Internet vent’anni fa. Le prime “navigate” di Avey Tare, Mark Kozelek, Caribou e altri

Pitchfork ha raccolto le storie delle prime esperienze su internet di una serie di musicisti dall'estrazione musicale e geografica disparata. Vi raccontiamo il meglio di ciò che è emerso

Un interessante articolo pubblicato in due parti su Pitchfork questo mese – che sarebbe bello poter replicare anche per il panorama musicale italiano – riguarda “Twenty years after the Internet went mainstream, artists remember their first online experiences“, ovvero ricordi di alcuni musicisti che hanno vissuto abbastanza per ricordarsi l’età analogica delle loro prime “navigate” sul web con Netscape Navigator.

Stuart Berman ha posto la domanda a un insieme variegato di musicisti dall’estrazione musicale e geografica più disparata possibile, raccogliendo storie legate ai ricordi del primo click. Il focus principale delle domande si è dunque concentrato sul dove (da dove hanno avuto accesso a internet?), cosa (che tipo di ricerche facevano?) e con quali conseguenze (che tipo di impatto ha avuto la rete sulle loro vite?).

Tra gli intervistati spicca Damian Abraham dei Fucked Up, che nei primi Novanta aveva già un computer in casa e che ha ricordato la mitica era dei BBS, ovvero quando collegarsi a banche dati remote ti dava facile accesso a ricettari per fare bombe e armi fai-da-te (una sorta di revival cyber del The Anarchist Cookbook), e la successiva fase in cui era riuscito a trovare i suoi dischi punk della vita – a prezzi stellari – ad un asta organizzata da Vacuum (“A quel punto internet era diventato un posto esotico dove aver soltanto la possibilità di guardare a quei dischi che mai avrei potuto acquistare“). Avey Tare degli Animal Collective che all’epoca, nel 1996, da Baltimore, aveva un Apple computer collegato ad un modem, oltre ad aver frequentato un fan message site dei Pavement, racconta di aver conosciuto gente in rete poi mai incontrata dal vivo e che per lui è sempre stato interessante notare quanto su internet “la gente potesse esprimere tutto ciò che nella realtà non poteva o non voleva dire“. El-P, spassosissimo, parla delle prime esperienze su internet come terribilmente lente, il leitmotiv di moltissimi intervistati, del resto. Di quel periodo ricorda positivamente soltanto la gestione delle email e di quando per scaricare foto in jpg di donne nude ci metteva 5 minuti (“all’epoca“, sbotta satirico, “ pensai che questo avrebbe per sempre cambiato il mio modo di masturbarmi“).

John Dwyer dei Thee Oh Sees parla di quando un amico masterizzò il suo primo cd-r e di quando alla Brown University di Providence un altro conoscente gli mostrò una chat dei Metallica dove la gente parlava di tutto tranne che della band (“la gente scrive cose orrende quando sa di non avere conseguenze dirette per quello che dice, era figo“). Poco interessante, ma altrettanto emblematico, Mark Kozelek, che attiva il suo email account nel 2001 e da allora usa solo quello (e un Word processor per i testi delle canzoni); Marnie Stern racconta – e romanza – i suoi primi lenti download di Mp3 e le conseguenti ore passate a masterizzarli in cd-r, mente Marissa Nadler è ancora entusiasta nel ricordare di quando non dovette più comprarsi gli spartiti di Guns’n’Roses e Led Zeppelin.

Flying Lotus chiama in causa RealPlayer e la qualità orribile degli ascolti di Bone Thugs-N-Harmony che faceva all’epoca, mentre Brian King dei Japandroids parla dell’enorme database di AllMusic e dell’importanza che ebbe per un ragazzo di provincia come lui il ‘se ti piace questo allora ti potrebbero piacere…’, “fondamentale all’epoca se volevi conoscere le altre band legate a quell’unica che conoscevi“. Simile il caso di Dan Snaith, ovvero Caribou (figlio di un professore di matematica con in casa internet prima di moltissimi suoi coetanei): anche lui lo ha utilizzato principalmente per divorare informazioni musicali (“conoscere le ultime notizie musicali era una grande cosa per uno come me intrappolato in un paese di campagna senza patente“).

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