A quanto pare le session del successore di Skeleton Tree sono già iniziate da qualche mese, giusto il tempo di finire un tour estivo che la scorsa estate ha toccato anche l’Italia (ricordiamolo: unica data al Lucca Summer Festival lo scorso 17 luglio) e partecipare come ospite in un brano del nuovo album di Marianne Faithfull. E come sappiamo Nick Cave è sempre, costantemente, al lavoro: di queste ore è la pubblicazione, sul sito The Red Hand Files, di una lettera indirizzata a Brian Eno in cui il frontman ribadisce e amplifica concetti già espressi sulla questione israeliana.
Ricordiamo che giusto un anno fa Re Inchiostro aveva deciso di esibirsi a Tel Aviv per due date, nonostante le ripetute richieste di boicottaggio giunte da un “fronte” di noti artisti quali Roger Waters, Thurston Moore e non ultimo Brian Eno, fondatore di Artisti per la Palestina. Spiegando le sue motivazioni in una conferenza stampa che precedette i concerti nel Paese, Cave affermò di aver deciso di suonare in Israele «contro coloro che volevano censurare la musica» e i musicisti. Nel nuovo documento quelle affermazioni trovano conferme e puntualizzazioni.
«Suonare in Israele non ha rappresentato un tacito supporto delle politiche governative del Paese», specifica il frontman, «non condono le atrocità che descrivi, anzi ne sono a conoscenza, come sono a conoscenza delle ingiustizie di cui il popolo palestinese soffre… …ho svolto un bel po’ di lavoro per la Hoping Foundation raccogliendo circa 150.000 sterline per i bambini palestinesi, dunque in un certo senso ho già preso le parti [dei Palestinesi]».
Poi Cave entra nel merito del movimento “Boycott, Divestments and Sanctions” di cui i sopracitati musicisti fanno parte, andando dritto al punto: aver suonato in Israele non ha rappresentato un tributo a questo o quel partito politico ma un atto deciso contro coloro che, macchiandosi codardamente di bullismo («I think the cultural boycott of Israel is cowardly and shameful»), vogliono mettere a tacere musicisti come lui, che non la pensano allo stesso modo («as a principled stand against those who wish to bully, shame and silence musicians»). Il Bad Seed conclude la lettera affermando che a suo avviso i 1.200 artisti che hanno firmato la petizione pro-boicottaggio farebbero meglio a suonare nel Paese, contribuendo così a sensibilizzare governo e popolazione su ciò che trovano ingiusto. In pratica, Cave rifiuta il concetto espresso più volte da Roger Waters, secondo il quale suonare nel Paese va ad unico vantaggio della propaganda di quel che lui chiama “regime dominante”, affermando, al contrario, che Israele sia una vera democrazia («Israel is a real, vibrant, functioning democracy») con tanto di arabi eletti in parlamento.
Sulle nostre pagine trovate la recensione del sopracitato Skeleton Tree, un lungo monografico dedicato all’artista firmato da Tommaso Iannini e le riflessioni di Stefano Solventi in merito alla diatriba sullo spinoso tema dei concerti in Israele. Non ultimo, Waters è tornato recentemente sulla questione del boicottaggio a Israele tuonando contro una tribute band. Foto di Francesca Sara Cauli.
