Arab Strap
Arab Strap, foto di Paul Savage (2021)

Weekend discografico. Ascolta gli album di Arab Strap, Visionist, Drake, Bugo, Andrew Bird e altri

Un weekend dominato dalle nuove edizioni discografiche legate a Sanremo.

Ci erano mancati gli Arab Strap e ci fa piacere poterli riascoltare in una nuova prova, As Days Gets Dark, che ce li riconsegni a una contemporaneità diversa da quella che avevano lasciato al momento del consensuale scioglimento, qualcosa che scansi cioè l’effetto revival e nostalgia di una reunion canonica. Certo, come sottolinea Solventi in sede di recensione, i discorsi interrotti vengono qui ripresi, così come Moffat col suo recitato/cantato riprende quel senso di «febbre e tumulto a freddo» che sono pura essenza del duo scozzese. Ciò che è cambiato è il modo con cui esprimere la ben nota intensità, che si è avvalsa nel frattempo di ben maturate e sedimentate consapevolezze, una forma se vogliamo più agile e intrigante (metti un mix di tappeti wave e dark psych che ruota attorno a perni indie e folk) eppur gravida e generosa.

Altro disco decisamente importante all’interno di un weekend dominato dalle nuove edizioni discografiche legate a Sanremo (vedi, tra gli altri, Bugatti Cristian, My Mamma e Attentato alla musica italiana) è quello confezionato da Louis Carnell (aka Visionist) per i tipi di Mute, lavoro recensito da Giuseppe Zevolli che lo pone in continuità ideale con i Coil senza tralasciare ambienti e situazioni tra post-industrial e dark ambient che ben ricolleghiamo a Breath Mule, il nuovo lavoro dell’olandese Richard van Kruysdijk firmato Cut Worms, ma anche lirismi e sospensioni di natura elettroacustica che ben si prestano all’ascolto di Intermission, l’opera multimediale composta da un album e un libro curata da Unsound che, tra gli altri, conta su un inedito di Jlin in collaborazione con la compianta SOPHIE. E sempre a proposito di elettroacustica, un’altra uscita interessante di cui si è occupato Massimo Onza è Quiet Area suite di Mattia Loris Siboni, che ragiona attorno al concetto di silenzio.

Spostandoci su un terreno più indie rock ci sono i Kings of Leon di When You See Yourself, un disco che giunge a cinque anni di distanza dal precedente Walls, e c’è Azita da Chicago e il suo sguardo duale sul mondo, ovvero canzoni dalla radice velvetiana e brani più smooth e jazz sempre con la chitarra protagonista. Glenn Echo è l’album di cui stiamo parlando, un discreto lavoro che esce per Drag City.

Su un folk piuttosto tradizionale – con tanto di violino da feddle band – si muovono invece Andrew Bird e Jimbo Mathus nel loro These 13, mentre psych pop è la strada intrapresa da Jane Weaver in Flock, annunciato come il suo lavoro più spontaneo per tempi “post-new-normal” pandemici. Non ultimo, sono usciti due album gemelli di Kevin Martin sotto il suo nome di battesimo, entrambi concentrati sulle manipolazioni del suono del sax (White Light / Red Light) e un nuovo lavoro di Mr. Mitch (Lazy).

Per il dettaglio completo delle uscite del WE vi rimandiamo alla pagina dedicata.

Tracklist

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