Sonny Rollins, tra i più grandi sassofonisti della storia del jazz, è morto a 95 anni. Considerato uno dei protagonisti assoluti della stagione d’oro del jazz americano tra anni Cinquanta e Sessanta, Rollins era l’ultimo grande maestro ancora in vita di quella generazione che trasformò radicalmente il linguaggio del genere dopo il bebop.
Nel corso di una carriera lunghissima, conclusa ufficialmente nel 2012 a causa di una fibrosi polmonare, Rollins si impose come uno dei più straordinari improvvisatori della musica contemporanea, capace di trasformare ogni assolo in un continuo esercizio di libertà melodica e invenzione ritmica. Il suo nome resta indissolubilmente legato a Saxophone Colossus del 1956, capolavoro dell’hard bop – recensito su queste pagine da Fabrizio Zampighi – in cui la purezza cristallina delle melodie si intreccia a fraseggi imprevedibili, variazioni timbriche e influenze calypso derivate dalle origini caraibiche della sua famiglia. Al centro del disco resta St. Thomas, standard travolgente e solare diventato una delle composizioni simbolo dell’intera storia del jazz.
Accanto all’attività solista, Rollins partecipò ad alcune delle registrazioni più importanti della storia del jazz moderno: Tenor Madness, inciso insieme a John Coltrane, e Brilliant Corners di Thelonious Monk. Collaborò inoltre con Miles Davis, Max Roach e numerosi altri protagonisti del jazz del dopoguerra.
La sua vita fu segnata anche da gravi problemi di dipendenza da eroina, superati a metà anni Cinquanta grazie a un percorso di recupero. Nel pieno del successo, Rollins decise poi di allontanarsi dalle scene per quasi due anni, dedicandosi ossessivamente allo studio del proprio strumento. Celebre il periodo trascorso a esercitarsi sotto il ponte di Williamsburg a New York, esperienza che avrebbe ispirato il successivo The Bridge, pubblicato nel 1962.
Nato ad Harlem il 7 settembre 1930, Rollins crebbe negli anni dell’esplosione del bebop, osservando da vicino la rivoluzione portata da figure come Charlie Parker e Dizzy Gillespie. Pur partendo da quella lezione, sviluppò presto un linguaggio personale fondato su libertà ritmica, intensità timbrica e continua reinvenzione melodica.
Album come Way Out West, Freedom Suite e A Night at the Village Vanguard contribuirono a definire i canoni dell’hard bop, riportando nel jazz elementi blues, gospel e tradizioni afroamericane popolari. Negli anni Settanta esplorò invece territori fusion, funk e R&B, senza perdere il ruolo centrale nel panorama jazzistico internazionale.
Con la sua iconica immagine fatta di occhiali scuri e capigliatura afro, Rollins è rimasto fino agli ultimi anni una figura simbolica della storia del jazz. Nel 2011 ricevette da Barack Obama la National Humanities Medal, massimo riconoscimento statunitense per il contributo culturale e artistico.
Negli ultimi decenni viveva a Woodstock, nello stato di New York, continuando a rilasciare interviste e riflessioni sulla musica. La sua scomparsa chiude definitivamente il cerchio della generazione che, dal bebop all’hard bop, cambiò per sempre il jazz moderno.