L’arte dei rumori fissati

Se dovessimo incasellare Radical Matters, che è sia label
tradizionale ma anche netlabel, bisognerebbe chiamare in causa la scena
post-industrial che ha steso la sua ombra lungo gli anni Ottanta e
Novanta e che recentemente ha conosciuto le luci della ribalta. Ma non
temete, non c’è un briciolo di nostalgia e amarcord in RM,al contrario, la sua proposta sonora composta da una settantina tra
uscite fisiche e digitali mette in scena contenuti sonori
all’avanguardia rispetto al nostro tempo.

Un altro suo elemento che colpisce è la commistione tra ricerca sonora
ed artistica, apparentata con le avanguardie artistiche e sperimentali
del ‘900, che donano al progetto profondità e multidimensionalità.
Un’operazione così ambiziosa – ovvero unire avanguandie musicali ad
avanguardie artistiche – potrebbe dare l’impressione dell’asetticità di
un procedimento in vitro, ma quello che sorprende dell’esperienza è il
fatto di riuscire ad unire la professionalità con una passione profusa
in tutti i suoi aspetti, dagli elaborati packaging homemade alla cura
estetica del sito web passando attraverso manifestazioni parallele,
come le installazioni a Piombino eXperimenta 03.

Per averne una prova basta immergere occhi e orecchie nelle uscite
“fisiche”, nelle quali è facile notare un evidente sincretismo
stilistico che nasce comunque da una matrice comune.  Abbiamo il
post-industrialismo reznoriano di PT-R, la ebm techno sporca di Cheetah, il quasi post rock di Mountain Of The Cardiod Snake, fino ad arrivare al culmine della proposta musicale di RM ovvero il progetto sonoro omonimo che al momento conta ben 8 dischi e anche per questo merita un discorso a parte.

È Sandro Gronchi,
titolare dell’etichetta e del progetto sonoro, che armato di una
strumentazione essenziale –  ben documentata dalle note che adornano
gli artwork – fatta di giradischi, fonografi homemade, walkman, vinili
modificati, effetti a pedale e un mixer, riesce a spaziare
dall’abrasiva riscrittura eseguita dal vivo suonando vinili modificati
del noiser americano AMK dei due Helegy/Ygeleh, passando attraverso le maglie di una sorta di dark ambient intrecciata a musique concrete di Demonolatry, Pk Suggestion e Goetia(registrate principalmente in necropoli e sotterranei carichi di
suggestioni paranormali), fino ad arrivare alla recente crudezza e
rumorosità di Macabre Rites che riflette un’attitudine black metal ma ribaltata e trasformata in un grido di dolore dell’era contemporanea.

Complessità, prospettive oblique, senso dell’estremo: componenti
essenziali di Radical Matters che la rendono al principio difficilmente
avvicinabile e intellegibile, infatti solo uno sguardo attento,
paziente e consapevole può schiudere un’esperienza esoterica e densa di
significati nascosti, sicuramente diretta a pochi, anche perché la luce
dei riflettori rischierebbe di snaturarne il senso. Abbiamo allora
raggiunto via mail il fondatore Sandro Gronchi, che ci ha delineato e
meglio approfondito le tematiche e le dinamiche d’azione del suo
progetto artistico-musicale.

Innanzitutto vorrei sapere cosa ti ha spinto a creare Radical Matters.

Sono
sempre stato affascinato dalla scuola tedesca del Bauhaus e da quello
che ha prodotto nella nostra cultura. Questa fascinazione, negli anni
poi, si è sempre intrecciata alla musica. Dopo un po’ di esperienze
nell’arte visiva e nella didattica dell’arte, nasce l’idea di fare
Edizioni d’Arte per i rumori. Così da qualche tempo ne ho fatto una
priorità nelle mie giornate: registrare idee, concetti, segni, e
metterli in scena.

È evidente come in RM l’esperienza
musicale rappresenti solo un aspetto dell’etichetta, in effetti
componenti tipiche delle arti sperimentali sono facilmente ravvisabili
(l’attenzione per l’oggetto-packaging, la propensione alle
installazioni sonore, come a Piombino eXperimenta l’anno scorso). Puoi
dirci quali movimenti artistici, e non solo, ti hanno maggiormente
influenzato?

Di sicuro i gruppi di ricerca visiva
della seconda metà del secolo scorso, opere di confine tra design e
arte visiva (come l’Optical Art, il Movimento Arte Concreta, la Poesia
Visiva e Performativa) ma più che opere o autori direi che ad avermi
maggiormente influenzato sono le esperienze a cui queste visioni mi
hanno iniziato, e in questi termini sono per me legate sinesteticamente
al rumore, all’ascolto come esperienza esoterica. L’Ascolto infatti, ha
sempre costituito il comune denominatore di molte delle mie esperienze
trascorse, da qui nasce RM-ED/L. L’estetica dell’estremo è il cardine
di queste edizioni, è la fascinazione di percepire forzare i contorni
delle idee e delle cose. Poi la musica per chiudere il cerchio: sono
cresciuto ascoltando black-occult metal (Hellhammer, Bathory), poi il
dark (Bauhaus, Virgin Prunes, Death In June, Current 93), la
psichedelia (Amon Düül, High Tide), la dodecafonica (Webern, Kurtag).
In generale mi affascina l’idea della registrazione inteso sia come
strumento di riproduzione che come strumento prettamente creativo, così
per i dischi come per i libri. Dai nastri di etnomusicologia dei
rituali tradizionali dell’Africa e del Tibet, ai Libri Illeggibili di
Bruno Munari.

Il progetto sonoro omonimo ti vede
impegnato con giradischi modificati, fonografi artigianali, locked
grooves; ci racconti com’è nata questa necessità di esprimersi con
della strumentazione che viene più facilmente associata all’hip-hop o
alla dance?

Per qualche anno dal 1997 al 2003, mi
sono dedicato alla produzione di opere visive che andavano dall’optical
prima alla poesia visiva e performativa poi, realizzando con queste
ultime ricerche anche una tavola rotonda online sul tema Arte E Nuove Tecnologie.
Da tempo, inoltre, mi occupo anche della didattica dell’arte, con
particolare interesse per l’analisi dei modelli cibernetici e
costruttivisti nello studio dell’attività mentale e percettiva
implicata in questi processi. Da queste tracce poi il passaggio
espressivo dal “gesto al suono” è stato un processo naturale. Lo
strumento poi che più di tutti mi permetteva di sperimentare un
“sistema cibernetico-costruttivista” nella costruzione sonora era la
macchina-giradischi, dove poggiare materiali diversi e per sfregamento
ottenere suoni con uno o più microfoni utilizzati al posto delle
puntine, facendo inoltre interagire questo input anche con l’output in
diverse maniere in modo da ottenere “influenze” dirette e
controllabili. Solo dopo, cercando di approfondire questa intuizione ho
scoperto certi precedenti storici a cavallo tra sperimentazione sonora
e arte contemporanea da Otomo Yoshihide, al Boyd Rice degli albori, da Philip Jeck a Christian Marclay.
La mia curiosità nello sperimentare è sempre stata più forte
dell’analisi del lavoro di altri autori per cui, anche se in buona
compagnia, in qualche modo ho cercato di portare avanti questo mio
interesse in maniera autoctona ed originale. Sono nati così bizzarri
set-up basati sull’esaltazione dei feedback dello stesso segnale, dove
il cuore rimane il sistema “giradischi-casse/diffusori” modificati
all’occorrenza fino a farli diventare veri e propri “oggetti sonori”
come in quelli implicati nelle registrazioni di PK Suggestion.
Utilizzo puntine, microfoni, casse acustiche, dischi autocostruiti con
materiali eterogenei, vinili preparati sempre utilizzando la tecnica
del “forced locked grooves”, tutto questo però ha una forte componente
elettroacustica, ovvero spesso riesco a costruire set-up di questo tipo
senza l’utilizzo di nient’altro che non un po’ di pile e attrezzature
portatili, poiché per me è fondamentale cosa suscita un suono in un
dato ambiente acustico e come questo ne influenza la continuità, cosa
questo “smuove” per “simpatia”, quali fenomenologie accadono.

Come
mai hai deciso di mantenere la stessa denominazione Radical Matters per
i due progetti, quello sonoro e quello della label?

In
realtà nascono “in sieme” ma non “insieme”. Ho deciso di mantenere il
nome delle Edizioni anche per la pubblicazione di alcuni personali
lavori in ambito sonoro perché, anche a discapito di una certa coerenza
comunicativa, in questa scelta c’è implicito un punto di vista
operativo, dove l’uno si riversa nell’altro; poiché il suono ha la
stessa natura della luce, della materia, considero quello che faccio
una cosa sola. In qualche modo, questi due aspetti dell’etichetta si
somigliano molto anche fisicamente: le Edizioni sono multipli d’arte di
album concettuali, pezzi unici in serie, curati e prodotti interamente
dal sottoscritto, artigianalmente, uno per uno; così anche le mie
pubblicazioni sonore sono in realtà “ascolti”, fissati, di dinamiche
acustiche che mi diverto ad innescare con meccaniche artigianali,
sempre diverse, unite dall’entusiasmo e la meraviglia dell’esperimento
compiuto.

Radical Matters è anche netlabel con le Web Editions/Soundsources, che valore gli attribuisci nell’economia dell’etichetta?

Considero
le Web Editions una vera e propria collezione pubblica, un particolare
“museo” del rumore. La serie delle Soundsources sono per me proprio il
cuore della ricerca sul rumore di ogni artista coinvolto. Sicuramente
questo tipo di edizioni, in particolare la serie degli EP, ha anche il
pregio di attirare gli affezionati dei vari autori coinvolti, mentre la
serie delle soundsources, per il loro particolare formato, non di così
“facile” fruizione, sono da considerarsi oltre che una curiosità, una
vera e propria web resource, una soundlibrary in continua
implementazione.

Come si concilia l’ultrafeticismo
delle Collectors Editions con la modernità usa e getta  tipica delle
Web Editions/Soundsources?

Se prendiamo le
Soundsources, in questo caso la “modernità” diventa strumentale, ovvero
il formato del loop d’autore si sposa molto bene con il formato
dell’archivio o della libreria digitale, poiché oltre a rendere pratico
l’ascolto, queste particolari registrazioni possono diventare strumento
acustico se suonato in altri contesti, come quello installativo, o
musicale, se pensati come campioni da suonare e manipolare.
Diversamente la serie degli EP Web Editions possono rientrare nel
concetto di “Multipli” d’arte, infatti confidando nella passione del
“fai da te” dei collezionisti interessati, il download di questa serie,
permette a chi è interessato di ricomporre con i suoi mezzi (stampando,
sagomando e incollando il packaging ed i vari inserts e masterizzando
il relativo cdr), di creare una collezione “unica”, poiché ogni copia
prodotta sarà così un pezzo unico (si pensi anche solo alla stampa
dell’artwork), sempre uguale nel contenuto ma sempre diversa nella sua
fisicità. Ognuno avrà la sua collezione, creata da se stesso,
artigianalmente, chiamando a partecipare al processo creativo ed
editoriale di queste edizioni anche il semplice ascoltatore che così
entrerà a far parte del gioco.
Riguardo alle Collectors Editions, non sono altro che edizioni “aperte”, le definirei ready-on-demand,
forse in quest’idea sta la modernità” della proposta, differentemente
dalle più usuali Limited Editions sono realizzate di volta in volta a
seconda delle richieste da parte di distributori ed acquirenti (anche
in questo cerco di lavorare trasversalmente, coinvolgendo negozi,
rivenditori online, bookshop di musei, gallerie) ancora una volta
realizzati artigianalmente come multipli d’arte, pezzi “quasi” unici,
ma teoricamente senza limitazione alle copie disponibili.

Radical
Matters fa riferimento ad una sorta di immaginario Post-Industrial
confinante spesso con il Black Metal (penso alla recente web release
del norvegese Utarm e al venturo progetto “Black Industrial Grimoire”).
Cosa pensi dello recente sdoganamento, di queste realtà, o per meglio
dire, in che rapporto credi che stiano con la cultura popolare?

Ho
sempre interpretato “concettualmente” e mi hanno sempre interessato,
forse per un vizio professionale, a certi generi della musica moderna e
contemporanea che se interpretata in chiave storiografica riporta alle
tendenze impostate dalle arti visive del ‘900, ad esempio autori come i
primissimi Bathory, Venom, mi hanno
interessato per l’originale interpretazione dell’immaginario
gotico-simbolista, inventando letteralmente il “suono” o per meglio
dire i rumori di quell’immaginario fatto di “mostri” senza voce che
nella tradizione mistica occidentale vivono sulla soglia di manoscritti
e cattedrali, quali custodi di un inferno di demoni psichici e
conoscenze ermetiche. Così come vedo nella stessa chiave “visiva” molti
importanti autori della scena experimental, ad esempio lo stretto
legame tra The Loop Orchestra, Panicsville, S.O.T.N.E. ecc… con le tecniche del surrealismo, il radicale espressionismo (dichiaratamente Azionista) di Sudden Infant, Rudolf Eb.Er, l’espressionismo astratto di Atrax Morgue, Whitehouse, l’informale di Daniel Menche e Lucas Abela, l’attitudine programmatica e cinetica di Oto Lab, Kinetix, il dadaismo di Big City Orchestra, LT Murnau, l’astrattismo di Struktur, Rocchetti, Bad Sector, l’arte concreta di AMK, Parodi, l’arte concettuale di The Haters, GX Jupitter-Larsen, il cubismo di certi Telepherique o Shee Retina Stimulants, l’approccio “performativo” di Zero Kama, Michael W. Ford, il suprematismo di MZ412, etc…

Per
concludere vorrei sapere qualcosa di più sui tuoi collaboratori più
stretti, ovvero Pietro Riparbelli (sound artist con parecchie uscite
per RM) e Andrea Sozzi (le sue tenebrose e suggestive foto adornano
spesso gli artwork di RM).

Con tutti e due ho spesso
suonato negli anni – oltre che a crescere – insieme in varie
formazioni, anche effimere, di ricerca sonora tra il dark, il black e
lo sperimentale, questo è stato un percorso comune parallelo alla
strada che ognuno di noi ha poi coltivato da solo, per questo diventa
facile la comunicazione tra di noi: Andrea è un fotografo sensibile che
continua a stampare a mano, al buio, le sue impressioni; sono rapito da
certi fenomeni che riesce a catturare, per questo sono nati degli
incontri anche tra le nostre produzioni: recentemente ho utilizzato uno
dei suoi scatti in Macabre Rites ma è stato anche coinvolto, come autore-reporter, in alcune particolari produzioni (P.K. Suggestion, Goetia).
Con Pietro continua da sempre una reciproca corrispondenza sugli
sviluppi delle nostre ricerche a volte anche condividendo, come
recentemente, progetti e collaborazioni sonore. Il suo approccio al
fare ricerca con progetti come PT-R e K11(che ho avuto il piacere di pubblicare in vari formati) è per me una
garanzia di qualità e originale personalità interpretativa, dalla
costruzione di harsh beat noise con manipolazioni di campioni sonori
registrati e in diretta del primo, alle attuali ricerche in ambito
radionoise del secondo, già sconfinate in nuovi orizzonti sonori.

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