parliamo di 100 tra schizzi, idee e demo trasformati, lungo due anni di rielaborazioni, in queste sedici composizioni che riavvolgono il nastro su praticamente ogni cosa i due abbiano combinato finora sotto l’influenza del più ispirato degli scazzi e svacchi domestici.
Prima accennavamo al pianoforte: interessanti in questo senso sono le rielaborazioni da parte di, tra gli altri, Donato Dozzy e Laurel Halo di Glassforms, disco pubblicato lo scorso anno da Infiné che rappresenta un appassionato omaggio all’opera di Philip Glass. E sempre riguardo a lavori dedicati allo strumento, interessanti sono le malinconiche composizioni piano & droni – dalle parti di Max Richter – di Clarice Jensen (American Contemporary Music Ensemble). Ainu Mosir è la sua colonna sonora dell’omonimo film di Takeshi Fukunaga. Nel solco della drone music più verticale e cinematografica, dalla radice folk ma dalla resa HD, s’inserisce inoltre Martina Bertoni, del cui Music for Empty Flats scrive sulle nostre pagine Stefano Pifferi. E in quello della drone naturalistica, ottimo è Island of the Hungry Ghosts di Aaron Cupples pubblicato da PAN, che presenta i migliori field recording che abbiamo sentito da un bel po’ di tempo a questa parte.
Alzando un po’ il volume, e mettendo nelle casse un po’ di heavy sound, Gas Lit è il terzo album del duo australiano Divide and Dissolve con la produzione di Ruban Neilson della Unknown Mortal Orchestra (recensione di Stefano Pifferi), mentre I’ve Seen All I Need to See dei The Body è il lavoro che si candida a prova più estrema del weekend (recensione di Massimo Onza). Dall’Italia segnaliamo inoltre Dust & The Dukes, l’album d’esordio omonimo del power trio desert rock-blues fiorentino vincitore della 29esima edizione del Rock Contest, e dalla Gran Bretagna On All Fours è il disco che segna il ritorno delle Goat Girl, ragazze che nell’esordio a base di post-punk e art-rock di tre anni fa avevano convinto praticamente tutti e ora se la cavano più che bene con una formula più accessibile – afferma Valentina Zona in sede di recensione – e altrettanto meritevole.
Caso a parte pare quello dei Besnard Lakes, la cui suite di rock psichedelico «sull’oscurità della morte e sulla luce dall’altra parte» è un requiem fiammeggiante, un disco dal titolo importante – The Besnard Lakes Are The Last of the Great Thunderstorm Warnings – ispirato ed epico, come ce lo descrive Elena Raugei nella sua recensione.
Avventurandoci un po’ nel (futur) pop (sporcato di funk, folk e disco) abbiamo Steven Wilson con The Future Bites, per lidi elettronici troviamo invece un Martin Gore in grande forma con The Third Chimpanzee, un’indagine sui legami tra uomo e primati tra brutalismo primitivista e futurismo digitale. Zero voce, poche melodie, tanta ispirazione (recensione di Luca Roncoroni), mentre The Counter è l’album a quattro mani tra il boss dell’etichetta Jeff Mills e Jean-Phi Dary, già tastierista di Papa Wemba, Peter Gabriel e Tony Allen.
Per chiunque abbia nostalgia del dubstep c’è Panorama, lavoro affatto nostalgico di per sé, che segna il ritorno dell’ottimo Silkie di cui si è occupato Lorenzo Montefinese.
Sul dettaglio completo delle uscite del weekend vi rimandiamo alla sezione dedicata delle uscite album.