In love with the sixties

Lo stereotipo californiano è probabilmente un qualcosa che va avanti dai tempi dei Beach Boys. La terra promessa del surf, le spiagge da sogno al crepuscolo, e poi le ragazze, i party eccetea eccetera, un’immagine che è rimasta indissolubile nel mondo occidentale. Il suo corollario è quello di un luogo consacrato alla culture giovanili (e quante ne son passate nel corso dei decenni, tra surf, rivoluzioni hippie, psichedelia, punk hardocore e chi più ne ha più ne metta), che oggi sembrano giungerci cristallizzate tra i programmi teen di Mtv e quell’approccio sfrontato, scazzato, assolutamente gioioso alla vita che in fin dei conti è lo stesso del surf. Ma questo non lo dico io, è la storia di Ty Segall a raccontarlo. Guardatevi il video Teeny Boppers, imitazione ironica delle superpatinate sit-com adolescenziali realizzata da una band liceale, al secolo gli Epsilons, e ditemi se non è così. Siamo nel 2006, Ty Segall è il biondino al centro della mise en scène.

Parte da qui la sua avventura: un ragazzo di Laguna Beach che, come tanti altri, salta tra una band e l’altra, se la spassa, e impara quello che serve per diventare un musicista. In un paio d’anni, dal 2006 al 2008, i gruppi all’attivo sono già tre: gli Epsilons, i Traditional Fools, i Party fowl. Tutta roba che suona lo-fi e garage con varianti a piacere: gli Epsilons per esempio – con all’attivo due album – sono la formazione più punk e probabilmente anche la importante del lotto, perché un paio di amici seguiranno Segall fino al recente Slaughterhouse: nello specifico Mikal Cronin, autore anche di un ottimo esordio solista nel 2011, e Charles Moothart dei Charlie & the Moonhearts. I tre diventano come una piccola famiglia, condividono un bagaglio musicale che va a pescare dai ’50 ai ’70 senza dimenticare l’update ai Black Lips e al catalogo In the red, mentre Ty si sbizzarisce con la brillantina rockabilly dei Party Fowl e le trame surf dei Traditional Fool, sfornando dischi buoni ma, nel complesso, trascurabili.

Il momento di provarci in solo arriva proverbialmente subito dopo. Horn the Unicorn esce nel 2008 per la poco conosciuta Wizard Mountain, label che aveva già dato alle stampe il lavoro dei Traditional Fool. E’ una cassetta con 9 brani dal lo fi approssimativo e mal registrato, tanto che la Captcha Records ha già provveduto a ristampare il tutto a tempo di record in una versione completa di qualche outtakes. Per la serie: qualcuno che ama recuperare vecchie lost tape si trova sempre. Lo spirito appare ancora punk e l’operazione all’insegna del divertimento (vedi la cover in falsetto di Bike dei Pink Floyd), ma alcuni pezzi lasciano intravedere già una buona dimestichezza con il pop: su tutti The Drag, che pur non muovendosi dal contesto Black Lips è comunque tra le migliori cose dell’album.

E’ sempre il 2008, Ty Segall ha i cassetti colmi di canzoni già pronte, e puntuale arriva il secondo album. Questa volta è John Dwyer dei Thee Oh Sees a notarlo e produrre il disco omonimo, Ty Segall, per la personale Castle Face. Le cose girano subito a dovere: l’approccio do it yourself ha finalmente una logica, un fascino, così il nostro può iniziare a esplorare con più dedizione anche la fase di scrittura, subendo in prima istanza l’influenza sixties di Sonics, Beatles, Tyrannosaurus Rex, e poi lasciandosi andare al primo episodio acustico, An ill Jest, e qualche influenza blues riciclata dai Black Keys come Don’t do it, anticipando, tra l’altro, l’hipsteria di Lonely Boy con il più o meno ufficiale video di So Alone.

A questo punto, l’agenda degli avvenimenti si intensifica. Segall si sposta a San Francisco, città fondamentale per la crescita del ragazzo che salda nuove e vecchie amicizie con varie collaborazioni, prima su tutte un 7” con Thee Oh Sees e una ottima cassetta con Mikal Cronin, Reverse Shark Attack, prodotta da Kill Shaman e probabilmente uno dei lavori più interessanti del suo 2009. Il disco, rumoroso e pieno di fuzz,da una parte affina il gusto sixities, dall’altra prova a esplorare i territori che potrebbero essere di un Beefheart o dei Mothers of invention, specie nei dieci minuti finali di Reverse Shark Attack. La prova fa da contraltare al terzo disco solista, Lemons, uscito qualche settimana prima su Goner records, lavoro che rappresenta invece il momento più pop della sua discografia, se vogliamo, il momento in cui s’inizia a parlare di Ty come di un nuovo Jay Reatard (vedi It #1 ma soprattutto Cents). Dodici canzoni strofa ritornello della durata media di due minuti, in cui l’unica novità rilevante dal punto di vista musicale è ancora l’influenza del Capitano in un paio di tracce, In your car e la cover omaggio di Drop out Boogie, tutto comunque ricondotto ai classici binari garage.

Arriviamo così al 2010, a Melted, il quarto disco solista in due anni. Un ritorno all’approccio ruvido e fuzzato degli esordi. Tornano i Beatles di Rubber Soul, ancora massacrati da distorsioni di ogni tipo e sommersi in un mare di psichedelia che ogni tanto sfocia nella paranoia dei Thee Oh Sees (Finger) ma, più spesso, finisce in territori psych pop (Alone), passando quasi per casa Ariel Pink (Mike D’s coke). Non è un cambiamento sostanziale, ma il songwriting viene fuori con più personalità: la questione non riguarda più la riproduzione del modello sixties, ma la ricerca di una chiave di lettura personale. La cosa funziona, il disco piace tanto al pubblico quanto alla critica, e il ragazzo comincia ad essere chiamato con insistenza nel panorama underground americano (e non solo).

La frenesia di Segall aumenta di conseguenza: si cimenta alla corte dei Sic Alps e intensifica l’attività dal vivo scalpitando tra i palchi di mezza America, aumentando la forza d’urto live e lasciando alle registrazioni in studio il compito meticoloso di ricreare una grana sonora adatta al proprio sound. Da questa ricerca nasce Goodbye Bread, il disco che lo consacra anche in Europa, una summa di quello che è stato, quasi a chiudere un capitolo di vita musicale. Ty prende casa presso la prestigiosa Drag City, la più lesta a metterlo sotto contratto per un nuovo disco, ovviamente senza contare i soliti 7” seminati in giro ancora una volta con Thee Oh Sees e poi con Jeff the Brotherhood. Si abbassano i volumi e le distorsioni ma dentro c’entra tutto il mondo made in Segall dei vari Reatard, Strage Boys, The Standelles ma anche, a conti fatti, il suo modo garagista di frullare pop, psichedelia e good vibes. E’ il disco più lento dell’intera carrira, con molte ballads elettrificate, l’incedere della batteria in costante downtempo e più spazio alla voce, che arriva finalmente in chiaro. Se Melted era un disco con più idee, Goodbye bread lo sdogana ed è anche tempo di prendersi una meritata pausa. Nel 2011 si conta solo un tour accompagnato dai Feeling of love con cui Ty incide un 7”per Permanent Records. Il resto invece è storia di quest’anno.

Il ragazzo ritorna in pista con due album. Hair, in collaborazione con il losangelino White Fence (nessuna novità: la valigia garage sixties con un pizzico di paisley underground) e Slaughterhouse, un disco che è il disco, quello giusto. Conferma ad altissimi livelli di un personaggio che ora può confrontanrsi sia con il protopunk di Stooges, Mc5 sia con il progressive, che ora si firma Ty Segall Band mettendo in ragione sociale la famiglia d’amici con i quali è partito da Laguna Beach.

In soli sei anni, il (quasi) venticinquenne Ty Segall è diventato più di un culto. E’ già una star.

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