L’attesa – soprattutto a livello di mercato – per 25 di Adele era tanta. La cantante inglese è reduce dal più grande caso discografico del nuovo millennio, quel 21 capace di totalizzare oltre 27 milioni di copie vendute in un periodo in cui anche le superstar di maggiore successo faticano a raggiungere quota 6-7 milioni. Numeri assolutamente clamorosi, quasi inspiegabili: è facile capire perché Adele abbia successo ma è un po’ meno facile capire perché abbia questo tipo di successo, sopra ad ogni logica e così nettamente superiore a tutto e a tutti.
Solitamente il seguito di un album di voluminosa (e soprattutto longeva) portata mediatica è destinato ad avere una prima settimana di vendita di grande impatto, di conseguenza era alta la curiosità attorno alle prime cifre di 25. Cifre che, a conti fatti, superano anche le più rosee aspettative: nel solo primo giorno di vendita l’album ha totalizzato 313.000 copie in UK (sesto album più venduto dell’anno in un solo giorno). Nei primi tre giorni ha venduto 538.000 copie in UK (gli altri 199 album della top 200 hanno venduto complessivamente 423.000 copie) e 2.433.000 in USA, spazzando via rapidamente il record di vendita in una singola settimana (dell’era Soundscan) appartenente agli ‘N Sync. Al termine della prima settimana le cifre sono quasi irreali: circa 3.4 milioni di copie in USA e 800.000 copie in UK. Il dato inglese è leggermente inferiore a quello totalizzato da Be Here Now degli Oasis nei primi sette giorni di rilevamento (813.000), ma è il più alto di sempre per quanto riguarda la prima settimana in classifica, dato che all’epoca la prima settimana in classifica del disco degli fratelli Gallagher non copriva tutti i primi sette giorni. Tutto questo in un contesto di crisi discografica, tanto che rapportati al mercato i numeri di Adele di 21 e di 25 rischiano di essere superiori a quelli del Michael Jackson degli anni Ottanta.
La scelta di non diffondere l’album sui principali servizi di streaming ha certamente dato una piccolissima mano nella realizzazione di queste cifre a “n” zeri (che difficilmente avremo l’opportunità di rivedere); il resto è un mistero immerso nell’eleganza e nella tecnica vocale cristallina, nelle melodie studiate nei minimi dettagli per rendere al 100% senza suonare necessariamente banali, nel melodramma stracolmo di pathos, nel romanticismo vagamente disneyano, nella patina scaltramente pre-natalizia che mette d’accordo vecchi e bambini e nell’essere – nella sua estrema convenzionalità – un prodotto distintivo in mezzo ad una giungla di pop star incastrate in provocazioni fini a se stesse. Qualcuno potrebbe obiettare che il concetto non è troppo distante da quello che caratterizzava prodotti discutibili anni ’90 targati Céline Dion o Michael Bolton, ma qui – pur senza picchi di eccellenza e certamente senza cambiare il corso della musica – c’é chiaramente qualcosa in più.
Dopo una settimana di rilevamenti, questi sono i risultati:
Copie vendute nel mondo: circa 5.500.000 copie (probabile record)
Copie vendute in USA: circa 3.400.000 copie (record per l’era Soundscan, battuto No Strings Attached degli ‘N Sync)
Copie vendute in UK: circa 800.000 copie (record come singola settimana di classifica).
Copie vendute in Canada: circa 300.000 copie (record, battuto Let’s Talk About Love di Celine Dion)
Copie vendute in Germania: circa 263.000 copie (cifra più alta da otto anni a questa parte)
Copie vendute in Francia: 170.000 copie
Copie vendute in Australia: 126.000 copie
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In soli sette giorni 25 è diventato l’album più venduto dell’anno nel mondo. Sulle nostre pagine trovate la recensione del disco, scritta da Marco Boscolo.
L’album più venduto dell’anno in USA:
1) Adele – 25: circa 3.400.000 (3.400.000)
2) Taylor Swift – 1989: 1.775.000 (5.435.000)
3) Drake – IF You’re Reading This It’s Too Late: 1.100.000 (1.100.000)
L’album più venduto dell’anno in UK:
1) Adele – 25: circa 800.000
2) Ed Sheran – X: circa 750.000 (2.450.000)
3) Sam Smith – In The Lonely Hour: circa 730.000 (2.000.000)

