Superman. Tutti i film dal peggiore al migliore

Dopo aver classificato i film che hanno ritratto il Cavaliere Oscuro, passiamo alla carriera cinematografica di Superman, colui che ha avviato la lunga sfilza di cinecomic (intesi in senso moderno) che dal 1978 ad oggi ha letteralmente invaso il grande schermo. Lo rivedremo dal 23 marzo 2016 nelle nostre sale, nell’incarnazione di Henry Cavill di Batman v Superman: Dawn of Justice, diretto da Zack Snyder.

6. Superman IV (1987)

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Un disastro annunciato. Il quarto capitolo della saga cinematografica dedicata all’Uomo d’Acciaio vide Sidney J. Furie (discreto regista di B-movie) approcciarsi alla regia, subentrando al veterano Richard Lester. Cambiati i vertici della produzione, questi convinsero con ogni mezzo un riluttante Christopher Reeve a riprendere l’iconico ruolo. Reeve acconsentì solo dopo essersi fatto produrre Street Smart e aver avuto l’opportunità di contribuire al soggetto. Il risultato, tuttavia, fu un insuccesso ancora peggiore di quello del precedente capitolo. Se la mancanza di fondi necessari a produrre effetti speciali convincenti può essere una scusante, di certo non ci si aspettava un certo pressapochismo in termini di sceneggiatura e regia, completamente svogliate e prive di qualsivoglia velleità artistica. Si fallisce miseramente anche dal punto di vista dell’intrattenimento: i buchi di scrittura sono talmente evidenti (inizialmente la durata superava le due ore, ma venne ridotta a 90 minuti dopo i disastrosi test-screening) da far perdere completamente coerenza a tutta la struttura narrativa, senza riuscire a mantenere un minimo di credibilità. Nemmeno il ritorno di Gene Hackman e l’eliminazione di quella fastidiosa verve comica del terzo film sono serviti a salvare tutti dal fallimento.

5. Superman III (1983)

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L’aver creduto che il registro comico, che in Superman II era relegato a qualche piccolo siparietto, fosse la carta da sfruttare al meglio, è stata la peggior idea che un franchise cinematografico abbia mai avuto, soprattutto trattandosi di Superman. Nello spirito del fumetto, le gag più volutamente comiche erano riservate al personaggio di Clark Kent e, al limite, a qualche villain cialtrone, cosa che Richard Donner aveva capito in pieno e che Richard Lester e i fratelli Salkind ignorarono completamente. Godendo di completa carta bianca, Lester, reduce dal precedente capitolo (il cui successo non gli si può attribuire affatto), decide di spingere sul pedale delle gag, sia fisiche che di linguaggio, inserendo l’allora popolarissimo comico Richard Pryor nell’improbabile ruolo di un genio dell’informatica. Il suo casting, unito a quello di Robert Vaughn (novello Lex Luthor), è una delle cause che fanno del terzo capitolo della saga dedicata all’Uomo d’Acciaio uno dei peggiori film d’azione di sempre. L’assenza di Mario Puzo in sede di scrittura pesa parecchio, soprattutto per un equilibrio interno che manca vistosamente, passando da momenti di ilarità gratuita (la gag della Torre di Pisa) ad altri più drammatici ma mal gestiti (la lotta tra Clark Kent e Superman). Le oltre due ore di durata sono un vero calvario e Annette O’Toole nella parte di Lana Lang, infine, non riesce a sopperire all’assenza di Margot Kidder (la cui parte fu ridotta a un piccolo cammeo dopo un litigio con la produzione dovuto al licenziamento di Donner dal secondo film).

4. Superman Returns (2006)

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Bryan Singer, l’uomo che inaugurò la fase contemporanea del cinecomic (come ancora oggi lo conosciamo) sembrava proprio l’uomo giusto per riportare in vita il franchise ormai morto e sepolto dell’ultimo figlio di Krypton. Purtroppo, l’idea di partenza di fornire un lungometraggio che proseguisse la narrazione a partire da Superman II si rivelò completamente inutile, e per una serie di fattori: innanzitutto, il pubblico, nei vent’anni intercorsi tra l’ultimo capitolo con Christopher Reeve e il progetto di Singer, era stato abituato a una dose massiccia di dark story, a partire dalla rivoluzione di Tim Burton con Batman (1989) per arrivare proprio allo stesso regista, che con i primi due capitoli dedicati agli X-Men aveva mostrato che il bene e il male potevano convivere in una sola persona e si era concentrato su temi a lui cari (l’emarginazione e discriminazione sociale). Con Superman Returns si opta per un ottimismo ormai fuori tempo massimo, che in un’America post 11 settembre non poteva che essere osservato con totale indifferenza. Se da un lato le premesse concettuali non erano delle migliori, anche dal punto di vista pratico il film non convince: la sceneggiatura vive della sua stessa volontà reverenziale verso i primi due capitoli del franchise, costituendo un handicap per coloro che non hanno visionato quelle pellicole e accentuando maggiormente la (volontaria e) ridicola interpretazione di Brandon Routh. La sceneggiatura incappa in diversi punti morti che esasperano la pazienza dello spettatore, rivitalizzati solamente dai momenti in cui il Lex Luthor di Kevin Spacey è in scena. Tutto il resto è un ingente dispendio di buoni effetti speciali al servizio di una storia che abbiamo già dimenticato.

3. L’Uomo d’Acciaio (2013)

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Scritto da David S. Goyer (già artefice dei soggetti della trilogia nolaniana dedicata al Cavaliere Oscuro), il film è il primo tentativo di riavviare il franchise di Superman ignorando del tutto le gesta dei film precedenti. Diversi i nuovi elementi: dal mondo dal gusto pandoriano di Krypton alla diversa concezione del popolo di Superman, mutuata dalle più recenti versioni del fumetto. Difatti, la prima mezz’ora è la più riuscita di questa nuova versione, diretta da uno Zack Snyder che per un momento fa dimenticare gli eccessi fastidiosi di 300 e Sucker Punch, salvo poi perdersi in dialoghi banali e in una regia fin troppo esasperata nella seconda parte, in cui l’action non trova mai il punto d’equilibrio con la drammaticità della narrazione. Molte, forse troppe risposte, sono rimandate all’eventuale capitolo successivo, e questa non è una giustificazione per la costruzione di un film in definitiva incompleto. Ciò che infastidisce di più, però, è la totale mancanza di maturità di un personaggio che, al contrario, si suppone debba compiere un cammino di formazione: se nel primo leggendario capitolo del 1978 questa funzione era relegata (giustamente) alla morte di Jonathan Kent, in un modo che anche con tutti i poteri del mondo sarebbe stata inevitabile, lo stesso meccanismo è qui ribaltato in maniera involontariamente ridicola (e Kevin Costner non ha un briciolo del carisma del buon Glenn Ford). Infine, la saggezza e la calma di Marlon Brando vengono qui sostituite dalla forza combattiva di Russell Crowe, che nei panni di Jor-El stona a più riprese. La speranza è che questa serie di difetti venga pian piano limata in un eventuale sequel (tenendo conto che Batman v Superman: Dawn of Justice è un crossover).

2. Superman II (1980)

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La storia del primo sequel di Superman è abbastanza tormentata, ma fortunatamente per i produttori, danni ben peggiori vennero evitati. La storia è nota: a poche settimane dalla fine delle riprese Richard Donner fu licenziato con l’accusa di aver sforato più volte il budget necessario e allungato i tempi di realizzazione. Incuranti dell’enorme successo del primo episodio, i produttori ingaggiarono Richard Lester, quando il film era quasi terminato, per rigirare alcune scene e soprattutto sostituire la presenza di Marlon Brando (che aveva fatto causa ai Falkind) con Susanna York. Lester, la cui poetica era meglio identificabile con il registro della commedia, spinse ulteriormente lo humour del film (scelta evidente nei siparietti tra Clark e Lois) e mantenendo quasi inalterato il registro drammatico voluto da Donner. Questo fu uno dei motivi per il quale il successo del sequel fu più contenuto: una mancanza evidente di equilibrio tra toni leggeri e drammatici che nel montaggio di Donner (versione accessibile in alcune edizioni home video) appare perfettamente in linea con il primo capitolo. Il fatto di essere stato girato in contemporanea al primo, se oggi è una buona mossa per ridurre i costi, non lo era altrettanto allora, con la produzione dei Falkind finita quasi in bancarotta (non essendo ancora uscito il primo capitolo, gli introiti sarebbero tardati ad arrivare e persino l’enorme orchestra di John Williams fu ridotta di parecchi membri, causando l’abbandono del compositore). Funziona il nuovo trio di villain (Terence Stamp, Sarah Douglas e Jack O’Halloran) così come l’idea di privare Superman dei suoi poteri, elementi che mantengono un contatto terreno per l’eroe funzionale allo spettatore (evidente lo zampino di Mario Puzo).

1. Superman (1978)

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Per tutta la lavorazione del film la parola d’ordine rimase una: verosimiglianza. Richard Donner, ingaggiato per portare per la prima volta sul grande schermo l’ultimo figlio di Krypton, non voleva solamente inscenare il perfetto film d’azione per lo spettatore più ingenuo, ma voleva che le gente “credesse che un uomo potesse volare”, come recitava il manifesto originale della pellicola. Tutto funziona: dalla ricostruzione scenografica di una Krypton tecnologicamente avanzata ma spaventosa all’ambientazione americana sostenuta dal duo Glenn Ford e Phyllis Thaxter, per passare a quella di Metropolis, con un’irritante ma funzionale Margot Kidder nei panni della giornalista di punta del Daily Planet, Lois Lane. E poi c’è lui, Christopher Reeve, perfetta incarnazione dell’Uomo d’Acciaio, colui la cui fisionomia sarebbe stata ripresa anche dai fumetti successivi della DC Comics. Reeve, pescato dal nulla, riuscì a interpretare il personaggio così monolitico nelle storie a fumetti con una profondità e un carisma fino ad allora inediti. Non si vergogna nell’ostentare come obiettivi primari “la ricerca della verità e della giustizia nella maniera americana” e funge da perfetto contraltare per la pazzia briosamente intelligente del Lex Luthor di Gene Hackman (all’apice della popolarità all’epoca). Infinita la serie di fattori che contribuì al successo: da una struttura drammatica di facile presa sul pubblico (grazie allo script di Mario PuzoRobert Benton) alle musiche ormai iconiche di John Williams, dalla presenza scenica di Marlon Brando agli strabilianti effetti speciali (giustamente premiati con un Oscar speciale). Superman è, quindi, un degno cinecomic figlio della New Hollywood.

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