Una cronaca dei mondi interiori
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Christian Panzano
- 17 Novembre 2014
Paolo Saporiti è un cantautore con la capacità d’esser cronaca dei mondi interiori. Dice di sé poco? È la prima domanda che uno fa a se stesso, prima che al diretto interessato. Non saprei. So solo che questo scambio virtuale fatto di gineprai e distanze – paradossale nella forma, dovuto nella sostanza – a rileggerlo lascia qualche ammacco di fervore civile e pudicizia. Non è cosa di poco conto. Parliamo con dovizia di particolari del suo ultimo lavoro omonimo edito per Orangehome. Lui ne parla come di un percorso narrativo che non si strugge dietro la storia, ma indaga sognando paradisi perduti nella caligola provvida del Mediterraneo. Alla stregua di una appartenenza strettamente anagrafica italiana, il suo passaporto sembra ora vidimato da un’etica sefardita: tende all’orizzonte, non più alle quinte del Nord Europa. Ma non bisogna farsi distrarre dai sentimenti, Saporiti ha ancora e avrà per molto tempo un certo debole per gli infusi anglosassoni che sulla giostra dei pensieri gli salvano la pellaccia da certe derive troppo fuori controllo. I suoi “uomini”, suoi collaboratori/mentori viaggianti sono per lui ex voto, palestra di vita, gambe di un tavolo sempre da rigovernare. La sua casa una fibra di luci riposte e una donna dai capelli rossi, unica salvezza contro il salmodiare arcigno dei vuoti e dell’insensata solitudine. Per chi soffre di curiosità, è consigliata la lettura del resto.
Tendo a semplificare la tua musica solo per provocarti: pop senza vezzeggiativi, pop come potrebbe suonarlo oggi un Nick Drake a cui spesso ti vedo associato. Pop che riflette, come uno specchio, le difficoltà di oggi. Dicci come è nato Paolo Saporiti…
Amo quello che faccio e ci credo sempre di più, nonostante tutto. Il mio lavoro è cresciuto come sono cresciuto io e questo mi assicura della bontà delle mie scelte, compresa quella di aver aderito a un progetto come quello di Alone per Universal e l’idea di voler tornare poi a gestire tutto e sempre in prima persona, partendo dal piccolo, o meglio dal vuoto. Mi sono costruito un gruppo di lavoro che negli anni ho cercato di confermare, perché la solitudine è la peggior malattia che questa società sa regalare, e in questo credo che l’associazione a Nick Drake e al suo sentire possa avere un suo senso d’essere profondo. Non dimenticherò mai le parole di una tua collega anni fa che mi disse: “Vorrai mica dirmi che hai difficoltà a far conoscere quello che fai! Non sei mica Nick Drake… è finita quell’epoca” lungimirante affermazione ed estremamente cosciente, il problema è che lei confondeva il suo mondo, quello delle facilonerie e del pop che tutto dice e tutto consuma subito e presto, col mio e quello che le persone come me che investono in una vita in quello che fanno. Persone che sperano si possa perlomeno rimanere fedeli a se stessi e regalare agli altri, concetto che non credo sia spendibile così facilmente con quello che ascolto e vedo del mondo della musica pop italiana. Vale altrettanto per l’indie, quando arriva al successo.
Il disco è nato dalla necessità di comunicare di più e più facilmente, iniziare un percorso di narrazione manifesto nel mio paese, l’Italia. Senza snobbarla come merita. Ho sempre sognato l’estero, come riferimento e come stimolo di crescita, ora vorrei dare tutto quello che posso e dire di me in pasto agli ascoltatori in grado di capire esattamente quello che dico in lingua madre, necessaria per far comprendere che si trattava di una scelta estetica e fisica prima, come di una necessità organica e filosofica ora.
E allora diamolo in pasto questo disco: si inizia con Come venire al mondo e Io non ho pietà . Laconiche e definitive, con testi che sembrano lame di fuoco contro chi spera. La musica si sgrana da terra per poi compattarsi a colpi di glitch e noise. Provo ad immaginare in che giornate possano essere nate, ma è dura…
Sono nate nelle mie giornate tipo, quando mi alzo al mattino, pregno dei miei sogni, delle mie paure, delle letture e degli ascolti della notte, ma anche delle mie speranze. Ora la mia vita si è tinta di rosso, come quella della luce e i suoi riflessi, sto con una donna rossa di capelli che amo, e un brano come Io no ho pietà parla esattamente del mio rapporto con lei e col mondo che lei ha abitato fino a quando ha conosciuto me e che inevitabilmente si è riverberato sul mio e il suo presente, il nostro. Sono un uomo che ha avuto il terrore di non essere capace di amare e ancor prima di non essere amato. So di poter restituire l’odio e la rabbia che ho incontrato finalmente senza implodere, anche grazie alla musica e ho fortemente voglia di raccontare quello che ho vissuto. Io non ho pietà parla di questo, della mia voglia di amare e della consapevolezza che per farlo devo poter anche esprimere liberamente i miei sentimenti e i miei pensieri negativi, duri, quelli che mi passano attraverso. Come venire al mondo è una dichiarazione di intenti, anche nei fatti. Il brano nasce dai miei vecchi arpeggi e si sviluppa nel nuovo mondo contemporaneo, fatto di rumori, clangori, distorsioni e rabbia, tanta energia vitale. Per questo, credo, a tanti ricorda la nascita e lo stato del bambino appena nato.
In In un mondo migliore e Caro presidente ti apri empaticamente, per poi riprendere quel folk iniziale travasandolo in P.S.. Una struttura fatta di estremi che poi si chiude a cerchio, quasi a ritrovare un proprio equilibrio…
E’ da sempre il mio percorso. Circolare. Sento da sempre una sorta di circolarità in quello che faccio e vivo, un ritmo ciclico che toglie e dà in continuazione, anche se da qualche anno ha preso a dare con maggiore frequenza. Parlo spesso di fede, di Dio, di odio, amore, fallimenti e speranze velate ma profonde, almeno dal mio punto di vista. Di qualcuno che dà e poi toglie, di un Paradiso perduto e della rabbia nel volerlo riconquistare e raggiungere, ma credo tantissimo nel ristoro e nel godimento del piacere e della salubre sensazione che solo un golfo aperto ai miei occhi e piedi può dare.
Parliamo di angeli custodi: prima Teho Teardo, poi Xabier Iriondo. Mi verrebbe da dire che non ti risparmi…
Verissimo. Teho me lo hanno regalato quelli di Universal ed è stato un dono. Xabier me lo sono andato a cercare io, o meglio ci siamo incontrati noi due, nelle nostre esperienze e gusti musicali. Ho bisogno di numi tutelari. Conosci quelle statuette che i Romani posizionavano a tutela e protezione della casa? Ecco, loro, i miei amici, sono per me quello che sono io. C’è bisogno di protezione, il mio e quello dei miei amici è un mondo delicato fatto di belle cose, non volgari, non mafiose, non clientelari. Per questo sono stato onorato nel momento in cui ho capito che Xabier stimava quello che faccio, e lavorare con lui è diventato più facile e bello. Avevo una sorta di ammirazione all’inizio, non tanto per il personaggio in sé e per le sue scelte, che comunque ammiro, ma per il fatto che all’inizio io non mi sentivo neanche troppo in diritto di poter calpestare un palcoscenico e fare il musicista. Ho sempre avuto grande rispetto per chi lo fa e ci ho lavorato su senza risparmiarmi. Sento di aver avuto dei fantastici compagni di viaggio da sempre, fin dall’inizio. La mia nuova famiglia, non quella che ci ritroviamo sulle spalle ma quella che ci costruiamo giorno per giorno con quello che siamo, è il mio mondo, quello che desidero ardentemente per me.
E finalmente canti in italiano…
Una grande sfida. Non ho mai amato la nostra lingua in musica e ora che lo faccio mi piace molto. Ero un poco vittima dei miei ideali anglofoni. Ora sono sceso sulla Terra, passato la barricata e ho scoperto che anche qui esiste un Olimpo florido, da conquistare, raggiungere, coinvolgere e convincere.
Alla fine di tutto si prova un po’ d’angoscia. Ad esempio il finale di Cenere, con le prime battute di Sangue è una staffetta spiazzante. Tensione involontaria e quanto c’è di voluto?
Quello dell’ansia e della ricerca è una mia scelta volontaria, voglio che la gente si abitui alla terra che manca sotto i piedi dopo aver fatto l’amore e che finalmente riscopra il piacere del vuoto, del silenzio, della calma dopo la tempesta. Credo negli estremi, nell’abitare un mondo di difficoltà nel nome di una crescita. Non sopporto chi si tira indietro nelle cose importanti e chi lascia sacrificare un altro nel nome di un ideale, preferisco chi impugna una chitarra e inizia a cantare piuttosto che chi aderisce agli schemi preconfezionati dicendo “Tanto l’ha già fatto Bob Dylan o i Beatles…” C’è tanto di voluto in tutto questo e di sapienza produttiva e creativa, oserei dire consapevolezza. Ovviamente non tutta farina del mio sacco ma credo che anche nella scelta dei collaboratori risieda qualcosa che ha a che fare coi nostri di meriti e le nostre scelte di vita. Come dicevo prima, il fatto che Xabier Iriondo, Cristiano Calcagnile, Luca Pissavini ora e Roberto Zanisi, come tutti quelli con cui ho collaborato fin dall’inizio, abbiano deciso di lavorare con me, è un grande attestato di stima nei miei confronti e ne avevo bisogno. Purtroppo c’è anche chi mi ha distrutto, è vero, ma anche questo fa parte dei giochi e spesso ne parlo (vedi Ho bisogno di te). L’Italia del lavoro e delle cose da fare è veramente un paesello piccolo, piccolo.
Cosa vorresti togliere a questo disco che riascoltandolo non ti ha convinto e cosa aggiungeresti?
Nulla, in verità. Sono felicissimo. E’ il primo disco che mi rappresenta in tutto e per tutto, anche nella copertina, nel momento esatto in cui è stato immaginato, pensato e partorito, una piccola meraviglia.
Sbircio nella tua agenda, stai appuntando qualcosa per il futuro?
Assolutamente sì, stiamo già registrando qualche cosa che dichiarerà ancora una volta dove sono posizionato esattamente, e accennerà a dove voglio e vorremo andare a parare di preciso.
