Metamorphosis

Il processo di metamorfosi è proprio delle creature del mito. C’erano anche uomini, però, nei cambiamenti che descrisse, ad esempio, il poeta latino Ovidio. La creatura di Jack Barnett, tuttavia, non è né umana, né mitologica. Di certo si porta dietro il pesante fardello di un’eredità definita, che affonda le radici in un 2008 che, mai come in questo, caso appare lontano anni luce. 

I These New Puritans non assomigliano a niente. Hanno preso di petto la modernità, si sono dichiarati non belligeranti (anche se una loro canzone si chiama proprio We Want War), hanno semplicemente preso strade diverse rispetto a quella dominante. A qualcuno questo ha fatto pensare al passaggio storico di Spirit Of Eden dei Talk Talk, la band synth pop 80’s per eccellenza che si convertiva all’ambient, al post-rock. Nessuna conversione, giura invece Barnett: tutto è stato naturale, tutto è fluito nel modo in cui era destinato. C’è da credergli? 

Se Beat Pyramid (2008) le aveva appiccicato in fronte un marchio a fuoco, negli anni la band di Southend-on-Sea è riuscita a scrollarsi di dosso le categorizzazioni, arrivando a un sound unico, che s’avvicina lentamente (più che mai in Field Of Reeds) alle composizioni d’orchestra. Una musica difficile, direbbe qualcuno. Ma guai a farlo notare al gruppo, potrebbe non apprezzare o, chissà, magari approfondire l’argomento. 

La critica più che altro s’è divertita ad asserire (non a torto) che un peccato dei musicisti fosse quello di non saper mettere da parte l’ambizione, andando a puntare il cannocchiale sempre più in alto in cerca di lune e di mondi inesplorati o, se volete usare un’immagine tratta dal mito, cercando di volare troppo vicini al sole. Chiaro che un’operazione del genere a volte riesce, mille altre no. I Nostri sono stati furbi, lungimiranti forse, nel tenere parzialmente sepolti i sentimentalismi e nell’esporre la macchina musicale nuda, in tutti i suoi ingranaggi. L’hanno fatto grazie a un artigiano di un certo livello che si chiama Graham Sutton dei Bark Psychosis (già presente in Hidden) e, soprattutto, grazie a una serie di contaminazioni con la musica portoghese, la poesia giapponese e grandi maestri del calibro di David Sylvian e Robert Wyatt.

Alla luce di tutto questo (e un po’ maliziosi), siamo andati ad incontrare Jack Barnett in occasione dell’unica data italiana al Locomotiv Club di Bologna. Un live intenso, notturno, quello del gruppo, a cui il pubblico delle grandi masse ha forse dovuto rinunciare visto il prezzo del biglietto, ma che lo zoccolo duro dei fan e della critica non si è lasciato scappare. Band di sette elementi: due fiati, la Rodrigues al controcanto e i soliti gemelli Barnett in compagnia di Paul Hein ai synth. Dopo un inizio smorzato dai toni affaticati di Spiral e Fragment 2, il live comincia lentamente a prendere quota, con i brani di Hidden finalmente interiorizzati al meglio e aggiornati alla voce della Rodrigues. Un senso tragico pervade le (dis)armonizzazioni di Field Of Reeds, un inesorabile scioglimento dei ghiacciai della nostra anima. Il trittico 3000, Attack Music, We Want War difficilmente lascia indifferenti, con i bassi in rotta di collisione continua, la batteria che sentenzia condanne e la voce di Barnett a sfumare dietro il tutto. Chiaro, potrebbe nascere una critica in merito (di quelle sterili però, del tipo: “Non si sentono le voci!”), ma – e lo scopriremo nel corso dell’intervista – tutte sono comunque scelte di suono curate dall’estro maniacale del piccolo compositore inglese. This Guy’s In Love With You e The Light In Your Name riassestano i toni nel più naturale ed onirico modo possibile, lasciando ampi spazi ai gorgheggi mozzafiato della cantante portoghese – che è parsa, a dire il vero, un po’ fredda e poco coinvolta, magari spiazzata da un Barnett enfatico, abbracciato al suo basso. Magari, con composizioni musicali così sofisticate, i piccoli club non sono il migliore dei mondi possibili, nel senso che non permettono di apprezzare le sfumature, ma, in compenso, l’incontro ravvicinato consente di prendere dritte in faccia quelle deviazioni esistenziali, quei gridolini afoni, quelle scale di piano, quei contrappunti così azzeccati.

Nessuno (a quando è parso) è venuto per assistere a un concerto indie-rock, nessuna voce è arrivata da dietro reclamando brani dell’antico repertorio di Beat Pyramid che i Nostri non eseguono live già da un po’. E di questo ce ne rallegriamo. Magari, durante l’intervista, ci sarebbe piaciuto indagare più a fondo le ragioni, le dinamiche della svolta, tanto quanto i meccanismi che hanno portato alla separazione da Sophie Sleigh-Johnson, ma in entrambi casi, con uno slalom degno del miglior Alberto Tomba, Barnett ha glissato. Il resto della conversazione, però, è filato liscio, con un Barnett generoso e alle volte anche ironico e giocoso. La metamorfosi si perpetua nelle sue fibre muscolari e ci restituisce l’immagine di un artista a tutto tondo, magari un po’ snob nei confronti di ciò che lo circonda (musica compresa), ma a uno con tali capacità da equilibrista nel far convivere lunghe divagazioni cervellotiche e accessibilità pop, si può anche perdonare. 

ph. Dean Chalkley
ph. Dean Chalkley

Una volta hai detto che odi la musica pop. Come mai? Cos’è la musica pop per te e in cosa sono diversi i These New Puritans?  

Credo che stessi parzialmente scherzando. Adoro certa musica pop. Volevo solo dire che non ci preoccupiamo, tutte le volte, di essere una band pop o di ricevere l’approvazione di grandi masse. Facciamo la nostra musica nel migliore dei modi possibile e poi speriamo che piaccia alla gente. Mi dà un certo fastidio tutta la faccenda delle band che vanno in giro dicendo “noi siamo davvero una pop band!”. Beh, noi non lo siamo. Questa musica può essere difficile a volte. Infatti, probabilmente, siamo la band più “difficile” che c’è in giro, ma questo non significa che non siamo sinceri. Sono stanco di tutta l’ironia e del retrò che sembra essere ovunque ora, voglio solo fare cose di cui sono convinto al 100%. Anche se non è sempre la mossa più saggia nell’ottica della carriera. Ma devo dire anche che la musica pop è diventata molto conservativa, tutto si è davidguettaizzato. La roba post-Timbaland è morta da un po’: quella roba aveva della consistenza, dei ritmi, delle produzioni interessanti, ma ora le etichette sono così al verde che non possono permettersi rischi. 

Nonostante Hidden e Field Of Reeds abbiano due background diversi, due sound differenti, mantengono in comune un’atmosfera orchestrale che sembra voglia arrivare sempre più in profondità. Avete raggiunto un sound definitivo, ovvero qualcosa che possiamo definire “nello stile dei These New Puritans”? E, soprattutto, quando (o se) ti rendi conto che un lavoro (una canzone o un disco) è concluso e non ha bisogno di altri aggiustamenti?

Beh, noi siamo in continuo cambiamento, ma siamo anche sempre le stesse persone che stanno dietro alla musica, e questo si nota, al di là di tutto. Lavoro principalmente d’istinto. È tutta una grande casualità. Ma mi piace quando le canzoni prendono una piega inaspettata, quando le cose finiscono in un mondo diverso. Ed è qualcosa che non puoi fare, se ti piace improvvisare con la tua band. Noi non l’abbiamo mai fatto. Ecco perché mi piace la musica da composizione più di quella improvvisata, perché puoi avere questi cambiamenti repentini. Per me un disco o una canzone sono conclusi quando sono trascinato a forza fuori dallo studio.

Qual è la più grande differenza fra Hidden e Field Of Reeds? Voglio dire, come sono cambiati il tuo processo creativo, i tuoi sentimenti, le tue influenze in questi tre anni?

Il più grande cambiamento credo sia stato il fatto che ho provato ad allontanarmi dall’astrazione o dall’oscurità; a un certo punto non puoi evitare di scrivere riguardo a certe cose… o hai sentimenti che scavalcano ogni altra considerazione. In un certo senso, è un po’ come se tornassi a casa da scuola e scrivessi una canzone su come mi sentivo a suonare la mia chitarra quando avevo otto anni!

Com’è lavorare con musicisti d’orchestra? Ha creato imprevisti durante le sessioni di registrazione?

Sono musicisti fantastici, ma a volte sono stato duro con qualcuno che è arrivato pensando “è una sessione pop, sarà una passeggiata”. Poi vedi la loro espressione cambiare durante la giornata, quando gli fai suonare qualcosa un centinaio di volte per fargliela fare nel giusto modo… Ecco cos’è stato magnifico di questo album: abbiamo avuto l’ensemble per due giorni e non ci sono state preoccupazioni di tempo o altro. Hanno semplicemente suonato finché reggevano fisicamente. Grandioso. Ho grande ammirazione per quei musicisti. Mi piacciono le persone che padroneggiano le loro specialità. È qualcosa a cui non è dato abbastanza valore oggigiorno: è un po’ un tabù essere bravi in qualcosa, devi solo sapere essere una pop star idiota.

Ci sono moltissimi strumenti nel disco. Ci dici come funziona il tuo processo di scrittura, anche dal punto di vista stilistico?

A volte al piano con un software, a volte con carta e penna. Non so, ho sempre fatto così. Non ci penso così tanto; faccio parte della classe dei “commercianti”, sono sostanzialmente il lavoratore, non il teorico.

Chi è la persona di cui ti fidi di più quando vuoi far sentire i tuoi lavori a qualcuno?

Il mio gemello George. E’, tipo, il mio editore.

La voce di Elisa Rodrigues e la tua sono in perfetta armonia e arrivano dritte al cuore. Lei è una cantante di Fado e il sound di Field Of Reeds ricorda un po’ l’oscurità del Fado. E’ una coincidenza? Come vi siete conosciuti?

Sapevo che doveva esserci una prospettiva femminile in questo disco. E avevo scritto molte melodie per una voce femminile. Quindi si trattava di trovare quella giusta. Sono arrivato ad Elisa attraverso varie ricerche, dal momento che adoro la musica portoghese e la lingua. Ecco perché cercavo una cantante portoghese. L’ho conosciuta e mi è sembrata fantastica, una voce e una presenza incredibile. Le abbiamo chiesto di venire in Inghilterra a cantare nel disco e lei ha accettato, per fortuna. Ha riposto fiducia in noi e noi altrettanto. Ma ne è valsa la pena, amo la sua voce. Si è buttata nella musica, ha lavorato sodo ed è stata paziente quando le abbiamo chiesto di cantare la stessa cosa un migliaio di volte! Credo sia molto diverso il modo in cui lei registra brani jazz, cantando le cose una manciata di volte. Il fatto che si sia adattata è stato magnifico, è un gran personaggio da avere attorno.

C’è un tema legato all’”isola” in questo disco? Ho trovato molte connessioni nei testi fra il tema della ricerca, del viaggio e dell’isolamento, che sfuma nel canto solitario di due amanti (tu ed Elisa, nel caso specifico). L’ho letta come una sorta di suite musicale. Può essere?

Curioso, qualche settimana dopo che abbiamo finito di registrare l’album qualcuno mi disse: “Perché tutti questi riferimenti all’acqua? Fiumi, il mare, le onde, le navi?”. Ero davvero disorientato, non mi ero reso conto che quasi ogni canzone ha un qualche riferimento a quel tipo di cose. Ancora non so come spiegarmelo. Fondamentalmente questo disco ha molto a che fare con cose che ho vissuto. Quando scrivevo le canzoni, i sentimenti prevalevano e non avevo alcun controllo su di loro. Penso che il mare sia ottimo per spiegare alcune cose o passar sopra ad altre. In realtà, un’ispirazione è stata il waka giapponese. È molto semplice ed economico, ma allo stesso tempo potente e distillato. È molto breve e spesso si riferisce a qualcosa di semplice o piccolo, come le foglie su un albero, ma proprio per questo è potente. Lo consiglio vivamente! Tra l’altro, di solito non mi appassiono particolarmente alla poesia.

these new puritans 2013

Music From The Next Room è uno dei miei ascolti preferiti in questo periodo. È vero che Fields Of Reeds è stato registrato in stanze diverse?

Grazie! È stato registrato in stanze diverse, in edifici diversi, in nazioni diverse…

C’è stato un preciso momento in cui vi siete accorti che volevate lasciare l’esperienza di Beat Pyramid alle spalle e prendere strade diverse?

No, è accaduto in maniera naturale. Al tempo in cui uscì, alcune canzoni erano già vecchie. Alcune le avevamo scritte quando avevamo 16 anni, tipo.

Suoni della natura, vetri rotti, gufi… mi sembra che rigettiate i samples elettronici, cercando di arrivare a qualcosa di più puro al di sotto la superficie delle cose. Dico Bene? Che connessione c’è fra la natura e Fields Of Reeds?

Non voglio samples. Voglio fare le registrazioni a modo mio, un modo molto scientifico e divertente. Non so niente di natura, è una domanda diffcile!

Ci sono state conseguenze spiacevoli dopo l’uscita di Sophie dal gruppo? Possibile che ritorni?

No, non è stata dura. Semplicemente non voleva più spendere tempo nel progetto. Prende molto tempo, essere in una band come la nostra. Forse tornerà, è una tipa pigra.

Dicevi che la tua voce non sarebbe comparsa in questo disco, ma alla fine è lì, anche se molto lontana, sporadica, soffusa. Ma ci sono tante altre voci… c’è una ragione particolare?

Ho cantato nel modo che mi era naturale. Se avessi declamato ogni parola, sarebbe stato strano: non è il modo in cui parlo. Io parlo quasi sotto voce. Mi piacciono le voci diverse che si intrecciano, i diversi personaggi che entrano ed escono e dicono, anche se per poco, quel che hanno da dire.

In che situazione nascono i testi dei TNP? Prima o dopo la musica? Da dove hai preso ispirazione per scrivere quelli di Field Of Reeds?

Le parole nascono dopo la musica. La musica mi viene facile, cresce in maniera naturale, ma con le parole, ho bisogno di sedermi e lavorarci. Ho preso ispirazione principalmente da esperienze personali e dai sogni, che sono un altro tipo di esperienza personale, suppongo.

Burberry, il lavoro con Heidi Slimane di Dior, We Want War per uno spot di Victoria’s Secret… pare che tu abbia un rapporto speciale col mondo della moda!

Beh, non proprio. Se qualcuno ci dà soldi per usare la nostra musica, noi non possiamo dire di no. Fosse stato McDonald’s, sarebbe stato lo stesso. Non mi interessa la moda. Con Hedi è stata una situazione unica, creativa, niente a che vedere con l’essere fashion per se stessi.

Storiella divertente: un amico, dopo un vostro live, è venuto da voi per farsi autografare Beat Pyramid, ma non avete voluto. Cos’è? La conferma del ripudio?

Davvero?!? Non può essere vero! Magari non l’ho compreso! 

Ho sentito che sarete nel nuovo album di  Current 93. Cosa vi aspettate?

Si, sono eccitato. David mi ha dato una copia dell’album. È magnifico, direzioni completamente nuove della musica, o almeno lo sono ai miei occhi. Suonerò dal vivo con loro a febbraio. A tutti quelli che ancora non li conoscono, consiglio Black Ships Ate The Sky, è un ottimo incipit!

 

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