Nicolas Campagnari, Autore presso SENTIREASCOLTARE https://www.sentireascoltare.com/author/nicolas/ Magazine musicale, recensioni, interviste, reportage, concerti Mon, 29 Dec 2014 12:58:59 +0000 it-IT hourly 1 https://www.sentireascoltare.com/wp-content/uploads/2020/08/cropped-sa-32x32.png Nicolas Campagnari, Autore presso SENTIREASCOLTARE https://www.sentireascoltare.com/author/nicolas/ 32 32 Re-boot #19 https://www.sentireascoltare.com/rubriche/re-boot-19/ Sun, 09 Oct 2011 22:00:00 +0000 https://sentireascoltare.com/rubriche/re-boot/re-boot-19/ Sotto lo pseudonimo di Threelakes fa il suo esordio solista Luca Righi, che nei 15 minuti del suo Four Days Ep (6×6 records, 7.0/10) – in cui collabora anche i duo dei Tempelhof – ci regala un bucolico folk acustico di pregevole fattura. Il songwriting pesca a piene mani dalla tradizione cantautorale americana – e il fatto che canti in inglese non fa altro che accrescere questa sensazione – che riesce a non essere mai troppo scontato o derivativo, tanto da rappresentare una voce fuori dal mucchio nel panorama italico. Tra i punti di forza senza dubbio la voce, un misto tra il primo Devendra Banhart e il Ryan Gosling dei Dead Man’s Bones. Attendiamo il signor TreLaghi alla prova sulla lunga distanza per confermare l’ottima impressione destata in queste 6 tracce.

Strana aria tira a Vercelli, culla degli Evacalls. La band è un riuscito convoglio elettronico, che suona anni Ottanta (Bowie, Depeche Mode su tutti), pur restando decisamente contemporaneo (Editors e Interpol). Il nuovo Ep s’intitola Unusual Common People (autoprodotto, 6.2/10) ed è un fluire bulimico di synthoni cattivi, chitarre acustiche e molti (troppi?) gin tonic. Meglio la versione completamente sintetica (Evacallsthepolice) rispetto al compromesso “suonato” (Forgive Me Lover), ma, in definitiva, bene così.

Belle sorprese da Bologna, con la scoperta di un duo che della retromania anni Ottanta fa un vero culto. I Vampire Pop Strategy escono con Mid Dim (Skpmz Label, 6.5/10), un concentrato di riferimenti estetizzanti all’esimia tradizione (da Brian Eno ai Kraftwerk), cavalcando quel ponte importante gettato da MGMT et similia. Si è capito insomma: tutto ciò che è wave o glam sfonda e si amalgama bene con queste cinque tracce, lasciando una buona sensazione, pur senza mordere come si addirebbe a un vampiro.

Proviene dalla fatal Cuneo Vincenzo Scalabrino, classe 1980 di professione educatore. Questo suo Ballate per i tuoi fantasmi (autoproduzione, 7.0/10) non si tira indietro rispetto alla realtà, anzi non fa mistero d’ispirarsi ad un bambino con problemi di percezione sonora e nel segno d’una concreta astrattezza mette assieme nove tracce a base di field recordings sparsi (sussurri, fruscii, scalpiccii, tramestii…) mantecati in una trama spersa di chitarra (arpeggi diafani, loop attoniti, reverse aciduli…). Vengono in mente dei Books frugali o dei Matmos da cameretta, persino un Brian Eno via Terry Riley nella commovente evanescenza di Caesar. Notevole.

Già la provenienza dei musicisti che formano questo quartetto votato all’immaginario anni Quaranta/Cinquanta americano la dice lunga sul tipo d’esordio che ci si trova davanti: da un lato la voce e la chitarra di Andy Mc Farlane dei The Hormonauts, dall’altro batteria, sax e contrabbasso presi in prestito da Gatta Molesta e Guy e gli specialisti. Il che significa rockabilly, patchanca folk e swing, a rappresentare l’ideale albero genealogico di in un Tora! Tora! Tora! (Tora!) (Volume Records, 6.9/10) che omaggia Bo Diddley (Doing Just Fine), segue le orme del Jerry Lee Lewis più scapicollante (Lost In Austin) e trova il tempo per rileggere Prince con competenza e personalità (Kiss). I Rock And Roll Kamikazes confezionano un disco “di genere”, ma divertente e godibile come ci capita di rado di ascoltarne.

Quando non sono i natali liguri a rappresentare un debito fin troppo scontato – la produzione di Fabrizio De Andrè rimane ingombrante per qualsiasi cantautore, figurarsi per uno cresciuto a Genova e dintorni – o le estetiche più in linea con una musica leggera prescindibile (Mondo di vetro), Andrea Massone trova il modo di farsi apprezzare. Come dimostra un L’affare dell’anima (Lesia, 6.4/10) che devia piacevolmente verso jazz (Le chiavi del discorso), certi valzer dagli aromi francofoni (Estremo limite estremo), malinconie al rallentatore (Castagne, Il porto), ragtime (Non è così che partirò) e Sud America (Credimi). Ne vien fuori un esordio dalle ramificazioni stilistiche intriganti, cantautorato nobile e impaziente di indagare ma al tempo stesso con buoni margini di crescita.

Progetto solista del torinese Enrico Viarengo col contorno di cinque amici questo New Adventures In Lo-Fi, ragione sociale che sembra un programma e in effetti lo è, ma non per i rimandi remmiani (riposino in pace) quanto semmai per l’attitudine alla fedeltà basale che i Nostri declinano morbidamente folk. Nelle cinque tracce di Sleeveless Days of June (autoprodotto, 6.9/10) sciorinano il giusto dosaggio di trepidazione elettrica e sottigliezze sintetiche, queste ultime buone per svicolare il trappolone obsolescente del NAM ma non abbastanza per scivolare in terreno folktronica. Il corredo strumentale (sax, mandolino, fisarmonica, glockenspiel…) farcisce di variegata farcitura timbrica queste ballate in missione dolcezza con retrogusto indolenzito, qualcosa tra i Chameleons, i Belle And Sebastian futuristici e una spruzzata di Neutral Milk Hotel. Bravi.

L’articolo Re-boot #19 proviene da sentireascoltare.com.

]]>
L’arte dei rumori fissati https://www.sentireascoltare.com/articoli/radical-matters-larte-dei-rumori-fissati/ Fri, 18 Apr 2008 22:00:00 +0000 https://sentireascoltare.com/articoli/tune-in/larte-dei-rumori-fissati/ Se dovessimo incasellare Radical Matters, che è sia label
tradizionale ma anche netlabel, bisognerebbe chiamare in causa la scena
post-industrial che ha steso la sua ombra lungo gli anni Ottanta e
Novanta e che recentemente ha conosciuto le luci della ribalta. Ma non
temete, non c’è un briciolo di nostalgia e amarcord in RM,al contrario, la sua proposta sonora composta da una settantina tra
uscite fisiche e digitali mette in scena contenuti sonori
all’avanguardia rispetto al nostro tempo.

Un altro suo elemento che colpisce è la commistione tra ricerca sonora
ed artistica, apparentata con le avanguardie artistiche e sperimentali
del ‘900, che donano al progetto profondità e multidimensionalità.
Un’operazione così ambiziosa – ovvero unire avanguandie musicali ad
avanguardie artistiche – potrebbe dare l’impressione dell’asetticità di
un procedimento in vitro, ma quello che sorprende dell’esperienza è il
fatto di riuscire ad unire la professionalità con una passione profusa
in tutti i suoi aspetti, dagli elaborati packaging homemade alla cura
estetica del sito web passando attraverso manifestazioni parallele,
come le installazioni a Piombino eXperimenta 03.

Per averne una prova basta immergere occhi e orecchie nelle uscite
“fisiche”, nelle quali è facile notare un evidente sincretismo
stilistico che nasce comunque da una matrice comune.  Abbiamo il
post-industrialismo reznoriano di PT-R, la ebm techno sporca di Cheetah, il quasi post rock di Mountain Of The Cardiod Snake, fino ad arrivare al culmine della proposta musicale di RM ovvero il progetto sonoro omonimo che al momento conta ben 8 dischi e anche per questo merita un discorso a parte.

È Sandro Gronchi,
titolare dell’etichetta e del progetto sonoro, che armato di una
strumentazione essenziale –  ben documentata dalle note che adornano
gli artwork – fatta di giradischi, fonografi homemade, walkman, vinili
modificati, effetti a pedale e un mixer, riesce a spaziare
dall’abrasiva riscrittura eseguita dal vivo suonando vinili modificati
del noiser americano AMK dei due Helegy/Ygeleh, passando attraverso le maglie di una sorta di dark ambient intrecciata a musique concrete di Demonolatry, Pk Suggestion e Goetia(registrate principalmente in necropoli e sotterranei carichi di
suggestioni paranormali), fino ad arrivare alla recente crudezza e
rumorosità di Macabre Rites che riflette un’attitudine black metal ma ribaltata e trasformata in un grido di dolore dell’era contemporanea.

Complessità, prospettive oblique, senso dell’estremo: componenti
essenziali di Radical Matters che la rendono al principio difficilmente
avvicinabile e intellegibile, infatti solo uno sguardo attento,
paziente e consapevole può schiudere un’esperienza esoterica e densa di
significati nascosti, sicuramente diretta a pochi, anche perché la luce
dei riflettori rischierebbe di snaturarne il senso. Abbiamo allora
raggiunto via mail il fondatore Sandro Gronchi, che ci ha delineato e
meglio approfondito le tematiche e le dinamiche d’azione del suo
progetto artistico-musicale.

Innanzitutto vorrei sapere cosa ti ha spinto a creare Radical Matters.

Sono
sempre stato affascinato dalla scuola tedesca del Bauhaus e da quello
che ha prodotto nella nostra cultura. Questa fascinazione, negli anni
poi, si è sempre intrecciata alla musica. Dopo un po’ di esperienze
nell’arte visiva e nella didattica dell’arte, nasce l’idea di fare
Edizioni d’Arte per i rumori. Così da qualche tempo ne ho fatto una
priorità nelle mie giornate: registrare idee, concetti, segni, e
metterli in scena.

È evidente come in RM l’esperienza
musicale rappresenti solo un aspetto dell’etichetta, in effetti
componenti tipiche delle arti sperimentali sono facilmente ravvisabili
(l’attenzione per l’oggetto-packaging, la propensione alle
installazioni sonore, come a Piombino eXperimenta l’anno scorso). Puoi
dirci quali movimenti artistici, e non solo, ti hanno maggiormente
influenzato?

Di sicuro i gruppi di ricerca visiva
della seconda metà del secolo scorso, opere di confine tra design e
arte visiva (come l’Optical Art, il Movimento Arte Concreta, la Poesia
Visiva e Performativa) ma più che opere o autori direi che ad avermi
maggiormente influenzato sono le esperienze a cui queste visioni mi
hanno iniziato, e in questi termini sono per me legate sinesteticamente
al rumore, all’ascolto come esperienza esoterica. L’Ascolto infatti, ha
sempre costituito il comune denominatore di molte delle mie esperienze
trascorse, da qui nasce RM-ED/L. L’estetica dell’estremo è il cardine
di queste edizioni, è la fascinazione di percepire forzare i contorni
delle idee e delle cose. Poi la musica per chiudere il cerchio: sono
cresciuto ascoltando black-occult metal (Hellhammer, Bathory), poi il
dark (Bauhaus, Virgin Prunes, Death In June, Current 93), la
psichedelia (Amon Düül, High Tide), la dodecafonica (Webern, Kurtag).
In generale mi affascina l’idea della registrazione inteso sia come
strumento di riproduzione che come strumento prettamente creativo, così
per i dischi come per i libri. Dai nastri di etnomusicologia dei
rituali tradizionali dell’Africa e del Tibet, ai Libri Illeggibili di
Bruno Munari.

Il progetto sonoro omonimo ti vede
impegnato con giradischi modificati, fonografi artigianali, locked
grooves; ci racconti com’è nata questa necessità di esprimersi con
della strumentazione che viene più facilmente associata all’hip-hop o
alla dance?

Per qualche anno dal 1997 al 2003, mi
sono dedicato alla produzione di opere visive che andavano dall’optical
prima alla poesia visiva e performativa poi, realizzando con queste
ultime ricerche anche una tavola rotonda online sul tema Arte E Nuove Tecnologie.
Da tempo, inoltre, mi occupo anche della didattica dell’arte, con
particolare interesse per l’analisi dei modelli cibernetici e
costruttivisti nello studio dell’attività mentale e percettiva
implicata in questi processi. Da queste tracce poi il passaggio
espressivo dal “gesto al suono” è stato un processo naturale. Lo
strumento poi che più di tutti mi permetteva di sperimentare un
“sistema cibernetico-costruttivista” nella costruzione sonora era la
macchina-giradischi, dove poggiare materiali diversi e per sfregamento
ottenere suoni con uno o più microfoni utilizzati al posto delle
puntine, facendo inoltre interagire questo input anche con l’output in
diverse maniere in modo da ottenere “influenze” dirette e
controllabili. Solo dopo, cercando di approfondire questa intuizione ho
scoperto certi precedenti storici a cavallo tra sperimentazione sonora
e arte contemporanea da Otomo Yoshihide, al Boyd Rice degli albori, da Philip Jeck a Christian Marclay.
La mia curiosità nello sperimentare è sempre stata più forte
dell’analisi del lavoro di altri autori per cui, anche se in buona
compagnia, in qualche modo ho cercato di portare avanti questo mio
interesse in maniera autoctona ed originale. Sono nati così bizzarri
set-up basati sull’esaltazione dei feedback dello stesso segnale, dove
il cuore rimane il sistema “giradischi-casse/diffusori” modificati
all’occorrenza fino a farli diventare veri e propri “oggetti sonori”
come in quelli implicati nelle registrazioni di PK Suggestion.
Utilizzo puntine, microfoni, casse acustiche, dischi autocostruiti con
materiali eterogenei, vinili preparati sempre utilizzando la tecnica
del “forced locked grooves”, tutto questo però ha una forte componente
elettroacustica, ovvero spesso riesco a costruire set-up di questo tipo
senza l’utilizzo di nient’altro che non un po’ di pile e attrezzature
portatili, poiché per me è fondamentale cosa suscita un suono in un
dato ambiente acustico e come questo ne influenza la continuità, cosa
questo “smuove” per “simpatia”, quali fenomenologie accadono.

Come
mai hai deciso di mantenere la stessa denominazione Radical Matters per
i due progetti, quello sonoro e quello della label?

In
realtà nascono “in sieme” ma non “insieme”. Ho deciso di mantenere il
nome delle Edizioni anche per la pubblicazione di alcuni personali
lavori in ambito sonoro perché, anche a discapito di una certa coerenza
comunicativa, in questa scelta c’è implicito un punto di vista
operativo, dove l’uno si riversa nell’altro; poiché il suono ha la
stessa natura della luce, della materia, considero quello che faccio
una cosa sola. In qualche modo, questi due aspetti dell’etichetta si
somigliano molto anche fisicamente: le Edizioni sono multipli d’arte di
album concettuali, pezzi unici in serie, curati e prodotti interamente
dal sottoscritto, artigianalmente, uno per uno; così anche le mie
pubblicazioni sonore sono in realtà “ascolti”, fissati, di dinamiche
acustiche che mi diverto ad innescare con meccaniche artigianali,
sempre diverse, unite dall’entusiasmo e la meraviglia dell’esperimento
compiuto.

Radical Matters è anche netlabel con le Web Editions/Soundsources, che valore gli attribuisci nell’economia dell’etichetta?

Considero
le Web Editions una vera e propria collezione pubblica, un particolare
“museo” del rumore. La serie delle Soundsources sono per me proprio il
cuore della ricerca sul rumore di ogni artista coinvolto. Sicuramente
questo tipo di edizioni, in particolare la serie degli EP, ha anche il
pregio di attirare gli affezionati dei vari autori coinvolti, mentre la
serie delle soundsources, per il loro particolare formato, non di così
“facile” fruizione, sono da considerarsi oltre che una curiosità, una
vera e propria web resource, una soundlibrary in continua
implementazione.

Come si concilia l’ultrafeticismo
delle Collectors Editions con la modernità usa e getta  tipica delle
Web Editions/Soundsources?

Se prendiamo le
Soundsources, in questo caso la “modernità” diventa strumentale, ovvero
il formato del loop d’autore si sposa molto bene con il formato
dell’archivio o della libreria digitale, poiché oltre a rendere pratico
l’ascolto, queste particolari registrazioni possono diventare strumento
acustico se suonato in altri contesti, come quello installativo, o
musicale, se pensati come campioni da suonare e manipolare.
Diversamente la serie degli EP Web Editions possono rientrare nel
concetto di “Multipli” d’arte, infatti confidando nella passione del
“fai da te” dei collezionisti interessati, il download di questa serie,
permette a chi è interessato di ricomporre con i suoi mezzi (stampando,
sagomando e incollando il packaging ed i vari inserts e masterizzando
il relativo cdr), di creare una collezione “unica”, poiché ogni copia
prodotta sarà così un pezzo unico (si pensi anche solo alla stampa
dell’artwork), sempre uguale nel contenuto ma sempre diversa nella sua
fisicità. Ognuno avrà la sua collezione, creata da se stesso,
artigianalmente, chiamando a partecipare al processo creativo ed
editoriale di queste edizioni anche il semplice ascoltatore che così
entrerà a far parte del gioco.
Riguardo alle Collectors Editions, non sono altro che edizioni “aperte”, le definirei ready-on-demand,
forse in quest’idea sta la modernità” della proposta, differentemente
dalle più usuali Limited Editions sono realizzate di volta in volta a
seconda delle richieste da parte di distributori ed acquirenti (anche
in questo cerco di lavorare trasversalmente, coinvolgendo negozi,
rivenditori online, bookshop di musei, gallerie) ancora una volta
realizzati artigianalmente come multipli d’arte, pezzi “quasi” unici,
ma teoricamente senza limitazione alle copie disponibili.

Radical
Matters fa riferimento ad una sorta di immaginario Post-Industrial
confinante spesso con il Black Metal (penso alla recente web release
del norvegese Utarm e al venturo progetto “Black Industrial Grimoire”).
Cosa pensi dello recente sdoganamento, di queste realtà, o per meglio
dire, in che rapporto credi che stiano con la cultura popolare?

Ho
sempre interpretato “concettualmente” e mi hanno sempre interessato,
forse per un vizio professionale, a certi generi della musica moderna e
contemporanea che se interpretata in chiave storiografica riporta alle
tendenze impostate dalle arti visive del ‘900, ad esempio autori come i
primissimi Bathory, Venom, mi hanno
interessato per l’originale interpretazione dell’immaginario
gotico-simbolista, inventando letteralmente il “suono” o per meglio
dire i rumori di quell’immaginario fatto di “mostri” senza voce che
nella tradizione mistica occidentale vivono sulla soglia di manoscritti
e cattedrali, quali custodi di un inferno di demoni psichici e
conoscenze ermetiche. Così come vedo nella stessa chiave “visiva” molti
importanti autori della scena experimental, ad esempio lo stretto
legame tra The Loop Orchestra, Panicsville, S.O.T.N.E. ecc… con le tecniche del surrealismo, il radicale espressionismo (dichiaratamente Azionista) di Sudden Infant, Rudolf Eb.Er, l’espressionismo astratto di Atrax Morgue, Whitehouse, l’informale di Daniel Menche e Lucas Abela, l’attitudine programmatica e cinetica di Oto Lab, Kinetix, il dadaismo di Big City Orchestra, LT Murnau, l’astrattismo di Struktur, Rocchetti, Bad Sector, l’arte concreta di AMK, Parodi, l’arte concettuale di The Haters, GX Jupitter-Larsen, il cubismo di certi Telepherique o Shee Retina Stimulants, l’approccio “performativo” di Zero Kama, Michael W. Ford, il suprematismo di MZ412, etc…

Per
concludere vorrei sapere qualcosa di più sui tuoi collaboratori più
stretti, ovvero Pietro Riparbelli (sound artist con parecchie uscite
per RM) e Andrea Sozzi (le sue tenebrose e suggestive foto adornano
spesso gli artwork di RM).

Con tutti e due ho spesso
suonato negli anni – oltre che a crescere – insieme in varie
formazioni, anche effimere, di ricerca sonora tra il dark, il black e
lo sperimentale, questo è stato un percorso comune parallelo alla
strada che ognuno di noi ha poi coltivato da solo, per questo diventa
facile la comunicazione tra di noi: Andrea è un fotografo sensibile che
continua a stampare a mano, al buio, le sue impressioni; sono rapito da
certi fenomeni che riesce a catturare, per questo sono nati degli
incontri anche tra le nostre produzioni: recentemente ho utilizzato uno
dei suoi scatti in Macabre Rites ma è stato anche coinvolto, come autore-reporter, in alcune particolari produzioni (P.K. Suggestion, Goetia).
Con Pietro continua da sempre una reciproca corrispondenza sugli
sviluppi delle nostre ricerche a volte anche condividendo, come
recentemente, progetti e collaborazioni sonore. Il suo approccio al
fare ricerca con progetti come PT-R e K11(che ho avuto il piacere di pubblicare in vari formati) è per me una
garanzia di qualità e originale personalità interpretativa, dalla
costruzione di harsh beat noise con manipolazioni di campioni sonori
registrati e in diretta del primo, alle attuali ricerche in ambito
radionoise del secondo, già sconfinate in nuovi orizzonti sonori.

L’articolo L’arte dei rumori fissati proviene da sentireascoltare.com.

]]>
Generazione di confine https://www.sentireascoltare.com/articoli/generazione-di-confine/ Sun, 16 Dec 2007 23:00:00 +0000 https://sentireascoltare.com/articoli/turn-on/generazione-di-confine/ Prima presentimenti, sensazioni, ora si è manifestata chiaramente la tanto decantata genia di musicisti o sound artist cresciuti nella democrazia dei mezzi. Una generazione di confine in bilico tra l’esperienza maturata negli anni dell’adolescenza con strumenti a corde e tamburi in band rumorose e non, e l’esperienza epifanica acquisita davanti ai primi magici software musicali, che hanno permesso di fare tutto e il contrario di tutto. Qualche nome: Matteo Uggeri, Luca Sigurtà, Fhievel, Punck, e la star del momento Fabio Orsi. In mezzo a questa lista non può mancare il nome di Eugenio Maggi, con il suoprogetto Cría Cuervos di ricerca sonorache si muove lungo traiettorie care all’isolazionismo dei vari Lustmord, Thomas Köner e Lull, ma anche di proposte più recenti come gli Æthenor.

Dietro questo curioso moniker – che deriva da un proverbio spagnolo (“Alleva corvi e ti caveranno gli occhi”) – si cela un ragazzo tanto schivo quanto produttivo con già una decina di uscite discografiche, tra cd, cd-r. net-release e apparizioni su compilation. Il suo è uno stile in continua e rapida evoluzione, capace di passare dalle acerbe e crude sperimentazioni di Cancroregina (Immanence Records, 2003) all’evidente maturità dei recenti Vor Feuerschlünden (Afe Records, 2007), Ilauna (Locus of Assemblage, 2007), in cui dimostra piena padronanza dei drones sonori sposati con selezionati field recordings.

Maggi inizia per pura curiosità sul finire degli anni Novanta, avendo a disposizione solo un registratore quattro piste e degli strumenti analogici rudimentali per lo più prestati da amici. Eugenio raggiunto via mail ammette: “Leidee eranoconfuse e i risultati discutibili”, tuttavia da quelle sessions nasce una cassetta autoprodotta condivisa a metà con l’amico Fabio Battistetti/Eniac, con il quale Eugenioaveva già improvvisato un paio di volte dal vivo. Segue una pausa di qualche anno durante il quale approda alla maggiore duttilità e accessibilità del suono digitale prodotto dal computer. “Questo mi ha permesso di cambiare stile e approccio, ho quindi cominciato a concentrarmi essenzialmente sui drones”. Queste prime e promettenti elucubrazioni in salsa digitale, andranno a formare Cancroregina (Immanence Records, 2003), primo vero e proprio tassello della carriera a nome Cría Cuervos; una esplorazione di lande fredde ed inospitali, dove la presenza umana rimane solo un lontano ricordo, ma anche una colonna sonora ideale per un ipotetico “dietro le quinte” di un film come Eraserhead. Cancroregina ha un suono ancora un po’ grezzo (è stato mixato con SoundForge, 2 tracce alla volta) ma a cui sono molto affezionato”. Un suono ruvido e quadrato, quindi, che ha radici più o meno lontane, in quella scena e fucina di talenti che è stata l’hardcore screamo italiano del decennio scorso. “Credo sia stata una stagione davvero notevole, se non altro per le energie che ha messo in ballo. Con l’etichetta e la distribuzione che avevo allora ho coprodotto alcuni dischi, come il secondo sette pollici degli Altro, Molto Rumore per Nulla, ROID, Disarm. Anche se già allora ascoltavo elettronica, folk, rumorismo. È stato un momento molto favorevole per la scena musicale italiana, lì certe contaminazioni iniziavano ad attecchire”. Queste contaminazioni hanno creato terreno fertile per accendere la sacra fiamma della sperimentazione sonora. “Ho semplicemente iniziato a suonare quello che volevo, una volta imparati i rudimenti tecnici per farlo da solo. Ma come ti dicevo prima erano “lande” che da ascoltatore e recensore frequentavo da tempo” .

Si arriva così al 2007 – nel frattempo escono vari cd-r su taâlem, Twenty Hertz e Mystery Sea – l’anno che ha visto l’uscita di ben tre dischi a nome Cria Cuervos ovvero: il tagliente Vor Feuerschlünden (Afe Records, 2007), il breve ma incisivo Ilauna (Locus of Assemblage, 2007), la seconda puntata della collaborazione droney con l’inglese Paul Bradley ovvero Moraines II (Small Voices, 2007) e anche la partecipazione alla compilation di field recordings The Dielectric Field Recording All-Stars – RE:record (Dielectric Records, 2007). “Vor Feuerschlündenha avuto una gestazione molto più rapida rispetto ai miei standard, è piaciuto subito ad Andrea Marutti di Afe Records– con il quale ero in contatto da anni – Mentre Moraines II è stato assemblato da Paul riutilizzando, spesso in modo molto diverso, i suoni “grezzi” che gli avevo inviato per Moraines, insieme a materiale nuovo di entrambi. Sono due pezzi inevitabilmente imparentati, ma anche speculari. Il secondo è molto più scuro, privo di quei momenti luminosi che erano presenti nel primo. Curiosamente, il remix-rilettura di Liles (che ha lavorato su materiale del primo Moraines, e non credo avesse ascoltato la nuova versione) sembra andare nella stessa direzione”. Un anno particolare il 2007 per Eugenio in cui ha avuto l’onore di collaborare con il mito vivente del noise/industrial italiano ovvero Maurizio Bianchi. “La collaborazione con MB è nata dopo qualche scambio di email, partito da un suo ringraziamento per una mia recensione. Credo che già questo la dica lunga sulla gentilezza e l’umiltà di Maurizio. Per me è stato un onore lavorare con Bianchi, che per me è sempre stato un autore esemplare. Per la collaborazione, gli ho inviato alcuni suoni grezzi che ha looppato e filtrato nel suo stile, inviandomi anche delle tracce di synth. A quel punto ho modificato ulteriormente i suoni di base e mixato il tutto, tra inconvenienti di ogni tipo. Entrambi siamo molto soddisfatti del risultato, che è un lavoro cupissimo capace di fondere gli elementi più ossessivi della nostra (non)musica”.

Inutile dire che il Signor Alleva Corvi abbia per il 2008 in cantiere già parecchie uscite discografiche, oltre ad un progetto harsh noise nuovo di zecca denominato Slave Auction. Eugenio Maggi/Cría Cuervos è la dimostrazione lampante di come l’avvento del digitale abbia permesso l’emersione di realtà di nicchia certa ma non per questo meno meritevoli di attenzione.

L’articolo Generazione di confine proviene da sentireascoltare.com.

]]>
Sottrarsi https://www.sentireascoltare.com/articoli/sottrarsi/ Wed, 31 Oct 2007 23:00:00 +0000 https://sentireascoltare.com/articoli/drop-out/sottrarsi/ Un’immagine precisa può ben rappresentare i 3/4HadBeenEliminated, quella della copertina del loro secondo disco A Year Of The Aural Gauge Operation: tenebrosa, crepuscolare, con una fitta trama di alberi scheletriti che potrebbe sembrare una foto scattata poco prima del tramonto, o poco dopo l’alba, fortemente permeata da un clima surreale e decadente, il viso umano che emerge ma al tempo stesso si nasconde sullo sfondo. Vi basterà ascoltare una traccia a caso della loro produzione per trovarvi all’interno di quella copertina, impauriti da qualcosa che non conoscete, ma che al tempo stesso vi sembra familiare. Escono in questi giorni per la Soleilmoon due dischi per il quartetto italiano diviso tra Bologna e Berlino, Theology e The Religious Experience, rispettivamente il terzo e quarto, che rappresentano una sintesi importante della loro carriera nonché di quelle, molto più prolifiche, dei musicisti coinvolti. È l’occasione migliore per rivedere un percorso artistico “di nicchia” ma dalla portata già internazionale. Un’analisi che si è avvalsa di una chiacchierata con i musicisti stessi, incontrati dal vivo al festival Phonorama2 che si è tenuto al Raum di Bologna lo scorso 9 novembre, una convergenza/ divergenza di parole e riflessioni che evidenziano, come metafore ideali, le peculiarità di qualcos’altro rispetto alla classica idea di band. Dunque un territorio aperto in cui indagare stile e attitudini. Un laboratorio musical-creativo il cui debutto ne sembra una logica premessa, una conseguenza per misurare assieme passate esperienze soliste, alcune ampiamente rodate, altre in assestamento costante, o meglio un tutto in costante evoluzione.

In solo

Partiamo dunque da quest’ultime per conoscere meglio i personaggi della vicenda, dapprima, Claudio Rocchetti il più prolifico. Al suo attivo quasi una decina di uscite tra cd, cd-r, cassette e netrelease di cui si possono ricordare The Work Called Kitano (Bar La Muerte, 2002) e DavidLeeRoth(LongLongChaney, 2007), lavori caratterizzati da collisioni poco concilianti, nastri manipolati, giradischi e strumenti classici. Rocchetti sa essere molto fisico, eppure a caratterizzarlo al meglio è uno sguardo mutevole, mai concettualmente monolitico. Possiede uno spirito dada dal quale germogliano semi di dissacrazione, quello sberleffo feroce e ipercinetico che è poi la firma del collettivo/label Sonic Belligeranza diretto da Riccardo Balli nel quale il musicista ha gravitato per un breve periodo.

Ad ogni modo, se Rocchetti è il più attivo, Valerio Tricoli pare incarnare il suo opposto, almeno in termini di presenza discografica. Tra il 2003 e il 2005 il musicista sforna due album: Did They? Did I? (Bowindo, 2003) e Metaprogramming From Within The Eye Of The Storm(Bowindo, 2005), due album dagli umori opprimenti al di sotto dei quali – mediante l’elemento elettroacustico – s’animano paranoie e ancor più sotto recondite paure. L’acqua santa pare quindi ascriversi al nome di Stefano Pilia, il più affine alla drone music e da una produzione riflessiva e malinconica. Composizioni le sue, ispirate alla tradizione minimalista nel senso più ampio, ovvero quella che parte da La Monte Young e arriva a Loren Mazzacane Connors. Tre uscite ufficiali per lui di cui vi consigliamo di recuperare almeno il recente The Suncrows Fall And Tree(Sedimental, 2006) dove il Nostro manipola chitarre e field recordings fino ai tubi in pvc. Non è un caso se i dischi sono stati pubblicati per Sedimental, Time-Lag e Last Visible Dog, etichette americane dedite alle odierne filiazioni e diramazioni del drone.

Multiple-name

I 3/4HadBeenEliminated sono quindi una fusione di elementi individuali, stili propri, tecniche diverse, un insieme di caratteristiche e prospettive che se dieci anni fa,  poteva rientrare nel calderone “post-rock”, termine che oggi pare quanto mai fuorviante. Ad ogni modo, per errore e dovere giornalistico, in comune con la macroetichetta c’è sicuramente una matrice sottrattiva che lungo la trasferta elettronica di tali sonorità di fine Novanta vede un ampio uso di field recordings, live electronics, giradischi, nastri, musique concrete.

Come è facile intuire dalle discografie soliste, siamo molto oltre il classico quadrilatero voce-chitarre-basso-batteria, in un piano trasversale che comunica con le cosiddette avanguardie, che con le filiazioni dal celeberrimo suffisso post. Nei 3/4hadbeeneliminated i ruoli fissi, già ampiamente decostruiti da band come Tortoise, Aerial M, Gastr Del Sol e Labradford, vengono qui a loro volta sminuzzati e reinventati secondo una grammatica differente e, se vogliamo essenziale. Siamo un passo in là rispetto al jazz-rock dei primi, e ancor di più rispetto ai faheyismi folk di Grubbs e Pajo. C’è sicuramente l’umoralità abbandonata di un Mark Nelson eppure senza country, il field Recording di un Jim O’Rourke senza però i richiami popular di un Camoufleur.

Inappropriato dunque il facile paragone con tante cose dei Novanta e comunque se dobbiamo per forza trovare un corrispettivo (anche italiano, e pure bolognese, ma non solo), si potrebbero chiamare in causa i monumentali Starfuckers (ora Sinistri) che similmente ai 3/4HadBeenEliminated si nutrono del cadavere del rock per poi risputarlo in forma di vorticoso magma sonoro, cupo e doloroso. Eppure ancora una volta non parliamo di una deriva di loose-loose-jazz coniugato a brandelli di distorsore. E, ancora, non parliamo di post-rock e men che meno superband per Stefano Pilia, Claudio Rocchetti e Valerio Tricoli (ai quali aggiungiamo il batterista Tony Arrabito che completa il quartetto). “In origine c’era l’idea di eliminare la nostra produzione individuale, ispirandoci direttamente all’idea del multiple-name sperimentata in ambito narrativo/letterario dal collettivo Wu Ming, proprio qui a Bologna”, afferma Tricoli, “Siamo mossi da un senso comune per la musica,infatti ascoltando i nostri dischi solisti ti accorgi come ci sia una comunanza di idee, un filo rosso, mai ovvio, che unisce l’esperienza collettiva a quella solista, fermo restando che le differenze ci sono e rimarranno.”

Via Fioravanti

Se abbiamo parlato di un collettivo non convenzionale accennando a Bologna è proprio da qui che partono le vicende che porteranno ai 3/4HadBeenEliminated. Siamo nei primi anni Duemila, periodo in cui il capoluogo vive la sua terminale fase creativa, nonché l’ultimo rantolo delle grandi autogestioni della decade precedente. Ed è proprio al Linkdi via Fioravanti, simbolo contraddittorio dell’Italia underground dei Novanta, fiore all’occhiello di tutta una scena elettronica, che i futuri membri del gruppo/collettivo si frequentano e approfondiscono tematiche musicali. Il centro sociale non è altro che il corrispettivo della SPA Public Image, soldi a palate e buchi da tutte le parti, gente che ci va perché è un coffe shop e gente che va a ballare la techno di Detroit, gente indie rock che ci trova i Dirty Three e gente che ci vive, suona e mangia. Valerio, Claudio e Stefano s’incontrano in quest’ambiente ideale playground della loro musica. Non il Link affollato della marmaglia senza volto, ma quello ancor più enigmatico della sua architettonica essenza: decadente, abusata prossima allo smantello. Baraccone a picco dove sguazzano squali e anime perse che di lì a poco sarà raso al suolo per farci il Comune di Bologna. “Stavo registrando a casa mia il disco Be Mine Tonightdi Dean Roberts quando un giorno si presentò Stefano che doveva registrare una parte di basso per quel disco. Dean quel pomeriggio non si fece vedere e allora cominciammo a parlare e a suonare. Lì nacque l’amicizia che mi portò a registrare anche il suo disco solista”. L’ex hardcore kid Claudio Rocchetti si aggiunge da lì a poco in corso d’opera. “La denominazione 3/4hadbeeneliminated ancora non esisteva, era una cosa diciamo impura”, ricorda Valerio, “si fece questo concerto per Superfici Sonore di Ixem, in cui suonavamo io e Renato Rinaldi. Poi si aggiunsero Stefano, Claudio e pure Andrea Belfi, anche loro presenti alla jam”.

Segue il proverbiale periodo d’assestamento in cui prevale la volontà di tenere nel gruppo i “bolognesi”, ovvero Tricoli, Pilia e Rocchetti e così iniziano le session del debutto nello studio di via Paolo Costa (sempre a Bologna) che diventerà il crocevia di molti dischi più o meno collegati con i 3/4. L’album, omonimo, è una raccolta essenziale, molto vicina alle installazioni audio che dal 2003 caratterizzano il Raum, lo spazio gestito da Xing, frangia dissidente del Link per la produzione culturale contemporanea. Parliamo di minimalismi e concretismi ma se si volesse semplificare parleremo di kosmische musik aggiornata alle istanze di un’etichetta come la Touch; (pensate al Rafael Toral di Violence Of Discovery And Calm Of Acceptance ad esempio). E se questo può essere vero per pezzi come in Getsemany Fields Under Impossible Rain, c’è pure un’incursione propriamente rock in Bedrock, che vede anche la prima partecipazione alla batteria di Tony Arrabito, figura che diventerà membro effettivo del gruppo (anche se part-time) a cominciare dal disco seguente.
Di fatto, in questo periodo e fino al completamento dell’album, la band rimarrà un progetto da studio di registrazione. “Il primo disco nacque praticamente nel pieno artificio, l’unico materiale suonato erano un paio di session improvvisate di elettronica noise riduzionista che coinvolgevano me e Claudio”, afferma Tricoli. Una piccola testimonianza di queste session rimane in Standing Position. Quanto alle restanti tracce sono state perlopiù suonate in maniera indipendente: Bench/Frozen segue le minuterie concrete tipiche di Valerio, mentre My Smallest Egocomposta da Stefano, imposta droni con tubi di varia lunghezza in pvc. Il CD esce un anno dopo per la Bowindo (3/4hadbeeneliminated; 6.5/10), piccola – ma già ben avviata – etichetta fondata da Giuseppe Ielasi, Domenico Sciajno, Alessandro Bosetti, Renato Rinaldi e dallo stesso Tricoli nel 2003. È stata “una scelta molto utile”, ricorda Valerio, “altrimenti nessuno ci avrebbe dato visibilità. Anzi abbiamo guadagnato una certa notorietà nel settore”.

Trascendenza

Il debutto arriva nelle mani della Häpna etichetta specializzata in musiche che fondono improvvisazioni a suoni analogici e drone music, un ideale approdo per il quartetto, sotto la label svedese verrà pubblicato A Year Of The Aural Gauge Operation (Häpna, 2005; 7.5/10), il primo vero album del gruppo le cui session erano tuttavia in lavorazione dal 2004. ”Nel primo disco è impossibile decretare chi suonasse cosa, c’è stata quindi una focalizzazione maggiore su quello che si suonava dal vivo. Iniziavano ad evolversi anche altri aspetti che hanno a che fare con il modo di gestire il palco, la drammaticità della performance live. Il disco nasce da session molto più ricche. L’elemento di base, della gran parte dei brani, è la loro struttura, ideata a partire dalle dinamiche del suono live di allora. Questo rappresenta un scarto importante che rende il tutto più visionario”.

Con Year Of The Aural Gauge Operationcomincia a svilupparsi una sorta di linguaggio tipico dei 3quarters con una preponderante presenza della chitarra a caratterizzarlo (Widower). Anche la voce di Valerio, pur avvicinabile ad uno strumento supplementare, comincia a ritagliarsi uno spazio all’interno dell’economia sonora. Inoltre lungo le tracce si aprono spazi per divagazioni più “muscolari” come Monkey Talk che sembra quasi un incrocio tra i Supersilent e i Tortoise; senza contare quella voce che riecheggia direttamente i This Heat, dichiarata influenza del gruppo. In In Every Tree a Heartache troviamo tracce di Sigur Ròs seppur afoni e insolitamente afosi: “spesso ci capita quell’associazione, l’unico problema è che sono un gruppo che non conosco e che penso di non aver mai sentito”. Associazioni e similitudini a parte questo è il disco che fotografa i 3/4hadbeeneliminated in un momento di grande coesione dove il sincretismo delle fonti e degli stili si fonde in una sequenza di tracce che solo per un vezzo di editing si trovano divise. È un gruppo solido quello che emerge, capace di scrollarsi di dosso una pesante eredità di ricerca, evitando così di risultare noioso o vuoto, o la classica menata intellettualoide.

Teologia

Le tappe successive passano dunque per gli Stati Uniti: il boss della Soleilmoon(label americana che nel corso degli anni è diventata un piccolo faro per la fetta più scura e scontrosa della sperimentazione rock Lustmord, Steve Roach, Vidna Obmana, Rapoon, The Hafler Trio, :zoviet*france:), sente un loro brano per radio (!) e contatta via mail il gruppo chiedendo loro se fossero interessati a realizzare un CD e un LP per l’etichetta. Nel frattempo, tra settembre e ottobre 2006, il gruppo intraprende un tour europeo, nel quale si esibisce in solo anche l’amico Andrea Belfi. La popolarità in Europa cresce, è l’ideale prefazione all’accoppiata Theology e The Religious Experience. Anticipiamo che la questione Collettivo vs. Individualità subisce un ulteriore aggiornamento. “Il mio disco solista si sarebbe potuto chiamare Theology come quello di Stefano o di Claudio, è un’esperienza individuale ma anche molto collettiva”. Ci racconta Valerio. E i due dischi sono più che mai un corpus unico e maggiore coeso. “C’è stata una volontà specifica in tal senso, il nuovo disco ha degli elementi quasi operistici per come è stato pensato e costruito e per come sono state arrangiate le parti. Ad esempio, l’arrangiamento armonico e melodico e la sua integrazione con l’arrangiamento elettroacustico, è stato particolarmente curato. Anche il frequente utilizzo di voci è stata una decisione estremamente consapevole”.

Theology e The Religious Experience testimoniano una maturazione, ma anche un ampliamento dello spettro di ricerca. I 3quarters attuali si posizionano in un continuum tra psichedelia scura e un folk minimal, di chiara matrice trascendente. Ancora spettri e catalogazioni e non ci rimane che accennare a un futuro che ancora non è scritto ma che una traccia potrebbe avere. “Finora non siamo riusciti a organizzare delle session con Oren Ambarchi. Purtroppo la mancanza di tempo e la distanza non ci permettono ancora di approfondire un qualsiasi discorso”. Doveroso ricordare che Oren è un vero e proprio ambasciatore della causa 3quarters in Australia, dove i dischi del collettivo italiano stanno andando benissimo. È una probabilmente premessa. Un possibile domani. Di sicuro il quartetto partito in sordina solo cinque anni fa si è rivelato una delle più interessanti proposte nostrane e non. Se non ci credete andate a verificare le playlist 2006 dei redattori dell’autorevole The Wire.

L’articolo Sottrarsi proviene da sentireascoltare.com.

]]>
Black Heart Compathia https://www.sentireascoltare.com/articoli/black-heart-compathia/ Fri, 05 Oct 2007 22:00:00 +0000 https://sentireascoltare.com/articoli/drop-out/black-heart-compathia/ Non che si voglia fare del gossip di terz’ordine, ma l’assidua frequentazione tra Ben Chasny ed Elisa Ambrogio dei Magik Markers, comincia a farsi leggermente sospetta. Lui è il tipico ragazzone yankee della porta accanto. Basta vederlo in foto per avere all’istante la sensazione di un viso familiare, placido, regolare, uno che ha bei voti in qualche high school americana e nei week-end si concede lo svago dei festini scollacciati e dei droga party a base di smoke-pot. Poi lo guardi più attentamente, ti concentri sullo sguardo e capisci che non è così e non puoi fare a meno di notare quella vena di inquietudine e di stanchezza sinistra che gli adombra l’espressione anche quando abbozza un sorriso sornione. E quei capelli che sembrano avere vita propria, non sono forse una cartina al tornasole? Immediatamente sovviene alla mente un segnalibro trovato in una vecchia libreria a Times Square, su cui c’era scritto: “How I can control my life, if I can’t control my hair!”.

L’ultimo scatto da dare in pasto alla stampa in occasione dell’uscita del nuovo disco di Six Organs Of Admittance è firmato, neanche a dirlo, Elisa Ambrogio. Una foto che pare essere stata scattata alle 7 di mattina, dopo una sbornia di quelle micidiali. Di questi tempi Ben sta dividendo i palchi statunitensi proprio con Elisa, come seconda chitarra dei Magik Markers ed è questione di giorni la distribuzione del primo disco dei Basalt Fingers, ovvero Ben insieme ad Elisa e Brian Sullivan dei Mouthus. In altre parole, l’ennesimo side project per uno che non sta fermo un attimo. Oltre al suo progetto principale come Six Organs Of Admittance, fa parte degli psych rockers Comets On Fire, del collettivo drone ambient folk Badgerlore e sono sue le chitarre tirate a lucido che si sono ascoltare sull’ultimo acclamato disco dei Current 93. Una vita frenetica per questo ragazzo di 33 anni che ha conosciuto un primo momento di celebrità in contemporanea con l’esplosione della cosiddetta “New Weird America”, anzi molto probabilmente proprio per effetto di essa, e per l’attenzione generale che si è creata intorno a certi suoni che sanno di arcaico e psichedelia old style, in un’epoca tra l’altro di post-modernità spinta come questa. Ormai Ben è diventato per gli States quello che Richard Youngs è per l’Inghilterra: il poeta visionario armato di una sei corde psichedelica.
Un po’ chitarrista classico che conosce alla perfezione l’idioma fingerpicking, un po’ manipolatore di feedback per chitarre elettriche. Ben Chasny è un musicista che non sai mai dove collocarlo con precisione. È proprio lui a spiegarci che uno dei suoi obbiettivi è sempre stato quello di trovare l’anello di congiunzione tra la folk music e la psichedelia rock con tendenze noise: “For a long time, I couldn’t figure out how to put the two things together, I was doing the finger-picked music, but I was also listening to a lot of noise, psychedelia, whatever you want call it….Then when I started to do the first recordings for Six Organs they started to fit together in a way that made sense.”
Uno degli aspetti meno indagati del suo stile musicale è probabilmente l’uso che fa della voce, impiegata come un vero e proprio strumento, capace di produrre vocalizzi sciamanici ed evocativi, ma anche di essere profonda ed ammaliante, tanto da non aver niente da invidiare ai grandi del cantautorato americano.

Immerso nella natura

Ben Chasny nasce dalle parti di Los Angeles nel 1974, ma crescerà di fatto con tutta la famiglia nella California del nord, un luogo molto più indicato per uno come lui che preferisce la vita a contatto con la natura alle comodità della metropoli. Sono infatti gli elementi naturali come il sole e il buio a tornare di continuo nei suoi testi e nei titoli dei suoi dischi. Un lato naturalista del suo carattere che Ben condivide con molti alfieri del folk contemporaneo, non ultimi i tipi della cricca targata Jewelled Antler Collective. Testimonianza di un’autentica ricerca verso un tutt’uno unico ed indivisibile con la natura, alla ricerca di una liberazione trascendentale, è il nome Six Organs Of Admittance, ispirato alla dottrina buddhista.

Sarà un basso elettrico il primo strumento che imbraccerà il giovane Ben, ma ben presto verrà spinto dai dischi del padre, tra cui Nick Drake, John Fahey e Leo Kottke, verso la chitarra acustica e s’innamorerà del fingerpicking. In quel periodo la celebre tecnica chitarristica, come spiegherà in seguito, diventerà un’autentica ossessione, cercando di fondere lo stile americano con quello britannico (più focalizzato sull’uso della mano sinistra). Rimarrà un chitarrista atipico reputandosi, ancora oggi, poco veloce perché invece di usare le classiche tre dita ne userà solo due.

L’ascolto di Keiji Haino, dei Fushitsusha e dei Dead C rappresenteranno negli anni del liceo un’autentica epifania. Al liceo seguono anche vari tentativi di formare band, il più riuscito dei quali è i The Plague Lounge, che usciranno con un disco autoprodotto nel 1996, ristampato poi dalla Holy Mountain, di puro stampo punk rock noise. Dopo un’infatuazione per tutta la scena acid-folk dei Comus e dell’Incredible String Band decide che è il momento di mettersi in proprio e allora nel 1998 affitta un registratore quattro piste, sul quale comincerà a riversare le registrazioni che comporranno i primi due dischi Six Organs Of Admittance e il successivo Dust & Chimes. Quest’ultimi usciranno per la neonata personale etichetta Pavillion Records, rispettivamente nel 1998 il primo, e nel 1999 il secondo. Il Ben Chasny di questi primi due dischi dimostrerà di avere le idee molto chiare e di aver già donato al progetto un’identità ben precisa. Si prenda la nenia liturgica Sum Of All Heaven, dal primo disco omonimo, o Journey Through Sankuan Pass, dal disco successivo,composte da chitarre arpeggiate, field recordings, esperimenti elettroacustici e motivi percussivi: elementi ricorrenti in tutta la produzione targata Six Organs Of Admittance. Trova anche l’occasione in In Race for Vishu di liberare il suo talento di chitarrista classico. In alcuni pezzi di Dust & Chimes si comincia ad intravvedere una ferma vena cantautorale, facendolo apparire vicino ad un Devendra Banhart più oscuro ed etnico.

Oggi mi sento depresso

Con le uscite discografiche del 2000 inaugura un vero e proprio concept sui lati più oscuri e tenebrosi della vita umana. Nighly Trembling (Lp Lathe-cut di 33 copie per Pavillion, ristampato da Time-Lag nel 2004) con quelle cupe tracce sciamaniche potrebbe stare bene come colonna sonora per La sepoltura prematura di Edgar Allan Poe, ma il capolavoro del periodo arriva con The Manifestation Lp one-side uscito per BaDaDing!,   e successivamente ristampato in cd da Strange Attractors, con l’aggiunta di un secondo brano che vede protagonista l’evocativo recitato di David Tibet. Una pura manifestazione di spettri dall’aldilà per 22 minuti di incastri vocali e ritmiche etno, che tendono alle tablas asiatiche e sciamano in crescendo apocalittico prima di cadere vittima di un catatonico fingerpicking. Il brano con David Tibet, The Six Stations, è basato sul concetto greco di “Musica delle Sfere” teorizzato da Pitagora, secondo cui i movimenti dei corpi celesti che si spostano nell’universo producono un suono specifico. Questi suoni possono essere percepiti soltanto da chi si è coscienziosamente preparato per ascoltarli. La Musica delle Sfere può anche essere suonata negli intervalli delle corde pizzicate e qui sta l’astrusità e il fascino del progetto di Chasny. Per mimare ed evocare il suono dei pianeti, il Nostro non esita a “suonare” letteralmente il supporto di copertina della prima release, un’incisione creata da Mike Mills e raffigurante il sole. Il continuo crepitio che fa da sottofondo a tutto il disco e al recitato di Tibet, altro non è che il rumore della puntina del giradischi che passa sul disco stesso. L’idea è cervellotica e stramba, ma quanto meno affascinante.

Arrivati a questo punto l’emergente Holy Mountain, etichetta specializzata in uscite drone-psych-folk, lo nota e lo prende sotto la propria ala protettrice: si farà carico di ristampare i due precedenti full lenght usciti per la sua Pavillion, oltre a fare uscire il nuovo album che Ben ha già pronto da un pezzo. Si sta parlando di Dark Noontide che Ben registrò nel 1998, in un periodo particolarmente buio della sua esistenza quando a causa dei suoi insuccessi artistici fu obbligato tornare a vivere con la propria famiglia. Acclamato come il suo primo vero capolavoro, Dark Noontide prosegue lungo il filone noir inaugurato con le precedenti uscite. Con la sua lenta e dark In Spirits Abandoned la sua scrittura raggiunge una precisione ed un passionalità inedite, ma è la successiva Regeneration con quei suoi cupi drones che ci riporta alla cupezza degli esordi.

Complemento ideale a Dark Noontide è You Can Always See The Sun (Three Lobed Recordings, 2002) registrato e suonato da Ben Chasny in una grotta dipinta in completa solitudine, costituito da un’unica composizione lunga poco meno di 20 minuti caratterizzata da drones ambientali misti a tetri arpeggi acustici. Peccato per la difficile reperibilità, perché non rappresenta affatto un capitolo secondario.

La riemersione

Nel 2003 esce il secondo full-lenght per Holy Mountain, Compathia, che rappresenta senz’altro il disco più accessibile di tutta la discografia di Six Organs Of Admittance. Dichiaratamente “pop”, registrato con un quattro piste preso in prestito dal Comets On Fire e dall’amico Ethan Miller, Compathia rappresenta il primo vero avvicinamento di Ben Chasny ad una scrittura più portata verso la forma canzone. Come rimanere, del resto, indifferenti alla vibrante ed energica Close To The Sky o alla suadente e percussiva Somewhere Between? Per quelli che cominciano a pensare a quanto si sia “ammorbidito” Ben ha pronta la lunga Only The Sun Knows posta in coda al disco: mai così elettrico e rock per merito della distortissima chitarra di Ethan Miller che si ritaglia un posto come performer.
Tempo un anno e Ben tira fuori dal cilindro For Octavio Paz (Holy Mountain, 2004), con cui confeziona due omaggi in un colpo solo: il disco infatti oltre ad essere dedicato al celebre scrittore messicano e premio Nobel, Octavio Paz, di cui Ben è un avido lettore, è anche un doveroso tributo ai celebri maestri del fingerpicking ascoltati in tenera età. Un disco che non presenta alcun testo o parte cantata proprio per lasciare uno spazio ideale ai testi scritti dal messicano. Canzoni struggenti e commoventi, su cui spicca la cavalcata folk di The Acceptance of Absolute Nega.

Finalmente si entra in studio di registrazione

Il 2004 è anche l’anno della vera svolta, la Drag City si accorge di lui e lo mette sotto contratto. Non solo, ma gli fornisce anche uno studio professionale per registrare il nuovo disco: School Of The Flower. E’ senza dubbio l’album della prima vera consacrazione. Recensioni ed articoli compaiono sulle riviste musicali di mezzo mondo, dandogli un’esposizione mediatica inedita fino a quel punto. Il disco si apre con l’assolo di batteria di Chris Corsano, uno dei protagonisti della stagione free folk, e prosegue con otto accorate composizioni, che vanno dalla dolcezza pop di Home alla lunga e per certi aspetti classica title track, dove, dopo un inizio in fingerpicking, irrompe un’acida e roboante chitarra noise. Compare anche una sentita e riuscita cover, Thicker Than A Smokey, del folksinger Gary Higgins. Si tratta di un disco molto più mediato e meditato rispetto alla crudezza dark degli esordi e non sorprende che riesca a trovare facilmente il suo pubblico proprio per la sua classicità di scrittura, per questa saggezza autoriale che toglie via le spine più appuntite dallo sfaccettato corpo folk di Ben. Artisticamente non è migliore o peggiore. E’ un’evoluzione e come tale d’ora in avanti si potrà parlare di lavori della maturità senza per questo declassare artisticamente gli album del primo periodo. Ma come a voler dimostrare che i tempi di Dark Noontide non sono passati del tutto, il nuovo lavoro si abbevera di nuovo alle fonti nere.

The Sun Awakens (Drag City, 2006) si contraddistingue subito per la netta divisione del disco in due parti complementari: “It’s my Meddle, that….my Pink Floyd’s Meddle, you know what I mean? That’s such a great record – you’ve all your songs on one side, and  a jam on the other. I used to play electric guitar, when I was kid, along to The Melvins, and to Echoes, so… So, I wanted to make a side-long song, a side-long track, for side b, and put all the songs on side a.”

Così alle più convenzionali prime sei tracce fa seguito la tenebrosa e lisergica River of Trasfiguration, vero fulcro di tutto il disco nonché uno degli apici di tutta la carriera di Ben. Ispirato dalla visione di Aguirre di Werner Herzog, di Apocalypse Now di Coppola,e dall’ascolto massiccio dei Popol Vuh, Ben dice di aver avuto davanti questa immagine nitida di un fiume fangoso e violento, teatro di una violenta battaglia tra eserciti nemici, con rive piene di cadaveri straziati, i cui spiriti riguadagnavano la corrente per poi scomparire. Nell’idea originaria il pezzo sarebbe dovuto durare ben cinquanta minuti, ma poi si accorse di avere qualche canzone da parte e che sarebbe stato un peccato sciuparle. In effetti pur essendo nettamente diverse stilisticamente, non sono affatto scarti ma si ricollegano direttamente alle composizioni con accordi in minore di Dark Noontide. River Of Trasfiguration vede anche la prima partecipazione di un folto numero di amici di Ben, tra cui Al Cisneros (Om), Ethan Miller, Liz Harris (aka Grouper), Pete Swanson (metà Yellow Swans).

Subito dopo The Sun Awakens la Holy Mountain fa uscire uno split in 7” Bedouin’s Vigil / Assyrian Blood che vede protagonisti oltre i Six Organs, anche i doom rocker Om. Il pezzo che propone Ben Chasny è una delle cose più estreme e rumorose di tutta la sua produzione, una colata di white noise chitarristico come ci si potrebbe aspettare da un Keiji Haino. Un’ulteriore dimostrazione della duttilità del suo talento. L’ultimo lavoro firmato Six Organs Of Admittance si chiama Shelter From The Ash ed è questione di questi giorni.

Ben e gli altri

Non si può archiviare la pratica Ben Chasny senza prima aver detto delle multiformi gesta dei suoi progetti collaterali. All’estremo opposto dello spettro sonore di Six Organs Of Admittancesi colloca il progetto Comets on Fire, incentrato su uno psych garage adrenalinico, in cui la vera star è il fanatico di effetti analogici ed echoplex, Noel Harmonson. I Comets On Fire sono uno strumento al servizio del lato più selvaggio ed elettrico di Ben Chasny. Ethan Miller, leader dei Comets, suo amico di vecchia data, ha voluto fortissimamente il suo contributo per aggiungere un elemento diversificante nell’esplosivo combo. Autori di quattro dischi ufficiali, l’entrata in pianta stabile di Ben coincide con la pubblicazione nel 2004 del disco Blue Cathedral uscito per la Sub Pop; i primi frutti del suo lavoro, si percepiranno davvero soltanto con Avatar (Sub Pop, 2006), lavoro decisamente più atmosferico e meditato.

Oltre ai Comets Ben ha dedicato tempo e attenzione anche ai Badgerlore, un progetto nato in sordina sul finire degli anni Novanta. Il duo con Rob Fisk (ex Deerhoof, 7 Year Rabbit Cycle) si è trasformato nel giro di qualche anno in un autentico supergruppo comprendente varie glorie della scena free folk e noise americana, tra cui Tom Carter (Charalambides) e il manipolatore di suoni Pete Swanson (Yellow Swans), sino agli due ultimi acquisti: Glenn Donaldson (Blithe Sons, Jewelled Antler) e Liz Harris (Grouper). Autori di tre dischi ufficiali più un cd-r autoprodotto, i Badgerlore si distinguono per le loro atmosfere eteree, dilatate e sognanti, prodotte da un ampio uso di delay e riverberi applicati a strumenti a corde e alle voci. Il classico caso in cui la somma delle singole parti coinvolte è maggiore del reale valore del risultato.

Gli August Born più che un vero e proprio gruppo sono un progetto discografico: infatti l’incontro tra Hiroyuki Usui (L, Fushitsusha) e Ben Chasny avviene virtualmente attraverso scambi di files da una parte all’altra dell’oceano. Il risultato lo si può apprezzare nell’omonimo disco uscito per Drag City nel 2005: “Un ping pong di chitarre acustiche ed elettriche che creano paesaggi ora agresti ora saturi di elettricità e dissonanze”. Quello che manca al progetto forse è quella coesione che la distanza geografica non ha permesso che si creasse.

Del suo coinvolgimento nei Current 93, si può dire che oltre ad accompagnare dal vivo David Tibet, Ben ha partecipato attivamente anche alla composizione dell’ultimo disco Black Ships Ate The Sky. Le ultime voci dicono che in cantiere ci sia un disco “metal” al quale parteciperanno oltre a Ben Chasny anche lo stesso David Tibet e Stephen O’Malley. Non possiamo far altro che attendere con trepidazione.

Un ricordo live

L’aver preso parte al tour del 2005 dei Current 93 ha permesso ai fan italiani, me compreso, di vedere all’opera dal vivo Ben Chasny sotto le spoglie Six Organs Of Admittance. Un concerto in totale solitudine eseguito con il solo ausilio di una chitarra elettrica e di un microfono. Un’intensa mezz’ora immersi nell’acida distorsione e nei possenti feedback della sua sei corde, con lampi dell’allora recente School Of Flowers.

L’articolo Black Heart Compathia proviene da sentireascoltare.com.

]]>