Riccardo Zagaglia, Autore presso SENTIREASCOLTARE https://www.sentireascoltare.com/author/riccardozagaglia/ Magazine musicale, recensioni, interviste, reportage, concerti Mon, 27 Nov 2023 18:42:59 +0000 it-IT hourly 1 https://www.sentireascoltare.com/wp-content/uploads/2020/08/cropped-sa-32x32.png Riccardo Zagaglia, Autore presso SENTIREASCOLTARE https://www.sentireascoltare.com/author/riccardozagaglia/ 32 32 Gli album più venduti di sempre (aggiornamento 2023) https://www.sentireascoltare.com/articoli/gli-album-piu-venduti-di-sempre-aggiornamento-2023/ Mon, 27 Nov 2023 14:29:53 +0000 https://www.sentireascoltare.com/?p=568226 “One step closer to being accurate”. Questa è la tagline di ChartMasters, sito internet creato da appassionati di classifiche e vendite, oggi probabilmente il luogo più affidabile per reperire dati e statistiche legate al successo di artisti e album.

L’accuratezza – se non la veridicità – dei dati di vendita è sempre stato un problema e la confusione attorno alle cifre è sempre stata tanta: per tanti anni le certificazioni (oro, platino ecc…) sono state basate – non in tutti paesi ma almeno in quelli principali – sul distribuito (shipments), quindi potenzialmente un album poteva essere certificato perché distribuito nei negozi in quantità industriali senza poi essere realmente venduto in certe quantità. I claim sulle presunte vendite (album distribuiti nella realtà) ovviamente erano all’ordine del giorno e facevano parte del gioco, anche perché i pochi dati di vendita reali erano di difficile reperimento (i numeri Soundscan/Billboard per gli USA o gli OCC per UK nascosti nei vari forum per chart-nerds come UKMix o Haven), di conseguenza i casi in cui venivano sbandierate “vendite” lontane dalla cifre reali erano frequenti (anche nelle liste pseudo-ufficiali o in quelle presenti su Wikipedia). Con l’avvento della pirateria prima (e quindi con i numeri complessivi in fortissimo calo) e dello streaming poi, le cose sono cambiate, in meglio o in peggio a seconda dei punti di vista. Sicuramente oggi – al netto dei “giochini” per aumentare le riproduzioni, comunque tendenzialmente sgamate e sgamabili – i numeri (almeno quelli di Spotify) sono disponibili per chiunque.

I ragazzi di ChartMasters da qualche anno hanno proprio l’obiettivo primario di fornire – finalmente – una single source of truth sulle vendite, o meglio, su ciò che ancora oggi viene definito vendita ma che in realtà è un insieme di metodi differenti di “consumption”. Alcuni li chiamano equivalent album sales ma in generale quelle che vengono chiamate vendite oggi non sono altro che cifre che vanno a considerare le copie vendute fisiche e quelle digitali (streaming compreso) e che, attraverso tassi di conversione che possono variare paese per paese e che – in teoria – andrebbero aggiornati con una certa frequenza per non distorcere il mercato, dovrebbero dare una indicazione il più possibile fedele del successo di un album.

ChartMasters in questo senso ha coniato una nuova metrica chiamata Commensurate Sales to Popularity Concept (CSPC), che oltre a considerare vendite fisiche, vendite digitali e streaming, ridistribuisce in modo pesato le vendite dei compilation album (es i greatest hits) agli album che contenevano le tracce in origine.

Prendendo in considerazione questa metrica, questi sono gli album più venduti di sempre:

1) Michael Jackson – Thriller = 122 milioni
2) Eagles – Hotel California = 73 milioni
3) Bee Gees/AV – Saturday Night Fever = 70 milioni
4) Fleetwood Mac – Rumours = 65 milioni
5) Michael Jackson – Bad = 65 milioni
6) AC/DC – Back in Black = 61 milioni
7) Led Zeppelin – Led Zeppelin IV = 59 milioni
8) Nirvana – Nevermind = 59 milioni
9) Pink Floyd – The Dark Side of The Moon = 59 milioni
10) Whitney Houston – The Bodyguard OST = 55 milioni

Va da sé che ci sono artisti e album meno “forti” sulle piattaforme streaming (i Pink Floyd ad esempio) che negli anni saranno sempre più “penalizzati” rispetto ad altri che invece hanno trovato nello streaming un forte alleato (ad esempio i Fleetwood Mac).

Prendendo in considerazione le sole vendite fisiche, la classifica invece è la seguente:

1) Michael Jackson – Thriller = 66 milioni
2) Pink Floyd – The Dark Side of The Moon = 43 milioni
3) Whitney Houston – The Bodyguard OST = 41 milioni
4) AV – Grease OST = 38 milioni
5) Led Zeppelin – Led Zeppelin IV = 38 milioni
6) AC/DC – Back in Black = 36 milioni
7) Fleetwood Mac – Rumours = 35 milioni
8) Bee Gees/AV – Saturday Night Fever = 35 milioni
9) Michael Jackson – Bad = 33 milioni
10) Alanis Morisette – Jagged Little Pill = 33 milioni

Le classifiche sono consultabili nella loro interezza QUI, filtrabili per anno, decennio, artista, genere o lingua con l’importante nota che i numeri extra-streaming (quindi vendite fisiche o download) non sono stati analizzati per tutti gli artisti, quindi potrebbero esserci album per i quali la cifra complessiva è basata esclusivamente sullo streaming.

Per i più interessati, il sito offre svariate possibilità di approfondimento tra cui:

Gli album più ascoltati di sempre su Spotify (sempre filtrabili per artista, anno/decennio, genere e lingua e aggiornati quotidianamente)

Le tracce più ascoltate di sempre (sempre filtrabili per artista, anno/decennio, genere e lingua e aggiornate quotidianamente)

Gli album con più ascolti nella prima settimana (sempre filtrabili per artista, anno/decennio)

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La casualità delle indie sleeper hit ai tempi di TikTok https://www.sentireascoltare.com/articoli/la-casualita-delle-indie-sleeper-hit-ai-tempi-di-tiktok/ Thu, 05 Oct 2023 09:31:08 +0000 https://www.sentireascoltare.com/?p=564900 Qualche giorno fa, in seguito all’annuncio della pubblicazione di Remote Echoes (compilation di outtake), sono andato su Spotify, ho aperto la pagina dei Duster e l’occhio mi è caduto subito su un numero: 4 milioni di ascoltatori mensili. Dopo essermi accertato che fossero esattamente quei Duster e non recenti omonimi mi sono chiesto come fosse possibile che una band tipicamente da addetti ai lavori potesse avere numeri di quel tipo. Certo, nel 2019 i californiani sono tornati sulle scene dopo vent’anni con l’album Duster, ma non fu certamente un successo da giustificare un tardivo boom di questo tipo.

Ovviamente la risposta alla domanda era TikTok: per qualche misterioso motivo il gusto della gen-Z ha recentemente incrociato il percorso di una delle formazioni sulla carta meno “viralizzabili”, nonché ormai storicizzate (i 90s dello slowcore e dello slacker), facendone schizzare le quotazioni in pochi mesi e andando a generare un effetto a catena che si è ripercosso sia sulle piattaforme di streaming sia su siti come RYM dove ora l’album d’esordio Stratosphere ha più voti di The Miseducation of Lauryn Hill, di XO di Elliott Smith o di Moon Safari degli Air.

Dinamiche che un quasi quarantenne come me fatica a comprendere del tutto ma che giocoforza impattano sia sull’attuale music business sia su quello che i ragazzi di oggi ricorderanno e valorizzeranno in futuro. Su questa distorsione della storia ci torneremo più avanti, per ora partiamo dai numeri e in particolare da quelli di alcuni di quei nomi “indie” che tendenzialmente vengono considerati “grossi” o quanto meno ormai sdoganati anche su un pubblico più ampio:

Fontaines D.C. – 950.000 ascoltatori mensili
Idles – 800.000 ascoltatori mensili
War on Drugs – 1.600.000 ascoltatori mensili
Sharon Van Etten – 1.500.000 ascoltatori mensili
Angel Olsen – 1.100.000 ascoltatori mensili

e andando un po’ più su

Arcade Fire – 4.500.000 ascoltatori mensili
National – 5.800.000 ascoltatori mensili (in parte drogati dal feat sul disco Taylor Swift)
Big Thief – 3,000,000 ascoltatori mensili

Ecco, i Duster oggi hanno cifre simili a questo ultimo gruppo, anzi nessuna traccia di Arcade Fire, National o Big Thief è stata ascoltata quanto la loro Inside Out (circa 165 milioni di ascolti mentre scriviamo).

Quello di Clay Parton e soci è solo l’ultimo (e forse più inaspettato) caso di artisti o band indie che diventano improvvisamente famose (sul concetto di famoso ci sarebbe da aprire dieci parentesi) grazie a TikTok. Abbiamo provato ad elencare quelli più eclatanti qui sotto, certi di aver perso per strada qualche altro esempio ugualmente degno di nota:

Tv Girl: band che non abbiamo mai trattato (e che non è mai stata recensita né da Pitchfork né da NME) dedita ad un indie pop venato psych & plunderphonics con abbondante uso di sampling. L’album d’esordio French Exit del 2014 e il successivo Who Really Cares del 2016 contengono brani diventati virali su TikTok, in particolare Not Allowed (435m) e Lovers Rock (545m). Mentre scriviamo French Exit è il 10° album più ascoltato nelle ultime 24 ore tra quelli pubblicati nel 2014.

source Chartmasters.

Surf Curse: altra band anni Dieci all’epoca incapace di emergere e riscoperta qualche anno più tardi in modo fortuito grazie a TikTok. Il boom di popolarità lo si deve a Freaks (oggi vicina ai 900 milioni di plays) che tra il 2020 e il 2021 ha dato una nuova – molto più profittevole – vita all’album d’esordio Buds (2013). Oggi sono quasi 9 i milioni di ascoltatori mensili dei Surf Curse, cifra neanche lontanamente ipotizzabile qualche anno fa. Non solo, parallelamente anche il leader della band, Nick Rattigan aka Current Joys, ha visto aumentare le proprie cifre (oltre 5 milioni di ascoltatori mensili).

Mother mother: altra formazione data per morta resuscitata grazie a TikTok: l’indie pop-rockers canadesi non avevano lasciato grosse tracce ai tempi di O My Heart (2008), eppure sul finire del 2020 la loro musica (in particolare quella contenuta in quel disco) ha iniziato a macinare numeri su numeri, tanto che oggi O My Heart è tra i 25 album del 2008 più ascoltati di sempre su Spotify.

Salvia Palth: ancora anni dieci dimenticati ripescati casualmente. Salvia Palth è il progetto bedroom slacker del neozelandese Daniel Johann che nel 2013 pubblicò Melanchole, album praticamente passato inosservato ovunque, persino in patria. Oggi quell’album ha quasi 500 milioni di ascolti, 300m dei quali della traccia i was all over her, particolarmente popolare su TikTok.

Alex G: situazione ancora diversa quella di Alex G, artista sicuramente in vista, piuttosto coccolato dagli addetti ai lavori e con un discreto seguito. Il TikTok effect nel suo caso ha colpito principalmente uno dei primi dischi (Trick del 2013) che aveva circa 30 milioni di ascolti sul finire del 2020 e che ne ha oltre 400 milioni oggi.

Cults: TikTok deve avere qualche legame con il 2013 perché anche in questa occasione il brano trainante (Always Forever, oltre 400 milioni di ascolti) è di quell’anno, contenuto in Static, secondo album di una band abbastanza chiacchierata due anni prima ai tempi dell’omonimo debutto ma praticamente passata all’oblio prima del ripescaggio di TikTok.

Eyedress: prima di TikTok il classe 1990 originario di Manila era uno dei tanti progetti anni indie anni Dieci dai contorni hypnagogic. Una serie di album destinati principalmente agli appassionati del genere. Nel 2021 però le cose cambiano e alcune tracce, in primis Jealous, iniziano a girare bene sulla piattaforma di video sharing regalando una notorietà non prevista. Jealous ha in questo momento oltre 550 milioni di ascolti.

Vacations: recensiti anche su queste pagine, anche gli australiani Vacations hanno subito il TikTok effect a distanza di qualche anno: parliamo dell’EP Vibes del 2016 e in particolare della traccia Young, ormai vicina a quota 500 milioni di ascolti.

Vundabar: band indie rock/power pop/alt rock di Boston che nel 2021 ha iniziato a vedere aumentare i numeri grazie al brano Alien Blues contenuto nell’album Gawk (anche qui siamo attorno ai 500 milioni di ascolti) pubblicato sei anni prima.

ROAR: altro successo inaspettato quello dei ROAR di Owen Evans, progetto indie-psych-retro pop piuttosto lontano dai riflettori che quest’anno ha visto improvvisamente diventare virali su TikTok le tracce Christmas Kids e I Can’t Handle Change, titletrack dell’EP del 2010 che oggi viaggia ad oltre 600 milioni di ascolti.

Beach Weather: nel caso di questo trio americano le mire da classifica sono sempre state presenti con un furbo mix alternative airplay-ready ma il brano Sex, Drugs, Etc. non aveva smosso nulla quando venne pubblicato nel 2016. Sei anni più tardi è invece diventato talmente virale su TikTok che la band non solo è tornata in attività dopo una lunga pausa ma ha anche pubblicato l’album d’esordio (ovviamente includendo Sex, Drugs, Etc. che nel frattempo ha superato quota 550 milioni di ascolti).

The Walters: nel caso dei Walters la “beach” è quella dei Beach Boys con un mix di voci wilsoniane, indie pop e mood bedroom. All’attivo solo EP, il primo dei quali Songs for Dads (risalente al 2014) contiene quella I Love You So che ha abbondantemente superato il miliardo di ascolti su Spotify grazie al TikTok-boom del 2021.

Fino a questo momento abbiamo visto colpi di fortuna life-changing che davvero potrebbero colpire qualsiasi altro artista in modo casuale da qui ai prossimi anni, i prossimi casi invece hanno caratteristiche piuttosto differenti.

Mitski: partendo da un livello di fama decisamente superiore, a cavallo tra il 2021 e il 2022 anche Mitski ha avuto un’impennata simile a quella dei TV Girl che ha coinvolto tutti gli album pubblicati fino a quel momento (in particolare Be The Cowboy) e che infatti non ha colpito Laurel Hell pubblicato da lì a poco, forse anche un po’ frettolosamente. Mentre scriviamo Be The Cowboy è il 13° album più ascoltato nelle ultime 24 ore tra quelli pubblicati nel 2018 e Mitski ha oltre 15 milioni di ascoltatori mensili.

Mac DeMarco: il caso di Mac è meno sorprendente nel senso che è stato una delle figure più in vista dell’indie anni Dieci durante gli anni Dieci, ma negli ultimi due-tre anni – sempre grazie alla viralità tra i più giovani – i numeri si sono alzati sensibilmente tanto che i primi tre album hanno tutti raggiunto quota 1 miliardo di plays su Spotify (sul finire del 2019 erano a circa 200-300 milioni). Al momento Mac DeMarco ha oltre 16 milioni di ascoltatori mensili (giusto per confronto, i vecchi compagni di label DIIV e Wild Nothing non arrivano al milione).

Beach House: vedi sopra. La carriera dei Beach House non ha certo bisogno di presentazioni e la loro discografia è stata tra le più importanti in ambito indie durante tutti gli anni Dieci. TikTok ha però dato il boost numererico a Depression Cherry del 2015 (sicuramente non il loro album migliore) che a fine 2019 contava circa 140milioni di ascolti. Oggi, grazie a Space Song diventata virale su TikTok nel 2021, l’album è oltre il miliardo di ascolti.

Abbiamo poi altre situazioni meno eclatanti in termini numerici ma altrettanto inattese come quella dei Blonde Redhead di For the Damaged Coda (2000, oltre 75 milioni di ascolti), situazioni in cui TikTok ha semplicemente continuato e ingigantito un trend internettiano di hype come nel caso dei Cigarettes After Sex (mentre scriviamo il debutto degli americani è il quinto album più ascoltato del 2016 nelle ultime 24 ore), situazioni nate grazie all’algoritmo di Youtube poi alimentate da TikTok ed infine riflesse su Spotify come quella dei Molchat Doma (Судно è oltre i 230 milioni di ascolti) e situazioni di vere e proprie sleeper hit partite un po’ in sordina per poi essere rivalutate successivamente come Little Dark Age dei MGMT (ormai vicina ai numeri di una Kids o di una Electric Feel). Un’altra sleeper hit è stata sicuramente Runaway di Aurora, brano del 2015 che ha raggiunto il grande successo solo nel 2021, ma anche qui siamo di fronte a progetti potenzialmente già proiettati verso il mainstream dal giorno 1: era strano che non fosse diventata una hit già nel 2015.

Parlando di mainstream non possiamo non citare alcuni brani che continuano ad essere ciclicamente rilanciati ai vertici delle charts come Sweater Weather dei The Neighbourhood (I Love You, l album che la contiene, è il 4° più ascoltato di sempre tra quelli pubblicati nel 2013) o Another Love di Tom Odell: Long Way Down è il terzo album più ascoltato nelle ultime 24 ore tra quelli pubblicati del 2013, proprio dietro ai Neighbourhood e a AM degli Arctic Monkeys, quest’ultimo ormai definibile il più grande manifesto di passaggio di consegne generazionale avvenuto (anche, ma forse soprattutto) grazie a TikTok, tanto da viaggiare praticamente su cifre ad altezza Taylor Swift, Ed Sheeran, Drake o The Weeknd.

Menzione a parte per i Deftones che si sono trovati in mezzo ad una fortunata congiunzione astrale che non coinvolge solo TikTok ma anche la loro consolidata posizione di “band nu metal qualitativamente migliore” che li ha fatti arrivare a nuove orecchie in questo periodo in cui gli zoomer stanno rivalutando il nu metal (e in generale tutto il periodo fine 90s/inizio 00s). Nelle ultime 24 ore su Spotify White Pony è stato il 7° album più ascoltato del 2000 (più di Oops!… I Did It Again, di Kid A e di All That You Can’t Leave Behind) e Around The Fur il 4° più ascoltato del 1997 (più di Urban Hymns, di Backstreet’s Back e di Blur). Menzione a parte anche per i Fleetwood Mac che, nonostante siano da sempre tra le band “catalog” più ascoltate sulle piattaforme di streaming, hanno visto impennare i numeri di Dreams (ora tra le 5 canzoni degli anni 70 più ascoltate di sempre) grazie all’ormai storico video TikTok di Nathan Apodaca. Qui però siamo già in un ambito differente, quello che coinvolge i grandi del passato e che per certi versi potrebbe essere esteso agli exploit televisivo-cinematografici di Kate Bush (via Stranger Things) o dei Queen (il biopic Bohemian Rhapsody).

Tornando agli esempi iniziali, questi boom inaspettati (abbastanza impalpabili e frequentemente assolutamente invisibili agli over-25) spesso si ripercuotono sul fronte live, con cachet che si impennano in modo repentino e con placement di rilievo nei maggiori festival internazionali.  Non di rado, però, rimane la sensazione da sindrome dell’impostore.

Sindrome dell’impostore assolutamente presente anche quando si prova o si proverà a dare il giusto peso a determinati artisti o a determinati album all’interno di quella grande sequenza di eventi che possiamo chiamare storia della musica. Prima dell’avvento di TikTok la musica dello scorso secolo aveva ormai una sua “verità”, sapevamo quali sono stati gli artisti o gli album di maggior successo, quelli più importanti o quelli di culto ed era difficile uscire più di tanto da binari ormai consolidati: i Beatles, i Led Zeppelin, i Nirvana (e tutti gli altri) ormai avevano una loro posizione e i numeri sulle piattaforme di streaming non erano altro che il riflesso piuttosto “veritiero” di come sono andate le cose.

Un caso come quello dei Duster citato in apertura rischia invece di cambiare un po’ le prospettive: Atmosphere ha più ascolti di Ray Of Light di Madonna, di Celebrity Skin delle Hole o di Mechanical Animals di Marilyn Manson e questo – diranno alcuni di voi – potrebbe essere anche un bene (e sotto alcuni aspetti sicuramente lo è) ma è certamente una distorsione di quello che fu realmente il 1998 musicale, anche perché non si tratta di trasformare album di culto in veri e propri classici tout court (come è avvenuto con gli anni con Loveless o con In Aeroplane Over the Sea) grazie alla nomea – tramandata anno dopo anno – di album qualitativamente eccelsi, qui si tratta quasi esclusivamente di colpi di fortuna (che poi nel caso dei Duster questo vada a braccetto anche con la qualità è un caso). Qui non è la qualità o l’importanza storica che traina una eventuale successiva rivalutazione o riscoperta, come era sempre successo nell’era pre-TikTok, qui sono altre dinamiche (qualcuno direbbe l’algoritmo) che comandano.

Questo aspetto è ancora più marcato sulla musica degli anni Dieci: ad esempio chi ha vissuto in prima linea gli avvenimenti musicali – e in particolare tutto ciò che riguarda l’indie – durante il 2013 difficilmente citerà Salvia Palth, Surf Curse o Alex G come i nomi di spicco di quell’anno (Alex G iniziò a circolare tra gli addetti solo l’anno successivo con DSU), eppure per uno zoomer nato nel 2003 quella potrebbe essere la musica indie più rappresentativa del 2023, i numeri gli daranno ragione, probabilmente continuerà a rimanere di quell’idea e probabilmente tramanderà questa versione delle cose.

Sono solo numeri direte voi, ma come detto prima, i numeri smuovono tutta una serie di dinamiche a catena all’interno del music business che è impossibile passarci sopra. Magari Surf Curse, Salvia Palth o Beach Weather verranno solamente ricordati come one hit wonder, ma one hit wonder di che anno?

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black midi, Black Country, New Road e Squid: nuova linfa post-punk nella scena inglese https://www.sentireascoltare.com/articoli/black-midi-black-country-new-road-e-squid-nuova-linfa-post-punk-nella-scena-inglese/ Fri, 02 Aug 2019 08:03:45 +0000 https://sentireascoltare.com/?p=411797 All’ombra della Brexit e di tutte le ingiustizie sociali, da qualche anno la scena (post) punk albionica sta trovando nuova linfa nel raccontare l’here and now con linguaggi ancorati al contemporaneo, partendo dalle lezioni del passato. Band come gli Idles, gli Shame, gli Sleaford Mods o i Fat White Family (e possiamo pure citare i Fontaines D.C. dalla confinante Irlanda) hanno già trovato il loro posto di rilievo all’interno dell’attuale panorama musicale; in questa occasione, però, vogliamo addentrarci in un contesto – in un certo senso – maggiormente underground, legato a doppia mandata alla città di Londra, tornata finalmente attiva dopo qualche anno di stallo grazie alla scena della Blue Flowers Record in ambito sophisti-pop (Westerman, Puma Blue, Nilüfer Yanya…) e soprattutto grazie a una serie di giovanissime band alle prese con il lato più artsy, free-form – e superficialmente pretenzioso – del post-punk, non troppo distante dall’idea di “free jazz punk inglese” di Battiato: black midi, Black Country, New Road, Squid (di Brighton ma stanziati a Londra), Sistertalk, senza citare gli Hotel Lux (apprezzati al Green Man Festival 2017) e i Nervous Conditions (visti qua in Italia in apertura ai Beach Fossils due anni fa) già sciolti dopo le accuse nei confronti del frontman Connor Brown.

Dei black midi abbiamo già parlato in sede di recensione. Il loro poliedrico mix di tutto e niente (math-rock, art rock, no wave, post-punk d’annata, post-hc, jazz-core, post-rock, materiale Touch and Go e prog-rock, immersi nei fumi di una beat generation mai vissuta) contenuto nell’album d’esordio Schlagenheim è un po’ il manifesto della “nuova” scena londinese. Il quartetto composto da Geordie Greep (voce e chitarra), Matt Kwasniewski-Kelvin (chitarra e voce), Cameron Picton (basso e voce) e dal funambolico Morgan Simpson (batteria), partendo dalle più classiche intuizioni da jam in saletta, compone in modo mutevole, imprevedibile e ambizioso. C’è ancora margine di miglioramento, ma già oggi sono una delle realtà più promettenti della guitar-music tout court.

Anche loro – come i black midi – nel giro della Speedy Wunderground di Dan Carey, i Black Country, New Road sembrano in procinto di esplodere, forse addirittura più della band di Geordie Greep. Capitanati da Isaac Wood e letteralmente nati dalle ceneri dei Nervous Conditions, la formazione inglese ha già fatto parte della serie sperimentale Drift curata dagli Underworld (la bassista Tyler Hyde è la figlia di Karl Hyde) e arricchisce il suono sghembo, sospeso tra spoken post-Mark E. Smith e chitarre ad altezza Steve Albini, con la violinista Georgia Ellery (e il suo background klezmer) e con il sassofonista Lewis Evans. Due i singoli fino ad oggi pubblicati: Athen’s, France, brano impregnato di tensione anche nei momenti più distesi (nei quali viene anche citata paro paro Motion Sickness di Phoebe Bridgers, «why do you sing with an English accent? I guess it’s too late to change it now»), e Sunglasses, sold out in tutti formati disponibili dopo due giorni, semplicemente maestosa nei suoi quasi nove minuti in cui sembra di sentire dei Protomartyr più pastorali abbandonati alle angolazioni jazz-avant.

Maggiormente groovey, diretti e melodici, gli Squid pubblicheranno – sempre via Speedy Wunderground – a settembre l’EP Town Centre anticipato dal singolo The Cleaner, traccia di sbilenca new wave (tanto Talking Heads, quanto XTC, quanto Devo) tagliata post-punk che conferma il clamore suscitato a inizio anno col brano Houseplants, anch’esso prodotto da Carey. Gli Squid si presentano con una formazione sui generis, con il batterista (e voce principale) Ollie Judge come vero leader.

I Sistertalk – Gabriel Levy (voce), Dan Levy (batteria), Seth Evans (synth), Tom (basso) e James (chitarra) – purtroppo hanno annunciato lo scioglimento proprio in questi giorni via Facebook, ma hanno fatto in tempo a consegnarci uno dei singoli più interessanti dell’anno: Vitriol. Post-punk a tinte oscure rafforzato da synth possenti e da situazioni al limite del cabaret-jazz.

Su coordinate non troppo distanti anche i south-londoners Blue Bendy (autori per il momento di un solo singolo intitolato Closing Sound) e Dry Cleaning (spoken-art-punk).

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Nuova musica italiana e Spotify: aggiornamento Marzo 2018 https://www.sentireascoltare.com/articoli/nuova-musica-italiana-spotify-aggiornamento-marzo-2018/ Sat, 03 Mar 2018 08:35:54 +0000 https://sentireascoltare.com/?p=372948 Torniamo a fotografare (aiutandoci con i numeri di Spotify) il momento di transizione verso il mainstream del cosiddetto “indie” italiano, dopo un primo approfondimento dello scorso giugno intitolato La golden age dell’indie italiano vista da Spotify, dove la golden age non va intesa come una era catalizzatrice di grande musica, quanto invece come una era di grandi opportunità di visibilità. Una grande visibilità che Lo Stato Sociale ha ottenuto calcando abilmente/furbamente il palco nazionalpopolare per eccellenza dopo anni di buzz (e altrettanto disprezzo) e di importanti successi, sebbene confinati perlopiù al proprio – ampio – pubblico di riferimento. Una Vita in Vacanza è al primo posto nella classifica italiana dei singoli più venduti (o meglio, scaricati e ascoltati) e nell’ultimo mese i Monthly Listeners di Spotify sono letteralmente schizzati oltre quota 1 milione

Contestualmente, sta andando a calare la spinta propulsiva post-Riccione dei TheGiornalisti (comunque oltre 500.000 Monthly Listeners anche all’aggiornamento del 1° marzo), mentre Calcutta, grazie al singolo Pesto, sta apparecchiando la tavola per un ritorno su formato lungo che per forza di cose sarà un successo. Quasi 600.000 Monthly Listeners per lui nell’ultimo mese.

Evidente l’aumento delle platee mese dopo mese per Cosmo (Cosmotronic ha dato una bella spinta tra gennaio e febbraio), Gazzelle, i Canova e ovviamente Liberato, passato in meno di un anno da zero a oltre 270.000 ascoltatori mensili.

Per quanto l’indie (o pseudo tale) stia trovando sempre più spazio in contesti generalisti, il confronto numerico con gli artisti trap è ancora per certi versi impietoso. Nell’ultimo mese sia Sfera Ebbasta che Ghali hanno visto aumentare sensibilmente il numero di ascoltatori, passando in agilità quota 2 milioni. Sfera e Ghali sono senza dubbio i mattatori, ma anche la concorrenza fa registrare cifre superiori, ad esempio, a quelle di un Ligabue qualsiasi. Insomma, chi profetizzava la imminente fine della trap come fenomeno mediatico dovrà, almeno per il momento, ricredersi.

Parallelamente, tra indie e trap, abbiamo ancora una forte esposizione per quell’incrocio tra contemporaneo hip hop e pop simil-cantautorale portato avanti da Coez & co.

Potete approfondire le analisi collegandovi a una pagina dedicata su dashboard.

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Canzoni più ascoltate su Spotify per decennio https://www.sentireascoltare.com/articoli/canzoni-piu-ascoltate-su-spotify-per-decennio/ Thu, 28 Sep 2017 08:37:59 +0000 https://sentireascoltare.com/?p=361383 Come abbiamo visto in passato, Spotify è una miniera di dati potenzialmente infinita in grado di fornire indicazioni piuttosto precise sulle abitudini d’ascolto a livello globale. Certamente seguire in modo costante le classifiche settimanali (e quotidiane) delle tracce più ascoltate può essere interessante, ma – secondo noi – è ancora più interessante ricavare informazioni su quelle canzoni del passato che ancora oggi sono ascoltate con una altissima frequenza.

Contestualizzare i “grandi classici” tramite le classifiche è sempre stato molto complicato: troppo spesso brani arrivati al numero uno hanno avuto a conti fatti una longevità effimera mentre altri, magari inizialmente incapaci di arrivare nelle zone alte delle classifiche, con il tempo hanno abbattuto lo status di culto diventando brani simbolo di un determinato decennio a livello trasversale. Per intenderci, The Power Of Love di Celine Dion (n.1 all’epoca) è stata ascoltata meno volte di In the Aeroplane over the Sea dei Neutral Milk Hotel, invece mai entrata in classifica.

Non essendo – purtroppo – possibile, per il momento, ricavare certi dati in modo automatico tramite API, ci siamo armati di pazienza e – manualmente – abbiamo compilato una lista dei brani più ascoltati su Spotify divisi per decennio (potrebbero esserci alcune dimenticanze). Pur essendo decisamente USA-oriented (lì si fanno numeri maggiori…), dai dati emerge un quadro abbastanza rappresentativo dell’evoluzione musicale e delle preferenze del grande pubblico dagli anni ’50 ad oggi.

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La golden age dell’indie italiano vista da Spotify https://www.sentireascoltare.com/articoli/indie-italiano-spotify/ Mon, 12 Jun 2017 10:28:15 +0000 https://sentireascoltare.com/?p=349421 Già annunciato – erroneamente – a più riprese negli scorsi anni, il fatidico momento della penetrazione di quello che – probabilmente, altrettanto erroneamente – viene etichettato come “indie italiano” all’interno del circuito mainstream nazional-popolare sembra essere definitivamente arrivato. Gli step per giungere alla situazione odierna sono stati tanti e di varia natura (inizialmente l’internet buzz ha certamente aiutato, ma successivamente anche radio e televisione hanno fatto la loro parte, captando il momento favorevole – siamo pur sempre in Italia…) ma sono andati di pari passo con una progressiva de-radicalizzazione dei contesti “hip” che ha colpito un po’ tutta la sfera della società. Basta guardarsi attorno: molti degli stereotipi che a inizio decennio erano prerogativa identitaria dell’hipster (termine, si spera, sorpassato) appartenente ad una nicchia ancora “alternativa” e vagamente nerd, oggi sono – trasfigurati e de-contestualizzati – alla mercé di un pubblico che, con ogni probabilità, fino all’altro giorno ascoltava altro e frequentava altri tipi di locali. Insomma, siamo al termine di un processo sociologico che abbiamo visto e rivisto in passato e che continueremo a vedere, chissà in quali forme, in futuro.

Tutto abbastanza prevedibile, comprese le consuete dinamiche che vedono da una parte schierati i puristi – che poi spesso si tramutano in hater – che vedono intaccati i propri credi e di conseguenza sbandierano il più classico (e, diciamolo, a volte più che condivisibile) dei “si stava meglio quando eravamo in pochi ad ascoltare X” e dall’altra chi si avvicina per la prima volta a certi contesti e di conseguenza tende ad avere una visione approssimativa di quello che è e di quello che è stato l’indie italiano. Il tutto, ovviamente, incastrato all’interno dei soliti binari mediatici del successo. Circoscrivendo l’analisi agli ultimi dieci anni (e senza soffermarci sugli aspetti prettamente qualitativi, per i quali vi rimandiamo alle singole recensioni) abbiamo assistito almeno a tre momenti di grande hype, di accese discussioni e di forte accentramento micro-mediatico del circuito indie: l’esordio de Le Luci Della Centrale Elettrica (siamo tra il 2007 e il 2008), i primi audio su Youtube de I Cani (siamo tra il 2010 e il 2011) e le quasi contemporanee prime release de Lo Stato Sociale. Per settimane non si parlava d’altro. Il tutto, però, accadeva ancora lontano dagli occhi del mainstream. Oggi, a qualche anno di distanza, troviamo questi tre nomi ai primi posti delle classifiche, baciati da un successo diverso, numericamente più ampio e maggiormente trasversale.

Già tre-quattro anni fa alcuni nomi di punta dell’indie italico facevano la loro apparizione ai vertici delle classifiche ma erano principalmente effimere toccate e fuga poco sorprendenti, considerati i volumi del mercato. Tra il 2016 e il 2017 invece la sensazione di una vera e propria invasione indie (o pseudo tale: ripetiamo, utilizziamo questo termine solo per comodità) si è fatta decisamente più palpabile su più livelli (radio, televisione, classifiche, concerti, ecc..), tanto che oggigiorno i numeri della fascia più popolare dell’indie (e della trap, ma è un discorso diverso) non sono poi così diversi da quelli big (tralasciamo quelli dei vari Vasco Rossi, Jovanotti, Ferro & co, ancora irraggiungibili) della canzone italiana e dei talent.

Per provare a tenere traccia di questo particolare momento storico, dalla scorsa estate ogni nove del mese abbiamo estratto il numero di ascoltatori mensili su Spotify – vedi dashboard  di alcuni degli artisti “indie” italiani più in vista (perdonateci se, per scelta o per semplice distrazione, ne abbiamo lasciati fuori alcuni). Chiaramente, pur essendo al giorno d’oggi una metrica piuttosto rilevante, quella degli ascoltatori mensili su Spotify è comunque un indicatore parziale (vedi anche l’articolo Internet e classifiche: misurare il successo è possibile? sul tema) perché tende a concentrarsi su una fascia di età e su una tipologia di pubblico non del tutto rappresentativa della popolazione. Inoltre, i trend positivi che emergono sono chiaramente anche influenzati dal numero crescente di utenti Spotify e dalla fisiologica stagionalità che impatta sul numero (generalmente più basso) di ascolti ad agosto.

Iniziando a raccogliere i dati a settembre 2016 non siamo riusciti ad immortalare in pieno il momento cardine dell’esplosione del fenomeno Calcutta (sopraggiunto qualche mese prima): a settembre era già oltre i 100.000 ascoltatori mensili, con grande distacco sui “colleghi”. Da allora il cantautore di Latina è rimasto con una certa costanza tra i cinque artisti più ascoltati. Il grande exploit cross-target lo hanno concretizzato però i TheGiornalisti, passati dai 45.000 ascoltatori mensili della scorsa estate ai 283.000 dell’update di giugno: tra singoli radiofonici, concerti sold-out, featuring improbabili e polemiche, la band di Tommaso Paradiso è quella che più di tutte ha saputo flirtare con il grande pubblico (l’apparizione ad Amici non è che la naturale, infausta, conseguenza). L’uscita di Completamente Sold Out (Tra la strada e le stelle a parte, decisamente inferiore rispetto al precedente Fuoricampo) ha fatto impennare gli ascolti fin da subito, ampliando però la platea mese dopo mese in modo piuttosto netto.

Il momento di grande visibilità ha giovato anche a Brunori Sas, che con il suo A casa tutto bene è riuscito definitivamente ad imporsi su larga scala, aumentando il numero di ascoltatori nelle settimane successive alla release dell’album, e attestandosi poi attorno ai 200.000 ascoltatori mensili per tutta la primavera. Diverso invece il trend dei Baustelle, affermati da un numero maggiore di anni: come è logico aspettarsi in questi casi, il picco di ascoltatori è maggiormente concentrato attorno alla release dell’album (L’amore e la violenza). Inaspettata seconda giovinezza per gli Ex-Otago, che dopo il periodo di culto (metà anni Zero) e una fase meno memorabile, hanno pubblicato un album (Marassi) che, forse grazie al mood vagamente jovanottiano, ha trovato parecchi consensi tra il pubblico generalista. Sopra ai 100.000 ascoltatori mensili nei mesi successivi alla release degli ultimi album (non esattamente dei must) anche Lo Stato Sociale e Le Luci Della Centrale Elettrica. Numeri e crescita forse inferiori alle aspettative, considerato che anche lui è fresco di pubblicazione, per Dente. Segnaliamo con piacere numeri di rilievo anche per tre artisti stra-chiacchierati tra gli addetti ai lavori ma ancora fuori dal circuito dei casual listeners: Motta (cifre simili a I Cani, per intenderci), Iosonouncane e Cosmo (valori comparabili con quelli di Dente).

Quello che emerge da questi dati è un forte ricambio generazionale: i vari Verdena, Afterhours (nonostante la visibilità data da X-Factor), Marlene Kuntz, Marta Sui Tubi, Il Teatro Degli Orrori, Ministri e in generale un po’ tutti i gruppi di culto di 10-15-20 anni fa caratterizzati da un approccio più tipicamente chitarra-centrico, sembrano essere tagliati fuori da questa stagione d’oro (almeno numericamente parlando) dell’indie italiano.

In un contesto come questo, fortemente social-centrico e guidato da una fascia di età piuttosto bassa, è facile assistere ad un continuo ricambio di “fenomeni del momento”, spesso caratterizzati da contorni post-trash talmente indecifrabili da essere perfetti per accendere discussioni e per ampliare il passaparola. Tra i più visibili citiamo Pop X (dai 2.000 ai 31.000 ascoltatori a novembre), Cambogia, Gazzelle e Liberato, vero e proprio caso ben descritto da Luca Roncoroni prima della trollata del Miami Festival.

Altre conferme

1) Anche se da noi meno popolari rispetto a TheGiornalisti, Calcutta & co, nomi di orgoglio internazionale come Dumbo Gets Mad (spottati inizialmente da mister TheNeedleDrop) o Porcelain Raft (volendo potremmo aggiungere anche Yves Tumor, a lungo stanziato a Torino) hanno un numero molto elevato di ascoltatori mensili, distribuiti ovviamente su un territorio più ampio rispetto ai nomi citati fino ad ora. Tra i confini italiani, purtroppo, la lingua fa ancora la differenza.

2) Partendo dal presupposto che fino a qualche anno fa, basandoci solo sulle classifiche ufficiali di vendita (tipicamente megastore-centriche), non eravamo in grado di tastare con mano le reali dimensioni dei fenomeni indie (una buona parte delle vendite avvenivano su canali non tracciati, ad esempio durante i concerti o nei negozi indipendenti), i numeri Spotify fotografano un periodo decisamente roseo per l’indie italico. Ciò nonostante c’è un altro fenomeno che riesce a raggiungere numeri ancora più sorprendenti: la trap con Sfera Ebbasta e Ghali costantemente sopra i 300.000 ascoltatori mensili (con Ghali addirittura sopra al milione in queste settimane post-release di Album) e con la Dark Polo Gang già oltre i 500.000 ascoltatori mensili dopo poco più di un mese dallo sbarco su Spotify.

La pseudo-sorpresa

Il divario enorme che troviamo e che abbiamo sempre trovato nelle classifiche di vendita – e più in generale in un contesto nazionalpopolare – tra le superstar della canzone italiana e gli artisti indipendenti/extra canzone italiana si riduce moltissimo su Spotify: Ligabue e Vasco Rossi sono ascoltati quanto Sfera Ebbasta e Ghali, Biagio Antonacci e Emma Marrone sono ascoltati quanto i TheGiornalisti. I multiplatinati The Kolors sono ascoltati quanto Iosonouncane. Continueremo a tenere monitorata la situazione per effettuare un nuovo focus nei prossimi mesi. Nel frattempo sentitevi liberi di giocare con la dashboard che abbiamo preparato basandoci sui dati Spotify.

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Gli album più venduti nel mondo nel 2016 https://www.sentireascoltare.com/articoli/gli-album-piu-venduti-nel-mondo-nel-2016/ Sat, 07 Jan 2017 10:18:44 +0000 https://sentireascoltare.com/?p=331021 Nell’anno in cui per la prima volta si è sentita fortemente la necessità di una strategia condivisa a livello mondiale per il conteggio degli streaming all’interno delle vendite degli album (alcuni Paesi già lo fanno e, come da annuncio, dall’anno prossimo dovrebbe farlo anche Mediatraffic, la fonte principale per le vendite mondiali), la classifica dei dischi più venduti è sempre più un metro solamente parziale per misurare il successo di un album. Senza entrare troppo nel dettaglio, ora come ora se si considerano esclusivamente le vendite fisiche e digitali (come facciamo in questo articolo), si rischia di “favorire” artisti pop-rock consolidati; se invece si considerano gli streaming (i SEA, ovvero Streaming Equivalent Albums, che vanno a formare le SPS, ovvero le Sales Plus Streaming) si rischia di “favorire” tutta una fetta di artisti destinata ad un pubblico più giovane e/o più vicino alle tendenze r&b/rap e dance. Ci vorrà tempo prima di avere a disposizione una classifica globale che consideri in modo equilibrato dati di vendita e dati di streaming (su formato album).

In questo senso, non sorprende che anche quest’anno l’album più venduto sia stato 25 di Adele (4.668.000 copie, 19.638.000 totali), con un certo distacco su Beyoncé e Drake, rispettivamente 2.674.000 copie vendute di Lemonade e 2.650.000 copie di Views. Con 25, nel biennio 2015 e 2016 Adele replica quindi quanto fatto nel 2011 e 2012 con 21, tanto che per quattro degli ultimi sei anni l’album più venduto è stato suo. Views (il vero “bestseller” dell’anno lato streaming) non è certo l’album migliore di Drake, ma nei prossimi mesi potrebbe diventare il suo più venduto (Take Care, poco meno di 3 milioni di copie). In quarta posizione troviamo il costante Purpose di Justin Bieber, 2.327.000 copie (5.288.000 totali), mentre in quinta posizione pasteggiano i Coldplay con A Head Full Of Dreams, disco pessimo ma capace di riportare la band di Chris Martin ai livelli di successo pre-Ghost Stories (altre 2.182.000 copie, quasi 4 milioni complessive). Fa molto piacere trovare in sesta posizione Blackstar di David Bowie (poco meno di 2 milioni di copie), certamente la sua opera migliore (e di maggior successo) da parecchi anni a questa parte. Vendite veramente ottime anche per il longevo Blurryface dei Twenty One Pilots (1.745.000 copie, 2.345.000 totali).

La cifra di Hardwired… To Self-Destruct dei Metallica (1.490.000 copie, ottavo posto) è figlia principalmente dell’enorme fanbase della band, che compra qualsiasi sua release a scatola chiusa: dire che l’ultimo album dei Four Horsemen abbia avuto un successo superiore ad ANTI di Rihanna (1.450.000 copie) o di This Is Acting di SIA (1.337.000 copie) sarebbe errato, dato che le due popstar hanno sfornato hit durante tutto l’anno. Il discorso fatto con i Metallica vale anche per Blue and Lonesome dei Rolling Stones (undicesimo posto, con 1.305.000 copie) e valeva gli scorsi anni anche per besteller fisiologici come Endless River dei Pink Floyd o Rock or Bust degli AC/DC.

Onesto (1.256.000 copie) fino ad oggi il risultato di Getaway dei Red Hot Chili Peppers, con questi ultimi sicuramente lontani dai fasti commerciali di quindici anni fa ma comunque in grado di raccogliere – in proporzione – qualcosa in più rispetto a quanto fatto con il precedente e fallimentare I’m With You. I Radiohead, con A Moon Shaped Pool (1.134.000 copie), hanno venduto quasi quanto i RHCP, evento impensabile qualche tempo fa. Solo discreti per il momento i numeri di 24K Magic di Bruno Mars, capace sì di vendere 1.157.000 copie in sei settimane, ma apparentemente destinato a risultati inferiori rispetto ai suoi due predecessori. In ambito pop, piuttosto bene anche Ariana Grande con Dangerous Woman (1.046.000 copie).

Tra i longseller continuano a macinare copie su copie X di Ed Sheeran (962.000 copie nel 2016, 8.696.000 totali), 1989 di Taylor Swift (795.000 copie, circa 9.800.000 complessive) e 21 di Adele (817.000 copie, oltre 28.600.000 in totale), mentre tra i protagonisti della stagione 2015 citiamo Beauty Behind The Madness di The Weeknd (819.000 unità, 2.360.000 in totale) presente nella top 40 anche con il nuovo album Starboy (al momento, in proiezione i risultati sembrano leggermente inferiori a quelli di BBTM, 754.000 copie). Piuttosto alte le vendite dell’ottimo You Want It Darker del compianto Leonard Cohen (858.000 copie), mentre Lady Gaga non sembra essere in grado di tornare ai fasti di qualche anno fa: il suo Joanne ha venduto solamente 811.000 copie (potrebbe però trovare spazio nei primi mesi del 2017, grazie anche al Super Bowl).

Tra i flop dell’ultimo anno rientrano sicuramente gli ultimi album di Alicia Keys ed Emeli Sandé (Here, 215.000 copie, e Long Live The Angels, 325.000), forse formalmente troppo classici. Molto male anche i Macklemore & Ryan Lewis dopo la sbornia di The Heist (This Unruly Mess I’ve Made, appena 255.000 copie) e Gwen Stefani (290.000 copie di This Is What the Truth Feels Like). Meno bene del previsto anche Cleopatra dei Lumineers (550.000 copie rispetto alle 2,7 milioni del precedente disco).

TOP20

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Altri Album

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USA

Corsa al primo posto più aperta di quanto ci si sarebbe potuti aspettare con tre album da oltre un milione e mezzo di copie vendute durante il 2016: 25 di Adele (1.730.000 copie, 9.170.000 totali), Views di Drake (1.608.000 copie, ma ampiamente il più “venduto” considerando anche gli streaming) e Lemonade di Beyoncé (1.554.000 copie). Segue, a debita distanza, Traveller di Chris Stapleton (1.085.000 copie, 1.770.000 totali). Per quanto riguarda l’universo pseudo-pop-rock/pseudo-alternative (rimangono tutti i dubbi espressi all’epoca di Vessel), è stato senza dubbio l’anno dei Twenty One Pilots e del loro Blurryface, una macchina radiofonica capace di sfornare singoli a profusione perfettamente impacchettati per le FM americane (738.000 copie nel 2016, 1.330.000 complessive). A dieci anni di distanza dall’apice commerciale (loro e dell’intero movimento fake-emo) è incredibile trovare i Panic at The Disco (540.000 copie del loro Death Of A Bachelor) non troppo distanti da ANTI di Rihanna (602.000 copie). In top20 Blackstar (455.000 copie), mentre tra le 300.000 e le 400.000 copie troviamo gli ultimi lavori dei Radiohead (390.000), dei Red Hot Chili Peppers (381.000), di Weeknd (371.000 copie di Starboy ma anche 308.000 di BBTM, 1.170.000 totali), di Lady Gaga (370.000 copie), dei Lumineers (352.000 copie), di Frank Ocean (342.000 copie) e di SIA (316.000).

UK
Primo posto scritto fin dal primo giorno, con 25 di Adele a fare il bello ed il cattivo tempo con il minimo sforzo: con sole 753.000 copie (ben 3.240.000 in totale) distacca una concorrenza a due composta da A Head Full Of Dreams dei Coldplay (che ha venduto praticamente le stesse copie dello scorso anno, circa 512.000) e Together della coppia Michael Ball & Alfie Boe, capace di vendere 512.000 esemplari in soli due mesi (se non amate il mondo dei musical o della lirica, è meglio sorvolare). In confronto ad una top3 così edificante, il quarto posto di Justin Bieber (altre 479.000 copie di Purpose, 1.123.000 complessive) assume le sembianze di una ventata rivoluzionaria. Considerate poi che al quinto posto troviamo Elvis Presley (la compilation The Wonder Of You, 458.000 copie). Per trovare qualità bisogna scendere in 6° posizione, con Blackstar di Bowie (410.000 copie), marcato però a stretto giro (409.000 copie) da Glory Days delle Little Mix. In top 15 anche i bestseller mondiali Views di Drake (387.000) e Lemonade di Beyoncé (328.000). In ambito pseudo-alt dominano i The 1975 (I Like It When You Sleep… 216.000 esemplari) e gli onnipresenti Twenty One Pilots (206.000 copie nel 2016, 253.000 in totale).

Italia
Nulla di nuovo all’orizzonte: nel 2017 l’album più venduto è stato Le Migliori di Mina e Celentano (esatto…) con oltre 180.000 copie. Un risultato, questo, forse non così imprevedibile ripensando alle cifre clamorose che registrò il Mina-Celentano del 1998, ma comunque tutt’altro che scontato, dato che i due sono riusciti a tenere lontani i nuovi lavori di Tiziano Ferro e Ligabue (entrambi sopra le 150.000 copie). Nelle posizioni più alte, altri esponenti del carrozzone all’italiana (Vasco Rossi, Alessandra Amoroso, Laura Pausini, Modà, Zucchero e Pooh). Tra gli stranieri, primi nuovamente i Coldplay con altre 100.000 copie della loro ultima fatica. Qualche soddisfazione in top20 con Hellvisback di Salmo (circa 80.000 copie) e il consueto Blackstar.

FONTI:

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Rock e classifiche: un rapporto difficile https://www.sentireascoltare.com/rubriche/rock-e-classifiche-un-rapporto-difficile/ Thu, 13 Oct 2016 23:49:27 +0000 https://sentireascoltare.com/?p=322575 Partendo dal presupposto – assolutamente confutabile – che sia davvero un problema della discografia moderna, cerchiamo di tornare sul battutissimo topic “il rock è morto”, che da qualche anno sta tenendo banco all’interno di dibattiti più o meno generalisti sull’universo musicale. Una tesi difficile da appoggiare in pieno e allo stesso tempo complessa da smentire nella sua interezza, perché se è vero che escono costantemente album rock-oriented di ottimo livello (solo nel 2016 ne possiamo contare almeno una ventina), è anche vero che da un punto di vista superficiale e passivo la guitar-music ha perso tantissimo appeal, scomparendo – o quasi – dai circuiti mainstream.

Un altro aspetto che complica un’analisi di questo tipo è la definizione stessa di rock. Cosa è rock e cosa è invece al 100% pop? Mai come negli ultimi tempi questo confine è stato labile e a tratti invisibile. Un concetto, quello del rock, probabilmente sorpassato, evoluto (o involuto, a seconda dei casi) in sonorità sempre meno chitarra-centriche e sempre meno legate agli stereotipi dello scorso millennio. Fatto sta che dal 2000 in poi ci sono state pochissime nuove band capaci di arrivare al grande pubblico e di rimanere sulla cresta dell’onda per più di due dischi. Gli unici che ci sono riusciti sono i Coldplay (che, soprattutto oggi, di accostabile al rock non hanno in pratica nulla) e i Muse. I Linkin Park hanno tenuto per tre dischi, i Nickelback preferiamo non nominarli neanche. Tutti gruppi, fra le altre cose, esplosi a cavallo del millennio, quindi non proprio esempi recentissimi.

Mentre scriviamo questi nomi, la mente vola ad un altro aspetto (forse secondario, dato che qualità e vendite difficilmente vanno d’accordo) che potrebbe aver contribuito alla disfatta mediatica del rock: se prendiamo la lista degli album rock più venduti degli anni Novanta, abbiamo tra le mani una sequenza di ottimi album, alcuni dei quali veri e propri capolavori spartiacque. Facendo lo stesso con la lista degli album rock più venduti degli ultimi quindici anni, invece, ci ritroviamo una sequenza (a parte rarissime e comunque discutibili eccezioni) di album nel migliore dei casi mediocri. In ambito pop questa dinamica invece si è completamente invertita, specialmente negli ultimi quattro-cinque anni.

Escludendo i dinosauri del classic rock o dell’hard & heavy con enormi fan base costruite in decenni di carriera (Metallica, AC/DC) ed escludendo le band pop-rock (comunque in declino discografico, vedi gli U2 o i Depeche Mode, freschi dell’annuncio del tour 2017 ) esplose negli anni Ottanta, le restanti rock band di successo o hanno cavalcato mode temporanee (il nu metal o il folk-pop ad esempio) terminando la propulsione iniziale nel giro di poco tempo, o sono ancora figlie degli anni Novanta. In poche parole, non stiamo assistendo ad un ricambio solido, credibile e voluminoso, perché se band come RHCP o Green Day resistono come possono scendendo a compromessi invasivi e registrando comunque successi minori rispetto al periodo d’oro, il loro posto tra i grandi bestseller oggi è occupato da tutta una schiera di band radio-friendly, musicalmente più vicine ai Backstreet Boys che ai Led Zeppelin (Twenty One PilotsImagine Dragons, Maroon 5 o Bastille ad esempio).

E nonostante internet (come avevamo teorizzato qualche anno fa nell’apposito articolo), in tutto questo il fantomatico indie rimane un gioco per nicchie più o meno voluminose, e anche le band più blasonate e conosciute (diciamo Arcade Fire nonostante i Grammy del «who the hell is arcade fire», The National o Vampire Weekend) sono ancora lontanissime dal registrare i volumi di vendita dei Coldplay del caso. Il rock (nella sua accezione più ampia) è il genere che più di tutti ha subito il boom di internet, l’unico che non è riuscito a fare breccia nel pubblico più giovane (quello che storicamente fa girare il mercato) fieramente immerso nelle nuove pose rap, r&b o dance. Se ci è riuscito lo ha fatto attraverso i cimeli kitsch della riscoperta del classico, riscoperta che passa attraverso il Guitar Hero di turno. Le vendite dei dischi “catalog” del resto parlano chiaro: il dad-rock vende ancora bene.

Solo gli Arctic Monkeys di AM hanno messo fuori il naso da questo recinto, ma come hanno insegnato i Kings Of Leon di Only by the Night (e in forma minore i Black Keys di El Camino), potrebbe essere un risultato difficile da ripetere. Storicamente è sempre stato così, e siamo convinti che parte del fascino indipendente stia nel non subire il lavaggio mediatico più generalista. In altre parole, è tutto sommato normale che Car Seat Headrest, gli Hotelier, Angel Olsen o i Preoccupations (giusto per citare alcune uscite recenti di rilievo), per quanto “famosi” in un certo tipo di ambiente, rimangano all’interno di certi confini. Quello che fino ad oggi è mancato in questo nuovo millennio è una proposta rock con un retaggio non necessariamente “indie” in grado di imporsi in modo realmente trasversale. Poi ci sono i Radiohead, un caso a parte difficile da trattare in questi lidi, ma comunque mai capaci di vendite da capogiro.

Se le radio a larga diffusione non supportano a dovere (o proprio per nulla) e se mancano le band in grado di riportarla in classifica, la guitar-music deve sperare di aggrapparsi ad una sorta di rivoluzione. Ma quale? Si dice che la musica viva di cicli, ma se negli anni Novanta i due grandi movimenti rock (il grunge e il britpop) che hanno saputo abbattere le barriere del mainstream – plasmandolo a proprio piacimento – avevano una certa consistenza (contro)culturale, nel nuovo millennio abbiamo avuto tendenze puerili come il nu-metal e, una decina di anni dopo, la folk prostitution. In mezzo, sbandate minori come il fake-emo – circoscritto però a un target under18 – o l’indie mid-00 (vedi il successivo dettaglio). Come accennato in precedenza, questi due movimenti (il nu-metal e l’indie folk-pop da classifica) hanno regalato una manciata di bestseller assoluti, sfornati però da band incapaci di sopravvivere alla morte del movimento stesso. Come risulta evidente dal grafico sottostante, a parte il recente colpo di coda dei Disturbed, nessuna delle band nu metal di maggior successo è riuscita a mantenere i livelli di vendita del periodo di massima esposizione del genere. Questo, anche per altri motivi, vale anche per molte band che hanno ruotato attorno al nu-metal, come gli Evanescence, i System Of a Down o gli Staind. Nota bene: la metrica in analisi è l’Adjusted Sales, ovvero i volumi di vendita aggiustati sulla base del decremento del mercato mondiale (formato album).

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Lo stesso discorso è applicabile anche alla più recente e non ancora del tutto debellata ondata indie-folk-pop (vedi compilation The Age of Folk Prostitution): i Mumford & Sons (probabilmente la band pop-rock di maggior successo tra il 2010 e il 2012) cambiando genere hanno visto crollare le vendite con Wilder Mind, i Lumineers oggi vendono 1/4 rispetto a tre-quattro anni fa e gli Of Monsters & Men sono praticamente spariti dalle classifiche con il fallimentare Beneath the Skin.

Parlando dell’indie rock di metà anni Zero, l’unico album capace veramente di abbattere le barriere del mainstream è stato Hot Fuss (7,5 milioni di copie) di quei Killers che successivamente hanno progressivamente visto calare le proprie quotazioni. Per il resto è stato un movimento che a livello di grandi numeri ha avuto un impatto confinato principalmente all’Inghilterra, con un solo album (Employment dei Kaiser Chiefs) capace di vendere più di 2 milioni di copie in patria. Esclusi gli Arctic Monkeys e (in forma decisamente minore) i Foals, tutte le altre indie band di quel periodo o non esistono più, o hanno perso l’ispirazione (Bloc Party su tutti), trovando, nel migliore dei casi, un nuovo pubblico solamente in mercati minori (vedi gli Editors o i Kasabian in Italia).

Di seguito trovate alcuni approfondimenti su sei delle band pop-rock bestseller degli ultimi anni (tra quelle che hanno raggiunto tale status dal 1990 in poi).

Coldplay
A conti fatti, la band pop-rock del nuovo millennio di maggior successo. Il forse mai più superato Parachutes fece capire in pochi mesi la possibile portata commerciale della formazione di Chris Martin, ma fu solamente con il successivo A Rush Of Blood To The Head che gli inglesi riuscirono a raggiungere la vetta del mondo. Vetta che da allora (nonostante un progressivo e a tratti indecoroso crollo qualitativo che ha toccato i minimi storici nei pessimi Mylo Xyloto e A Head Full of Dreams) i Nostri non hanno più abbandonato, con una sequenza di album infallibili a livello economico: adattando le cifre al crollo del mercato, solamente il più introspettivo Ghost Stories ha mostrato un lieve calo di vendita, smarcato a stretto giro dal successivo di AHFOD.

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Red Hot Chili Peppers
Dopo anni di semi-underground, dal 1991 al 2006/2007, escludendo la parentesi One Hot Minute (ottima qualitativamente, solo discreta commercialmente), Flea e compagni sono stati costantemente tra le cinque band rock/pop di maggiore successo, con quattro album (Blood Sugar Sex Magik, Californication, By The Way e Stadium Arcadium) presenti nelle top 10 degli album più venduti nel mondo dei rispettivi anni. Se Blood Sugar Sex Magik sancì un exploit sbilanciato verso gli USA, con Californication ci fu l’esplosione a livello globale. A causa di una frequenza di pubblicazioni ancora più bassa rispetto al passato, di un calo di ispirazione piuttosto marcato (già evidente durante gli anni Zero e particolarmente fastidioso in I’m With You) e dell’assenza di Frusciante, negli ultimi dieci anni i Peppers sono passati un po’ in secondo piano mediaticamente, pur rimanendo un punto di riferimento in classifica per quanto riguarda la guitar-music (l’ultimo The Getaway).

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Muse 
Probabilmente qui in Italia (ma più in generale in Europa) abbiamo una visione leggermente distorta del successo di Bellamy e soci, arrivati a conquistare (e mai prepotentemente) il mercato americano solamente nel 2006. Ben supportati a livello di marketing fin dal buon Showbiz, gli inglesi hanno toccato l’apice creativo con il secondo album Origin of Symmetry, aumentando costantemente anno dopo anno i volumi di vendita fino a The Resistance. Se da Absolution in poi la proposta della band è stata di volta in volta sempre meno interessante, con gli ultimi due album – i discutibili The 2nd Law e Drones – è arrivata anche una meritata frenata mediatica che potrebbe intensificarsi negli anni a venire.
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Green Day
La carriera dei Green Day ha avuto due picchi commerciali che – incredibilmente – combaciano anche con i due picchi creativi. Il primo è chiaramente Dookie, icona della prima epopea pop-punk, momento-cuscinetto tra la morte del grunge e l’avanzata del post-grunge. Il secondo invece è stato l’insperato e inaspettato boom di American Idiot, album pubblicato nel 2004 dopo quasi dieci anni in cui, pur azzeccando una manciata di singoli, Billie Joe Armstrong e compagni hanno costantemente faticato a mantenere la popolarità guadagnata con Dookie. Il post-American Idiot è stato piuttosto traumatico con un mezzo passo falso (21st Century Breakdown) e la penosa trilogia ¡Uno!, !Dos!, ¡Tré! incapace di incontrare le preferenze del grande (e piccolo) pubblico. Il recentissimo Revolution Radio è un passo in avanti rispetto alla trilogia, ma difficilmente cambierà le sorti commerciali dei californiani.
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Foo Fighters
Pur senza i picchi commerciali delle band appena analizzate, i Foo Fighters stanno portando avanti una carriera all’insegna di una certa costanza sia qualitativa (nessun vero capolavoro e nessun abominio) che quantitativa (nonostante il calo del mercato, tutti gli album in studio rientrano nella forbice di vendite che va da 1,5 a 4 milioni). Dopo i discreti consensi per l’omonimo esordio e dopo il successo del loro migliore album (The Colour and the Shape), Dave Grohl e compagni hanno pubblicato una serie di album che nonostante tutto (la trilogia anni zero è piuttosto mediocre) ha mantenuto su livelli elevati l’attenzione del pubblico, trasformandoli in vere e proprie rockstar (il buon Wasting Light è stato l’album rock più venduto del 2011).
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Linkin Park
La parabola artistica di Chester Bennington e compagni va a braccetto con quella del nu-metal, macro-genere/movimento esploso in modo netto a cavallo del millennio per poi perdere la propria intensità a metà anni Zero. Autori di dischi spiccatamente ruffiani e storicamente trascurabili, gli americani hanno comunque dalla loro l’album rock-oriented più venduto dal 2000 ad oggi, Hybrid Theory. Come spesso succede con questi exploit legati principalmente a mode momentanee, anche nel caso dei Linkin Park la restante discografia è stata caratterizzata da una progressiva diminuzione di interesse.

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Con queste basi e con rivoluzioni sempre più rare, il prossimo futuro del rock/pop su scala mainstream sembra essere tutt’altro che positivo. I Coldplay potrebbero smettere di suonare (come avevano fatto intendere due anni fa), alcune band come RHCP e Green Day entreranno a breve nella fase “dinosauri” con dischi di poco successo ma con tour sold out, e i gruppi bestseller emersi negli ultimi anni (Imagine Dragoms & co.), con una proposta così usa & getta, faranno fatica a mantenere questo successo a lungo. Parallelamente, le decine di gruppi “rock” (indie, punk, post-punk, emo ecc…) che – all’ombra dei riflettori – stanno sfornando ottimi dischi in questi difficili anni, a meno di miracoli, non avranno mai una canzone in high rotation e non arriveranno mai al grande pubblico. Al massimo, i più fortunati, diventeranno discreti catalog-seller sulla lunga distanza.

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Cosa ci insegnano i dati Spotify https://www.sentireascoltare.com/rubriche/cosa-ci-insegnano-i-dati-spotify/ Sat, 13 Feb 2016 10:48:38 +0000 https://sentireascoltare.com/?p=295548 Siete sempre stati curiosi di poter spulciare un po’ di dati relativi alle abitudini d’ascolto su Spotify? Se lo strumento, con una trasparenza decisamente apprezzabie, mette già a disposizione direttamente in interfaccia il numero di plays per ogni singola traccia, quello che è più difficile da trovare – soprattutto perché le API di Spotify, per quanto potenti, attualmente non permettono di estrarre il numero di plays – è un database abbastanza esaustivo consultabile via web in grado di fornire informazioni dettagliate estratte dalla piattaforma. Il sito kworb.net tenta di colmare questa mancanza rendendo disponibile sulle proprie pagine una mole di dati enormi provenienti da Spotify, con un solo grande limite: i numeri di plays vengono contanti solamente quando una traccia non è presente in una delle classifiche (daily o weekly) di Paese. Ciò nonostante, c’è abbastanza materiale per ricavare delle evidenze, alcune scontate, altre meno.

1) In Italia lo streaming (in questo caso Spotify) sta prendendo sempre più piede, ma i dati di ascolto sembrerebbero inferiori a quelli di Paesi con molti meno abitanti (creando quindi un parallelo con quanto già succede a livello di vendite). Ad esempio, nei paesi scandinavi (specialmente in Svezia, dove è nato Spotify) il numero di plays medio tra i 10 brani più ascoltati di sempre è enorme, se comparato con la popolazione, mentre solamente in Francia il rapporto tra plays e popolazione è inferiore di quello italiano.

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2) L’effetto long-tail è e sarà sempre più diffuso: rispetto al concetto di possesso (CD, vinili, ma anche download), il concetto di accesso abbatte (in teoria) qualsiasi confine legato alla distribuzione e ai limiti della fisicità del prodotto. Questo, in parallelo con l’aumentare del volume di un database già di suo praticamente sconfinato, sembra destinato a dilatare giorno dopo giorno la definizione coniata da Chris Anderson.

3) Dai dati traspare una certa rivalutazione del passato, ed in particolare delle chitarre: se sull’attuale sono le pop-hits a dominare, andando ad analizzare i dati dei decenni precedenti ci si accorge come ad avere la meglio sono i brani prettamente rock-oriented divenuti con il tempo dei classici, anche brani all’epoca non necessariamente di estremo successo in classifica. Le tracce pubblicate negli anni ’90 con più ascolti su Spotify sono un chiaro esempio.

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4) La definizione di longevità assume nuove forme: prima dell’avvento dello streaming, tra classifiche di vendita e passaggi radio, le maggiori hit avevano picchi di due/tre mesi prima di passare in secondo piano succubi del continuo ricambio. Su Spotify il ricambio è comunque elevatissimo, ciò nonostante i grandi successi riescono a garantirsi milioni di plays anche dopo più un anno. Ad esempio, Uptown Funk di Mark Ronson all’apice del successo totalizzava 15 milioni di plays settimanali; oggi, ad un anno di distanza, continua a totalizzare 4 milioni di plays settimanali. Chiaramente, come nelle vendite, anche su queste piattaforme il trend di una hit che segna il ritorno dopo un album di enorme successo (Adele o Justin Bieber per esempio) è diverso da quello di una hit appartenente ad un artista agli esordi o non ancora sdoganato al grande pubblico.

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5) Siamo nell’era del featuring: osservando le classifiche dei brani più ascoltati, è facile notare l’elevatissima presenza di brani nati dalla collaborazione di più artisti di successo. Un mezzo che esiste da decenni e che ha sempre fruttato piuttosto bene (specialmente per alcuni generi), ma che in questi giorni sta probabilmente vivendo il periodo di massima esposizione.

6) L’indie è meno indie: su Spotify il divario di ascolti che si riscontra tra gli artisti mainstream e gli artisti “indie” più in vista è mediamente inferiore a quello che riscontriamo a livello di vendite (vedi gli album più venduti del 2015). Ad esempio, un album come Lost In The Dream dei War On Drugs su Spotify ha un numero di ascolti similare a quelli di Drones dei Muse, pur avendo venduto circa 1/4 delle copie dell’ultima fatica di Bellamy & co. Parallelamente, dalle nostri parti L’Italia è Peggiore de Lo Stato Sociale ha un numero di ascolti non troppo distante da quello dell’ultimo album di Laura Pausini, pur avendo venduto circa 1/10 delle sue copie. Un fenomeno che va a braccetto con l’effetto long-tail e che in un certo senso riequilibra un po’ le cose. Ciò nonostante…

7) Il mainstream è ancora il mainstream, anche nell’era di internet: come avevamo approfondito qualche tempo fa all’interno dell’omonimo articolo, in un contesto caratterizzato da una scelta così sterminata e da una situazione di perenne overloading informativo, il ruolo dei mass media classici (da sempre colpevoli di dare visibilità a pochi eletti) torna ad essere invadente. Di conseguenza, pur potendo optare per un ascolto attivo, la maggioranza della popolazione continua ad essere succube dell’ascolto passivo imposto dall’alto. Le classifiche dei brani/album più ascoltati su Spotify, ovviamente, lo confermano.

8) Non è ancora chiaro quanto sia profittevole per gli artisti uno strumento di questo tipo. Il caso che ha sollevato Geoff Barrow qualche tempo fa è esemplare: il tuttofare dei Portishead ha annunciato di aver guadagnato solamente 2.500$ da 34 milioni di ascolti sulle piattaforme streaming. Facendo un po’ di calcoli, moltiplicando 34 milioni di plays per la revenue media che assicurano i principali servizi di streaming, si ottiene una cifra completamente diversa da quella indicata da Geoff, ovvero un numero che ruota attorno ai 200.000$.  L’introito viene diviso tra membri del gruppo, autori, collaboratori, ecc.., ma rimane comunque il dubbio che la percentuale trattenuta dalla casa discografica sia elevatissima.

9) Il bacino d’utenza è ipoteticamente molto più vasto: alcuni Paesi non sono ancora coperti da servizi come Spotify (anche se i principali mercati lo sono tutti), parallelamente altri Paesi (ad esempio l’Italia, come abbiamo visto in precedenza) non hanno chiaramente ancora sviluppato tutto il loro potenziale. Immaginate quali potranno essere tra dieci-vent’anni i numeri dello streaming in un contesto mondiale dal digital divide molto più ridotto rispetto ad oggi e con una fascia di età più ampia cresciuta – e quindi abituata – con l’utilizzo di certe tecnologie.

10) I dati di Spotify delle ultime fatiche di Pink Floyd o di Madonna evidenziano infatti come le caratteristiche anagrafiche possano incidere sui risultati: The Endless River è stato uno dei dischi più venduti degli ultimi due anni, ma su Spotify – senza usare troppi giri di parole – non lo ha ascoltato praticamente nessuno. Da un lato le vendite sono state in buona parte il risultato del classico acquisto a scatola chiusa basato sul nome (o meglio, sul brand), dall’altro lato la fanbase dei Pink Floyd è mediamente composta da persone maggiormente propense ad un approccio verso l’ascolto di stampo “old-school”.

11) Diventa più remunerativo creare una hit che creare un album di successo: da sola una hit può totalizzare più di 400-500 milioni di plays, una cifra superiore alla somma dei plays delle singole tracce (escluse le hit, ovviamente) contenute negli album di maggior successo. Gli esempi che vanno in questa direzione sono molteplici, ma il caso più lampante è certamente quello di Mark Ronson: la traccia Uptown Funk ha raggiunto quota 530 milioni di plays, mentre complessivamente le restanti tracce contenute in Uptown Special superano di poco quota 45 milioni di plays.

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Internet e classifiche: misurare il successo è possibile? https://www.sentireascoltare.com/articoli/internet-classifiche-misurare-successo-possibile/ Fri, 05 Feb 2016 09:56:09 +0000 https://sentireascoltare.com/?p=294989

Da qualche anno sono diventati sempre più frequenti i casi di album pubblicati esclusivamente (almeno nella prima settimana) su determinate piattaforme di streaming o in specifici online store. Questo è solamente uno dei tantissimi aspetti che hanno in qualche modo reso sempre più difficile tenere traccia del reale successo di un album. Prima di analizzare gli eventi più recenti, partiamo da alcune considerazioni apparentemente scontate ma che in passato hanno generato parecchia distorsione della realtà, soprattutto a livello informativo/mediatico.

1) Le copie vendute di un album non sono necessariamente indicatore di successo:

– escludendo i breakthrough album, mediamente circa un 30% delle copie vendute da un album nei primi due anni sono vendute nella prima settimana. Inoltre, generalmente la cifra della prima settimana è indice principalmente del successo dell’album precedente.
– la stagionalità ha un impatto enorme: lo stesso disco pubblicato a fine novembre invece che ad agosto può vendere il triplo delle copie.
– le dimensioni dei diversi mercati giocano un ruolo fondamentale: un disco di medio successo di un cantante country americano può vendere solamente in USA le stesse copie che vende un disco che riscuote grande successo in tutti i paesi Europei, Inghilterra inclusa.

2) Le certificazioni (disco d’oro, disco di platino, ecc…) in passato facevano sempre e solo riferimento alle copie distribuite nei negozi, non a quelle effettivamente vendute. Tanti i casi di dischi certificati oro o platino nonostante vendite reali di molto inferiori alle soglie di riferimento. Ipoteticamente in USA (dove le certificazioni RIAA sono 1 milione di copie per il disco di platino e 500.000 copie per il disco d’oro), un disco che ha realmente venduto al pubblico 450.000 copie può essere certificato platino e uno che ne ha realmente vendute 750.000 copie solamente disco d’oro. Alcuni Paesi, come l’Italia, da un po’ di tempo hanno iniziato ad utilizzare le copie vendute per le certificazioni, altri invece certificano ancora oggi sul distribuito.

3) La posizione che si raggiunge in classifica ha sempre meno importanza: con le vendite in declino, raggiungere le posizioni più alte delle chart è diventato sempre più semplice tanto che anche un disco di un artista di medio successo può entrare senza problemi in top10. Questo fenomeno è ancora più evidente nei mercati minori e assume connotazioni quasi ridicole nelle classifiche secondarie (quelle relative ad un singolo servizio/store online). Ad esempio, certi sbandieramenti per posizioni di rilievo raggiunte nella classifica iTunes (per di più giornaliera) andrebbero quantomeno ridimensionati.

4) In molti paesi, Italia compresa, il sistema di rilevamento non tiene conto delle vendite che avvengono nei luoghi (virtuali e non) più cari agli artisti extra-major, come i negozi indipendenti, il merchandise durante i concerti o tutti quei sistemi che prevedono un contatto diretto tra artista/label ed acquirente (sito ufficiale, Bandcamp, ecc…).

Se questi fattori – per certi versi fisiologici – hanno da sempre rappresentato una limitazione, oggi la situazione è ancora più complessa, dato che i metodi di fruizione musicale sono aumentati esponenzialmente e contemporaneamente si viaggia a due velocità, tra un ritorno al passato e la rivoluzione streaming. Se già ora è possibile notare risultati diversissimi tra gli album più venduti (fisicamente o in download) e gli album più ascoltati sulle piattaforme streaming, c’è da scommettere che in futuro queste discrepanze saranno destinate a crescere.

Ci si trova quindi di fronte alla necessità di unire metriche di successo non solo provenienti da fonti differenti, ma anche fondamentalmente incomparabili. Quanto possono valere 10 plays su Spotify di una canzone contenuta in un album? Quanto possono valere 10.000 views di un video su Youtube? Fortunatamente c’è chi ha fatto alcuni calcoli al posto nostro e ha deciso che 1.500 plays/views via streaming equivalgono ad un album venduto. Stiamo parlando della RIAA (l’agenzia che da decenni si occupa delle certificazioni musicali sul territorio statunitense), che proprio in questi giorni piuttosto confusionari (vedi il caso di Anti di Rihanna) ha annunciato che inizierà a considerare anche lo streaming per la valutazione delle certificazioni (oro, platino, ecc..). Nel frattempo Soundscan, l’agenzia che invece si occupa di tracciare le vendite dei dischi alla base delle classifiche americane Billboard, ha da qualche mese introdotto i dati streaming per la compilazione delle principali album charts USA, creando non pochi disallineamenti. Tutto ciò cosa potrebbe comportare?

Prima di tutto la questione diventa sempre più track-centrica: un album con una hit che registra 150.000.000 di plays (e su Spotify ci sono già canzoni con certe cifre) avrà un equivalente di 100.000 copie vendute del disco, mentre album di successo ma privi di una grande hit/tormentone faticherà a totalizzare certi numeri. Parallelamente, sarà difficile valutare il successo dei greatest hits. Da quanto annunciato da RIAA sembrerebbe che se le tracce contenute in un greatest hits appartengono ad album precedenti, le unità equivalenti verranno attribuite solamente agli album precedenti. Parallelamente se un greatest hits include un inedito, se lo stesso inedito sarà incluso in un album pubblicato successivamente al greatest hits, i plays del brano saranno conteggiati per il greatest hits ma non per l’album pubblicato successivamente. Già abbastanza complesso a livello teorico, figuriamoci nella pratica, sperando che vengano eliminati sistematicamente i sistemi automatizzati che permettono di aumentare il numero di plays/views.

Tutto questo in un contesto generale caratterizzato da poca trasparenza, in cui i dati di vendita/streaming/download mediamente non vengono diffusi e in cui la regola è ancora quella di ingigantire a livello mediatico risultati in realtà tutt’altro che sorprendenti. Alcuni siti come Next Big Sound da qualche anno stanno esplorando ed ottimizzando metodi moderni per misurare il successo degli artisti su internet utilizzando – quando disponibili – sia dati relativi ai social network, sia dati relativi allo streaming. Quello che ancora manca (e che difficilmente si concretizzerà) è un sistema unificato e omnicomprensivo in grado fornire sia indicatori complessivi, sia dettagli per artista, album, paese, formato o supporto.

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