Michael Stipe. (foto stampa)

Michael Stipe a tutto tondo: “L’idea maschile del potere è spaventosa e sciocca”

Nella lunga intervista al Guardian l'ex frontman dei R.E.M. racconta la genesi del suo libro e parla di Trump

Uscito lo scorso 15 aprile, Michael Stipe è il nuovo libro di fotografie realizzato dall’ex frontman dei R.E.M. Ne ha parlato in una chiacchierata uscita sul quotidiano inglese The Guardian, nella quale Stipe racconta la genesi e la crescita del progetto, nato a cavallo tra 2019 e 2020 e in seguito inevitabilmente stravolto dalla pandemia. In origine, avrebbe voluto che fosse un libro fotografico dedicato a persone che ai suoi occhi mostravano «una forza straordinaria unita a una altrettanto aperta vulnerabilità». La lista originaria dei soggetti che desiderava inserire nel libro era interamente al femminile. Tuttavia la morte del poeta e amico John Giorno (protagonista anche dell’ultimo videoclip dei R.E.M, We All Go Back To Where We Belong), al quale aveva da poco scattato alcune fotografie, ha spinto Stipe a voler includere nel progetto tutte le persone «che per me sono follemente eroiche: nella loro arte, nel loro attivismo, nel lavoro che hanno fatto».

Mentre la lista quindi cresceva (e si «de-genderizzava») le limitazioni imposte dal lockdown lo hanno però costretto a cambiare strada. Siccome il compagno era in quarantena, Stipe ha deciso di tornare da sua madre che era alle prese con problemi di salute. Si è trovato così immerso in molti lavori casalinghi che non faceva da anni («sostituire le lampadine, pulire le grondaie, falciare il prato, lavare i piatti, pulire e lavare. Occupa un sacco di tempo ed è molto impegnativo; inoltre mi rendeva difficile concentrarmi su qualsiasi cosa»). È nata durante questo periodo l’idea di includere nel libro anche alcune tracce vocali (raggiungibili inquadrando dei QR code): in quelle settimane, infatti, Stipe racconta di aver ascoltato una gran quantità di podcast (nell’intervista fa un lungo elenco dei suoi preferiti). Il progetto intanto si stava ulteriormente trasformando, fino ad arrivare alla forma definitiva: impossibilitato infatti a scattare nuove fotografie («non volevo fare ritratti-via-zoom-call»), Stipe ha pensato di sfruttare alcuni vasi in ceramica commissionati a un’artista per incidervi i nomi di altri personaggi che desiderava includere nel compendio. Il risultato è così una specie di album di famiglia e amici, pieno di persone che Stipe ha idealmente messo insieme anche perché «pensavo avrebbero apprezzato molto la reciproca compagnia».

Michael Stipe d’altronde è da sempre uno a cui piace la compagnia: racconta anche di straordinari rendez-vous con Lou Reed, Laurie Anderson, Patti Smith in bar di Soho, ed è parlando dei social (“piazza” obbligata nella quale ci siamo ritrovati a maggior ragione questi ultimi mesi) che si dice soddisfatto della decisione di Twitter di sospendere l’account di Trump: «mi sembra incredibile – dice – che si sia dovuti arrivare alla fine degli anni di Trump come presidente prima che Twitter e Jack Dorsey decidessero che [il suo account] doveva essere sospeso». E continua: «Quella piattaforma ha consentito a Trump di utilizzare un tono che alimentava il vento nelle sue vele, ha sdoganato il tipo di comportamenti disgustosi che hanno caratterizzato quegli anni e ha permesso a una pandemia di devastare il nostro paese e il mondo. Questa idiota idea maschile del potere… è così stupida».

Stipe, in chiusura, spiega qual è secondo lui il significato di questo libro: mettere insieme menti brillanti «che ci spingano a essere una versione migliore di noi stessi». E chiosa dicendo: «So che sembro tipo un ragazzo naïf, con la testa tra le nuvole e che suona davvero ingenuo, ma, sai: si tratta davvero di amore».

Alla fine dell’anno scorso, Michael Stipe si è riunito con i suoi ex compagni di band, ma soltanto per raccontare la genesi di Losing My Religion per un programma targato Netflix. Da “solista”, invece, lo ricordiamo nelle sue varie apparizioni TV – anche qui da noi – proprio durante il primo lockdown.

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