Umberto Eco ci ha lasciati la sera di venerdì 19 febbraio 2016, alle 22:30 circa, circondato dalla famiglia nella sua abitazione milanese. Nato ad Alessandria il 5 gennaio 1932, nelle ultime settimane le sue condizioni di salute erano peggiorate improvvisamente.
Filosofo (si era formato a Torino con Luigi Pareyson), studioso di estetica medievale (tutto era cominciato con una tesi su San Tommaso), bibliomane (celebri, negli anni, le sue “gare” con altri studiosi italiani su chi possedesse più volumi e più pregiati), traduttore (per esempio, dei mitici Esercizi di stile di Raymond Queneau), saggista e commentatore sociale (La bustina di minerva era la sua rubrica fissa su L’Espresso), studioso di comunicazione e dei linguaggi mediali, padre della semiotica italiana (esegeta e sviluppatore del pensiero di Charles S. Peirce, aveva proposto una sintesi dei diversi approcci interni alla disciplina, si veda il Trattato di semiotica generale, 1975), romanziere (su tutti, Il nome della rosa, 1980, portato sugli schermi da Jean-Jacques Annaud, protagonista Sean Connery), intellettuale tra i più importanti, influenti e famosi a livello internazionale (da anni, in lotta per il “titolo” con Noam Chomsky, con cui peraltro ha spesso avuto occasione di polemizzare in merito a questioni squisitamente filosofico-linguistiche), Eco è stato tra i primi – e qui arriviamo a noi – a proporre come necessario lo studio accademico-scientifico della popular culture, a metà degli anni Sessanta (è il padre, spirituale e materiale, del DAMS): lo studio dei fumetti, della letteratura di genere, dei prodotti audiovisivi seriali, della musica “leggera” – Tutte cose queste, fino a quel momento, giudicate dall’intellighenzia poco più che spazzatura.
Vedere, a tale proposito, il fondamentale Apocalittici e integrati (1964), titolo questo divenuto poi espressione proverbiale per indicare le due opposte fazioni di un qualsiasi dibattito contro vs. pro “a prescindere”. A giugno 2015, peraltro, Eco era stato accusato di essere diventato apocalittico lui stesso, nei confronti del Web e del mondo social, a causa di una dichiarazione (“Internet è pieno di imbecilli”) generalmente decontestualizzata e malinterpretata.
In Apocalittici e integrati, è contenuta un’ampia sezione (in parte già pubblicata come prefazione al libro “dei Cantacronache” Le canzoni della cattiva coscienza, 1964), dedicata alla “musica di consumo”e in cui si parla di Rita Pavone (un “mito generazionale”), di Sanremo e dell’influenza della tecnologia sulla produzione – e sulla fruizione – della musica.
Il rapporto tra Eco e la musica è stato forte anche – e soprattutto – per altri motivi. Se il suo libro-feticcio, il Finnegans Wake di James Joyce, il libro definito non solo intraducibile, ma anche illegibile, è tutto fondato sulla logica del suon-senso (che ha approfonditamente studiato), Eco è stato amico e collaboratore di due dei compositori italiani d’avanguardia più importanti di sempre: Luciano Berio e Sylvano Bussotti. Nonché animatore del gruppo legato all’estetica della Neue Musik e che gravitava attorno allo Studio di fonologia della RAI di Milano: tra gli altri, c’erano dentro anche Bruno Maderna, Pierre Boulez, Henri Pousseur e Karlheinz Stockhausen.
Thema (Omaggio a Joyce), del 1958, è un’opera di Berio concertata proprio assieme a Eco (pensata originariamente come una sorta di “installazione radiofonica”), in cui è protagonista assoluta la voce “onnipotente” di Cathy Berberian, compagna di Berio, che viene frammentata e ricomposta a ricreare, a mimare le sonorità prodotte dai macchinari della musica elettronica.
Coda – In una delle sue ultime interviste, Eco citava Beyoncé come esempio di mitologia contemporanea ossessivamente costruita attorno al corpo di un personaggio pubblico (tirando un parallelo, paradossale e calzante, come nel suo stile, con Benito Mussolini).