Tra ambient e cassa dritta: intervista a A Safe Shelter
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Luca Roncoroni
- 4 Luglio 2016
Abbiamo fatto una bella chiacchierata col producer milanese Simone Zagari a proposito di A Safe Shelter, progetto personale in bilico tra ambient ed echi dancefloor di cui abbiamo recensito l’ottimo EP di esordio On A Quest.
Da quanto esiste il progetto A Safe Shelter? È stata la tua prima esperienza “artistica”? Da dove vieni musicalmente?
A Safe Shelter nasce ufficialmente a settembre 2014, e con “ufficialmente” intendo la creazione della pagina Facebook in concomitanza con la pubblicazione del primo pezzo, anche se allora non pensavo a un disco o a cose del genere. È la mia prima esperienza artistica, nel senso che è l’unica che davvero ha visto la luce e in un certo senso si è sviluppata ed evoluta. Ho iniziato a suonare la chitarra a 11 anni e ho fatto un corso per 3 anni, poi mi sono stancato di tutta la teoria e l’ho mollata, e dopo un annetto ho ripreso da autodidatta. Verso i 17 anni ho scoperto i software per musica elettronica e ci ho giochicchiato un po’, per poi mollare anche quelli e riprenderli qualche anno dopo. Sempre da autodidatta, ho scoperto le tastiere. Insomma, ho sempre suonato: a volte mi trovavo con alcuni amici, ma non ho mai avuto un progetto duraturo. È stato un percorso lungo e a tratti discontinuo, ma diciamo che piano piano – nella dimensione solista – ho iniziato a trovare un po’ la quadratura del cerchio e a fare le cose con maggiore dedizione e impegno.
In sede di recensione ho definito la tua musica come A Safe Shelter «un ibrido di elettronica diviso tra soffuse aperture ambientali e concessioni a beat sintetici e ritmati più ancorati ad una tradizione nata sul dancefloor». Ti ritrovi in questa definizione? Come definiresti e dove collocheresti la tua musica?
Assolutamente sì, mi ci ritrovo. La difficoltà più grande nel mettere in piedi il progetto è stata proprio cercare di far convivere in maniera naturale le due realtà che hai sottolineato tu. Questa cosa è venuta a galla ragionando all’interno del’intero progetto, quindi creando tracce prettamente ambient oppure tutte in cassa dritta, ma anche all’interno dei pezzi stessi, con cambi di ritmo e di atmosfere. Però non ho mai voluto ragionarci troppo: se parte la cassa non è perché ho paura che l’ascoltatore si annoi, e le parti ambient non sono lì per velleità sperimentali. Lo faccio con spontaneità. La sfida sta poi nel creare un filo conduttore che doni omogeneità al lavoro.
Come ho scritto sempre nella recensione di On a Quest, in alcune tracce fa talvolta capolino una marcata componente hip hop. È qualcosa che fa parte del tuo background?
Assolutamente sì. In prima o seconda media ho iniziato ad ascoltare rap. Erano gli anni d’oro di Eminem, 50 Cent, il debutto di Kanye West, ma anche dell’underground made in Italy come Club Dogo e Truce Klan. Partendo da lì, poi, crescendo, sono tornato indietro nel tempo e ho riscoperto i classici; nonostante poi abbia passato varie fasi di transizione musicale, l’hip hop non mi ha mai abbandonato, sia che ascoltassi i Pink Floyd, gli Arctic Monkeys o i Sigur Rós. Nel mio primo EP questa influenza è solo latente, e mi fa piacere che tu l’abbia colta. Nelle produzioni a cui sto lavorando ora la cosa è un po’ più accentuata, ma il tutto è sempre mescolato ad elementi che non hanno nulla a che fare con l’hip hop.

Nell’ultimo anno sei stato piuttosto proficuo produttivamente parlando, tra singoli, remix, 12 pollici ed EP. All’orizzonte c’è anche un album “lungo”?
Sicuramente sì, ci sto già lavorando. Ad ogni modo vorrei continuare a fare remix, perché per me sono come una palestra: un modo per mantenermi attivo ed esplorare nuovi territori musicali. Ultimamente mi è stato richiesto anche di fare un paio di mixati, mi sono divertito.
In che direzione pensi di muoverti prossimamente (sia a livello di remix che per il tuo prossimo lavoro)?
Per quanto riguarda il disco, sto lavorando molto sui beat e sulla scelta dei suoni. Sto spaziando un po’, sia per quanto riguarda i generi musicali che i bpm, ma cercando sempre e comunque elementi “generali” che traccino il sentiero d’ascolto, per far sì che l’ascoltatore non si perda. Per quanto riguarda i remix, è da poco uscito il mio remix ufficiale di Fashion Pinapple dei Naives, ma qualsiasi altra occasione interessante mi si dovesse presentare la coglierei al volo.
Per concludere ti chiederei di parlarci dell’aspetto visuale del tuo progetto, a partire dalla cover di On A Quest…
La cover raffigura una statua nella reggia di Versailles (ai tempi della mia visita c’era un cantiere per la ristrutturazione) su cui era stata appoggiata una sciarpa, presumibilmente persa da qualcuno. L’immagine vuole rapportarsi al titolo e a quel che rappresenta per me l’EP, vale a dire un piccolo primo passo verso qualcosa di ancora indefinito. In generale, per quanto mi riguarda, l’aspetto visuale è molto importante, perché va a completare quello che è il messaggio musicale, senza però dare un’unica chiave di lettura. Anche il video di Divenire II [che trovate in streaming di seguito, ndSA] si accosta al concetto dello scorrere del tempo, ma lo fa da più punti di vista, senza imporre nulla. Mi piace lasciare spazio all’interpretazione.
