Sui giovani d’oggi… e su Suoni dal Futuro. Intervista a Manuel Agnelli
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Tommaso Iannini
- 10 Aprile 2026
Non ci capita molto spesso di parlare due volte con un musicista a pochi mesi di distanza. Con Manuel si era rimasti addirittura che questo 2026 sarebbe stato per lui un anno di riposo. E invece lo vediamo in prima linea e molto carico e determinato – diremmo come sempre. Stavolta però gli Afterhours non c’entrano. Nemmeno il suo percorso come solista. Ma qualcosa di importante c’è. Si chiama Suoni dal Futuro.
Carne Fresca, la rassegna con cui Manuel e i suoi collaboratori hanno selezionato gruppi emergenti da tutta Italia dando loro la possibilità di suonare e di farsi conoscere, si è evoluta in un progetto distinto. Parliamo di un vero e proprio tour collettivo, organizzato per coinvolgere non solo le loro scoperte ma club e locali di tutta Italia «perché tornino a essere luoghi centrali per lo scambio musicale e culturale, non soltanto stanzoni vuoti da affittare ai promoter, ma posti con una direzione artistica dove i ragazzi possono suonare anche se sconosciuti».
L’obiettivo è creare un rete di locali live che possa vivere indipendentemente dall’esterno e dove «l’energia e la musica possano circolare completamente libere», costruire un circuito virtuoso per la musica dal vivo che possa dare solide basi a tutta una nuova scena. Nelle intenzioni di Manuel, Suoni dal Futuro dovrebbe essere uno spazio-laboratorio, dove i ragazzi «possono sbagliare, possono cambiare, possono crescere nel tempo e non essere costretti a tirare fuori una hit oppure a sparire». Queste sono le parole dette in fase di presentazione ufficiale a Germi.
Accanto a Manuel c’è Salvatore Nastasi, presidente della SIAE, partner del progetto, che condivide la stessa visione. «Usciamo dall’idea che o fai San Siro o sei morto, a vent’anni non è possibile, c’è un mondo di mezzo e in questo mondo di mezzo ci siamo noi. Ci lamentiamo in continuazione dei telefonini, di Instagram, dei social, ma se ai ragazzi diamo strumenti diversi vinciamo». Strumenti e anche tempo: il progetto è pensato per durare tre anni. Tempo e spazio, anzi spazi: «Era impossibile pensare» dice Manuel «di aiutare una generazione di ragazzi senza riuscire ad alimentare anche i luoghi. Per noi alcuni luoghi sono stati veramente fondamentali: i centri sociali sicuramente, perché erano posti dove potevi esprimerti artisticamente con una grandissima libertà, ma anche il circuito di club che in tutta Italia negli anni ’80 e ‘90 si è sviluppato. Alla fine degli anni ’90 noi Afterhours, i Marlene Kuntz o i La Crus facevamo migliaia di persone e finivamo raramente sui giornali, mai in televisione mai in radio… non avevamo dei media intorno a noi eppure vivevamo di musica, vivevamo questo mestiere facendo la nostra musica, le nostre canzoni, nella maniera in cui volevamo noi, perché intorno a noi c’era un circuito enorme, e c’è stato per tanti anni. Quel tipo di esperienza secondo me deve tornare, non potrà tornare identica – perché i tempi sono diversi e i ragazzi sono diversi, giustamente – però quel tipo di possibilità deve tornare a esistere. Per questo abbiamo cercato persone che la pensano come noi e hanno voglia di investire – che forse è la parola sbagliata ma anche quella giusta perché questi ragazzi devono fare questo di lavoro, devono diventare dei professionisti, devono imparare a farlo senza nessun retropensiero, senza nessun senso di colpa perché hanno fatto un mestiere che in questo paese non viene accettato. Salvo [Salvatore Nastasi] lo sa, abbiamo combattuto tantissimo perché il mestiere del musicista venga riconosciuto con un certo tipo di dignità e non sono certo contento di quello che è successo negli ultimi mesi, ma noi dobbiamo continuare a combattere questa battaglia: fare il musicista non è fare l’intrattenitore e basta, è fare un mestiere, un mestiere difficilissimo, un mestiere imprenditoriale, e quindi con un sacco di rischi. Questi ragazzi si stanno giocando la vita per qualcosa che li appassiona e che per loro è importantissima». Manuel vede molto entusiasmo e molta passione e ne sta mettendo altrettanta. «Stiamo buttando un cerino ma speriamo che si incendi presto tutto».
Qualche giorno dopo la presentazione di cui abbiamo riassunto alcuni stralci, in attesa che partano i concerti e si scateni – speriamo – un bell’incendio, parliamo al telefono con Manuel, impegnato in un vero tour mediatico in supporto di questo progetto ambizioso e affascinante. Però una curiosità ce la deve togliere: Ma non dovevi prenderti un anno sabbatico, Manuel? «Sì, sono un cø#…ne» ci risponde lui con tono scherzoso ma tagliente. «In realtà il mio anno sabbatico era iniziato benissimo. Sono stato in Australia a gennaio a trovare due amici, Nic Cester dei Jets, che conosco da parecchi anni, e Hugo Race, che conosco da ancora prima. Sono stato accolto benissimo, in un paese che visitavo per la prima volta e che mi è piaciuto tanto. Fatto questo bel viaggio, che non facevo da un po’, al mio ritorno a febbraio la cosa di “Carne fresca” che poi è diventata “Suoni dal futuro” ci è scoppiata in mano in modo quasi inaspettato, ma dobbiamo portarla avanti il più possibile perché ne vale la pena».
Sì ne vale la pena. Il progetto è ambizioso, non c’è dubbio, ed è una sfida. Vincerla potrebbe davvero aprire a cose importanti, che non riguardano solo il lancio di nuovi talenti. «Avevamo in mente da tempo di ricreare un network di posti per la musica, di qualunque natura – piccoli centri sociali, centri culturali, o live club – per permettere ai ragazzi di fare dei tour, e per favorire scambi di esperienze, collaborazioni… anche il semplice scambio di informazioni. L’idea ce l’avevamo in testa da un po’ ma era difficile da far quadrare economicamente: i ragazzi coinvolti adesso non possono certo avere un grande pubblico; mettere dei biglietti e aspettarsi dei pienoni così, dal niente, per degli sconosciuti supergiovani era un po’ presuntuoso. La svolta è arrivata grazie alla SIAE. Ho parlato con Salvo Nastasi spiegandogli che c’è una nuova generazione di ragazzi che suonano strumenti veri, non usano l’autotune e che soprattutto – perché è questo che poi alla SIAE interessa – scrivono i loro pezzi. E per questo sono anche in contrapposizioni con l’ultima generazione di autori, che lavora in team: ce sono quattro o cinque – insieme a cinque produttori – che lavorano in squadra per venti artisti come succede a Sanremo. Queste squadre monopolizzano il mercato e monopolizzano la musica: il risultato è che le canzoni che senti sono tutte uguali. Dietro secondo me c’è una volontà precisa: pochi autori che fanno tutti le stesse cose, così l’algoritmo le riconosce più facilmente, e invece della diversità e della varietà premia l’uniformità. Ma questa è solo una delle tante robe malate del mondo musicale di oggi, per cui non ti sto ad annoiare: quello che è importante per noi è che grazie all’interesse della SIAE per una nuova generazione di autori siamo riusciti a trovare una sponsorizzazione seria. Così abbiamo potuto organizzare un tour e assicurare ai ragazzi un cachet, li ripaghiamo di tutte le spese e ai locali concediamo di guadagnare tutto quello che possono dal bar a patto che lascino l’ingresso gratuito.»
I luoghi, come abbiamo detto, sono importanti. «Con questa iniziativa miriamo a due risultati: far girare per tre anni tutta una serie di band e di musicisti con cui siamo venuti in contatto attraverso Carne Fresca, e rivitalizzare il circuito dei live club che in Italia, soprattutto dopo il Covid, ha sofferto un casino. La difficoltà non è trovare i locali o i gruppi, ma al contrario, dover fare una selezione, anche con delle scelte dolorose. Non devo nemmeno spiegare a chi come voi è abituato a interessarsi alla musica indipendentemente dal suo valore di mercato che parliamo di band giovani e ancora “verdi”, il valore in sé di quello che fanno adesso musicalmente può essere relativo, ma la loro forza come scena è enorme, a livello attitudinale erano anni che un vedevo una cosa così, ragazzi determinati a non prestarsi a certe dinamiche che ci sono adesso e che vivono la stessa realtà – anche la fruizione di Internet o dei social – in modo diverso. È qualcosa che vale tantissimo in prospettiva. Adesso non voglio fare il talent scout, trovare il talento in mezzo a dieci, di quello non me ne frega proprio un cazzo, sinceramente, anche se poi succederà, e ci vorrà, perché è necessario, che salti fuori qualcuno di valore, vedrete. A me in questo momento interessa soprattutto aiutare a costruire una scena e che la gente si renda conto di quello che questa scena può rappresentare a livello musicale, e, se vogliamo, anche di sistema…».
A proposito di sistema, nella conferenza stampa di presentazione Salvatore Nastasi aveva parlato anche di una possibile proposta di legge per i live club basata su tre aspetti (semplificazione normativa, rimborso di spese fisse con un fondo dedicato, fiscalità di vantaggio). «Una legge c’era già, era stata approvata e formalmente definita, ma mancavano i decreti attuativi necessari perché entri in vigore a tutti gli effetti. Questo governo non li ha messi in atto e ha distrutto tutto quello che avevamo costruito negli anni. Salvo Nastasi faceva parte di una commissione del ministero della cultura alla quale ci eravamo rivolti, lui è un fautore di questa legge e anche per questo si è interessato come presidente SIAE. È necessario riprendere in mano anche la questione legislativa, bisogna vedere quando potremo permettercelo. Al di là di tutto, credo che questa scena succederà comunque, perché questi ragazzi hanno cominciato a suonare per necessità, una cosa diversa da quella che ho visto nel recente passato».
Ma che cos’ha convinto Manuel a scommettere su questi giovani d’oggi – quando una volta lo stesso pensiero “generazionale” gli ispirava caustiche e memorabili esternazioni ma non esattamente tenere nei confronti della gioventù. Se è vero come ha detto lui che non vuole fare filantropia ma ricostruire un sistema, qualcosa deve certo ispirargli fiducia anche per farlo spendere in prima persona in questo modo. «Quello che mi ha colpito è che questi ragazzi suonano prima di tutto per stare bene. C’è stata una generazione anche prima della nostra che ha iniziato a fare una certa musica con una certa attitudine, penso ai Litfiba, ai Diaframma, ai CCCP che sono arrivati prima di noi, anche ai Denovo… anche se la generazione che ha reso questa cosa popolare è stata soprattutto la nostra – noi, gli Almamegretta, i Marlene Kuntz, i La Crus ecc. ecc. ecc. ecc. Quello che ci ha dato la vera spinta è stato che per noi suonare era una necessità, nessuno di noi pensava di suonare perché era figo farlo, perché avevamo una collezione di dischi particolare, o perché facevamo le cose che ci piacevano così, un po’ per hobby. I musicisti della generazione venuta dopo la nostra hanno avuto un atteggiamento più da hobbisti, e un po’ più vuoto di contenuti; sarà perché hanno vissuto in un periodo un po’ meno cruento, se non altro, degli anni ’70 e ’80, si sono formati in un momento meno complicato anche da un punto di vista sociale, avevano meno esigenze, ma non so, non voglio fare il sociologo dei poveri… Fatto sta che, forse perché nel frattempo era anche arrivato Internet, loro erano tutti precisetti nei riferimenti ai suoni di un certo tipo, agli strumenti di un certo tipo, alle influenze di un certo tipo… e questo li ha resi molto più derivativi, secondo me. L’ultima generazione è tornata a suonare per necessità. Sono la prima generazione destinata dopo anni a stare peggio dei loro genitori; non hanno prospettive per il futuro, e credo che suonare li faccia stare bene, dia loro quel megafono tende un po’ a sublimare quel loro malessere che deriva un po’ dalle dinamiche sociali degli ultimi anni, Internet compresa, ma anche e soprattutto dalla mancanza di prospettive a livello personale, dal non poter pensare a una professione, a un futuro, in una società che invece di migliorare peggiora sempre di più. Pensa solamente alla pressione che il web mette addosso ai giovanissimi, devono essere tutti superfighi e superperfetti, e infatti nascono tutte queste distorsioni per cui tutti usano i filtri sulle foto, l’autotune quando cantano… queste cose ti fanno stare male, riuscire a ingannare te stesso non ti porta a stare bene. I ragazzi dell’ultima generazione se ne sono accorti e stanno iniziando a rifiutare quei meccanismi che causano il loro malessere. Sono tornati ad avere un approccio in cui la verità è centrale: e infatti si trovano fisicamente nei posti, caricano gli strumenti, si scambiano i contatti, parlano da vicino. È questo è molto significativo, al di là della musica che fanno, ed è quello che mi ha colpito, il ritorno a un approccio sincero nato dalla necessità. Un ritorno per me, per te anche, ma per loro no, ci arrivano a questa cosa, sono arrivati a quello che per loro è un risultato perché non hanno avuto la situazione precedente che abbiamo vissuto noi».
A questo punto dico quello che mi ha sorpreso ascoltando i pezzi di alcuni protagonisti di Suoni dal futuro. I loro riferimenti musicali sono curiosamente simili ai miei ascolti giovanili, quelli che mi hanno formato non solo nei gusti musicali e che si collocano in un tempo preciso: gli anni ’90. Curioso, bello, ma anche strano. Da ragazzi giovanissimi si aspetta che abbiano riferimenti molto contemporanei. E invece… «Sì molti hanno tra i quindici e i vent’anni, la maggior parte è intorno ai vent’anni, massimo venticinque. C’è qualcuno anche vicino ai trenta ma sono una minoranza. Alcuni sono addirittura minorenni e per farli suonare in giro abbiamo avuto un po’ di problemi, con le scuole, con i permessi delle scuole, con le autorizzazioni dei genitori – problemi tutti risolti, per carità. Tornando a noi, questo aspetto del gusto penso sia legato all’attitudine. Mi piace pensare che sia anche legato alla musica, al modo di scrivere, ai suoni, ma credo che si ricolleghi in realtà a quello che ti ho detto prima: loro si riconoscono in quel tipo di musica perché è stata l’ultima a esprimersi con un’intensità e una sincerità emotiva pazzesca che non era mirata a un risultato, a vendere dischi il più possibile, a streammare, a fare i concerti negli stadi, ad andare in televisione, a fare le rockstar o, peggio, le popstar; quella generazione ha mostrato una grande forza comunicativa ed è arrivata ad avere anche un certo grado di visibilità, di notorietà e di importanza senza averlo come programma, come progetto, ma semplicemente facendo le proprie cose in maniera quasi integralista. Ti parlo a grandissime linee del grunge, ma penso anche al pop più raffinato della scena inglese, in qualche caso anche a un certo tipo di metal, metal molto vintage e non contemporaneo. Molte cose che suonano questi ragazzi sono effettivamente molto anni ’90, anni ’80, se non addirittura anni ’70. Molti hanno quel tipo di suono in testa. Ci sono pochissime influenze dei gruppi più grossi contemporanei come i Muse – che dovrebbero essere superseminali ma in realtà no, non è così –, i Linkin Park, band che dal vivo fanno numeri mostruosi. In questa generazione li ritrovo poco. Penso sia sempre una questione di attitudine: cercare non lo spettacolo ma la verità, la verità espressiva, voglio dire, perché è la cosa che li fa stare meglio; credo che sarebbero tutti contenti di avere un certo di tipo di successo ma nello stesso nessuno in questo momento mi sembra disposto a modificare una nota di quello che suona per ottenere un risultato. Mi ricordano un po’ la mia generazione? Un po’ sì, la cosa che ci accomuna è l’essere dei kamikaze, dei suicidi nel cercare di suonare certe cose in questo paese, perché per noi era così all’inizio, abbiamo fatto una gavetta lunghissima suonando un genere che in questo paese non ha mai funzionato. Tutti noi che facevamo alternative o chiamalo come cazzo vuoi, eravamo dei kamikaze perché non avevamo nessuna speranza di riuscire a vivere con la musica, di avere una vita facendo quelle cose. In realtà loro vivono nello stesso tipo di situazione, sia musicalmente a livello di mercato, sia perché in questo momento storico non hanno prospettive, quindi c’è anche questo punto di contatto.»
Che una svolta possa arrivare dai giovani è qualcosa che abbiamo pensato anche a proposito di uno dei fatti politici italiani più rilevanti dell’ultimo periodo, la vittoria dal No al referendum costituzionale dello scorso febbraio. A Manuel che si era schierato apertamente con il fronte del No chiedo se il fatto musicale di cui stiamo parlando e quello politico non siano in qualche modo collegati. La nuova generazione potrà risollevarci tutti quanti? (Fermo restando che anche noi adulti dovremmo iniziare a fare qualcosa): «Io ci spero tantissimo, ci sono dei dati inconfutabili, e anche dei fatti: ci sono state le manifestazioni per Gaza e la Palestina in cui gli studenti hanno avuto un ruolo fondamentale. Una cosa che le nuove generazioni hanno capito più delle precedenti è che serve tornare in piazza fisicamente, perché è qualcosa che porta pressione, conta, pesa – invece stare su Internet fa tendenza ma non è che poi porti chissà quale cambiamento. Stanno usando i social per comunicare – quello che era il primo e più importante scopo dei social –, non li stanno usando per vivere. È un cambiamento bello, sano, in cui credo molto, e per questo mi sta a cuore la scena più dei singoli talenti. Però so che hai ascoltato i loro pezzi, e nei brani che scrivono e registrano senza avere una vera produzione, io ci trovo anche tanto talento».
Concordo, se consideriamo la giovane età, la poca esperienza, il non avere ancora una “struttura” intorno, il livello generale è più che positivo, direi incoraggiante. «Esatto. Non mi sono svegliato la mattina e ho detto “Aiutiamo i giovani!” Sono andato a sentirli e sono loro che hanno convinto me. Registrati sono una cosa, visti dal vivo sono ancora più potenti, hanno già una capacità di esprimere quello sentono sul palco che è meravigliosa. Li ho visti dal vivo e dal vivo mi hanno colpito, mi ha colpito l’energia ma mi ha colpito più di tutto che già scrivono, fanno pezzi credibili, che stanno in piedi, e qualcuno è davvero un talento. Ce sono alcuni e non sono pochissimi – non ti dirò i nomi perché mi sembra ingiusto nei confronti degli altri – che fanno già delle cose che iniziano ad avere un valore musicale non indifferente; poi la maggior parte è ancora molto legata – e molto dipendente – dalle sue influenze ma qualcuno ha già cominciato a rimasticarle, e nel giro di due/tre anni potrà arrivare a un livello di maturità davvero molto interessante. Se riusciamo a fare crescere tutta questa scena come dovrebbe, potrebbe portare un bel cambiamento o comunque una bella alternativa alle cose che ci sono adesso, ora che arriva anche l’intelligenza artificiale. Anzi, è già arrivata: ho sentito dei pezzi con la mia voce – ed ero io, poi i pezzi facevano cagare ma prima o poi riusciranno a fare di meglio. E questa cosa fa paura, se ci pensi. Non voglio per forza fare quello malinconico legato al passato, ma l’industria userà l’IA per produrre musica senza nessun costo e nessun rischio d’impresa, “a pacchetti” a seconda del genere musicale, tutti convinti che la gente senta la musica così, per intrattenimento. Questa generazione per me è importante perché è tornata a dare un ruolo, un valore alla musica che va al di là dell’ascolto passivo. Se pensi ai grandi eventi, il pubblico ha davanti uno spettacolo mostruoso: ballerine, fuochi d’artificio, gente che vola… e lo guarda seduto e assiste a tutto in modo superpassivo; ma un concerto per come lo intendo io e per come lo intendono questi ragazzi è qualcosa di cui il pubblico è parte attiva, fa parte dell’energia stessa del concerto. Sono due concetti completamente diversi. Durante il Covid si parlava di questi visori che ti danno la sensazione di stare sul palco con una band, sì è divertente, ma che senso ha stare sul palco con la band quando non c’è un concerto vero. È una realtà virtuale estrema che questi ragazzi stanno rifiutando, non per religione, ma perché è mille volte più eccitante vivere certi eventi dal vero»
Come ultima domanda chiedo cosa lo aspetta nei prossimi mesi. «Continuerò con i miei viaggi e a vedere amici che non vedo da tanti anni, anche perché il 2027 è già pieno e devo forzarmi a prendere una pausa vera. Nel 2027 succederanno tante cose se la fortuna ci assiste. Non ti dico di cosa si tratta perché non mi posso sbilanciare adesso, però ne succederà di ogni».
Suoni dal futuro. I primi nomi
Ma chi sono i protagonisti – almeno quelli finora confermati – della prima tornata? Sul palco si alterneranno quattro band – Dirty Noise, Dlemma, Grida e Mars On Suicide – e due cantautori, Kahlumet e Wayloz. È ora che l’obiettivo si sposti su di loro. Per questo abbiamo provato a tracciarne un breve profilo selezionando alcuni pezzi tra quelli pubblicati più di recente o più significativi.
Dirty Noise
I Dirty Noise sono un quartetto di Milano nato nel 2023, formato da Luca Rigamonti, Emma Agnelli, Luca Cribiú e Camilla Olgiati. Li abbiamo ascoltati dal vivo in apertura al concerto agli Afterhours al Carroponte del luglio 2025. Nel loro sound si mescolano grunge, indie rock e post-punk, abbiamo sentito echi di «Pixies, Hole, della Pj Harvey di Rid of Me» – mentre loro citano anche Fontaines D.C. e Radiohead. In un brano suonato nei giorni scorsi per una session a Radio Popolare, si nota anche l’influenza dei Cure oltre a una melodia che incuriosisce. Questa è Limiti, loro primo pezzo in italiano con cui hanno partecipato alla compilation di Carne Fresca; trasforma un motivo apparentemente semplice in un elettrico gioco a incastro di stop&go, pieni-vuoti e “tagli” improvvisi.
Dlemma
Quartetto nato a Roma nel 2023. Emma Leggieri (voce), Emma Sola (basso), Elisa Leggieri (chitarra) ed Edoardo Leggieri (batteria) hanno vari singoli e un album all’attivo, uscito lo scorso marzo, intitolato Keep Me Out. Grunge e alternative rock sono i generi di riferimento – con qualche spruzzata di hard rock e metal. Al netto di un pezzo iniziale, Dog in a Nightgown, in cui un riff molto grasso fa pensare addirittura a un post-stoner, e del finale metal di Don’t Ask Twice, in Keep Me Out l’anima melodica alla lunga prevale su quella aggressiva, anche se non c’è una separazione netta come dimostra Get Out, una ballata dal sound intenso ed emotivo.
Grida
Vengono da Modena e sono tra i gruppi più “longevi”, con cinque anni di attività alle spalle, tra singoli e concerti. L’EP omonimo è del 2024: oltre alla passione comune per i Tool, il grunge è il punto d’incontro tra le base metal di tre quarti del gruppo (Luca, Giulio e Matteo) e il background alternative del cantante/chitarrista Federico. Siamo in pieno territorio ’90, da Seattle all’Italia di Afterhours e Ritmo Tribale (Nel labirinto), Verdena e Scisma (mentre ANIMA prova addirittura la carta del rap-crossover alla RATM/Assalti Frontali). Scatola ha una certa qualità anthemica – come si diceva una volta. Nel singolo dell’anno scorso Per aria i Grida si mettono alla prova con una scrittura più melodica e articolata – soprattutto nelle parti strumentali. Scrittura che nella più recente Distante si fa anche più evocativa e psichedelica.
Kahlumet
Il progetto forse più inafferrabile – anche se per tutti parliamo di un percorso ancora in divenire. Kahlumet è l’alter ego di Luca Santuccio, ventiquattrenne laureando in filosofia e studente di musica applicata alle immagini. L’EP Homeless del 2021 e la canzone Shameless Meaning del 2023 sono esempi di cantautorato indie lunare, ombrosamente introspettivo e colto, alla Mark Kozelek/Red House Painters prima maniera (un po’ più lo-fi dell’originale). Dal 2024 Luca collabora con il produttore Carlo Gasparetto, e amplia il suo spettro musicale – soprattuto ritmico – a jazz, bossa nova e funk (ascoltate Bad Man e Goodbye Waves). Il nuovo pezzo Lo specchio dice wow segna un altro punto della sua evoluzione, tra una melodia liquida, un’atmosfere sospesa e un arrangiamento particolarmente sofisticato.
Mars On Suicide
Età verdissima, i tre ragazzi milanesi che formano i Mars On Suicide – Daniele Vescera, Davide Verand e Sebastiano Cabassi – viaggiano sul filo tra piena adolescenza e maggiore età. Eppure hanno già all’attivo l’EP Spleen del 2024 – un mini-album di sei pezzi praticamente registrato nello stesso anno in cui il gruppo ha preso la sua forma definitiva, e che ha avuto un riscontro di streaming molto lunsinghiero. Sempre di grunge parliamo con influenze dichiarate come Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains, riferimenti che si sentono tutti – anche se senza l’effetto “clone” che si nota spesso in chi si rifà a quel tipo preciso di sonorità. Con il brano Sparivano nel silenzio, pubblicato nell’aprile del 2025, i Mars On Suicide decidono di passare all’italiano. A fine aprile è prevista l’uscita del loro primo album, che si preannuncia come «un concept che intreccia critica sociale e introspezione».
Wayloz
Il più eccentrico, e probabilmente anche più originale (o maturo) da molti punti di vista – canoro, strumentale e di scrittura. L’italonigeriano Osasmuede Aigbe, alias Wayloz, è stato una delle due metà del duo Gemini Blue, con cui ha pubblicato nel 2024 l’album Players Will Play, Lovers Will Pay. Il suo progetto solista prende forma con due EP, Half Cast e We All Suffer – il primo acustico, il secondo elettrico – in cui si giostra con abilità tra dobro, chitarra acustica ed elettrica così come tra blues, folk e rock – ma pure soul e influenze africane. Un cantautorato che attesta ascendenti nobili (Nick Drake, Jeff Buckley, Jimi Hendrix o anche certi bluesmen “antichi”) e tratti personali, con una forma in pieno sviluppo. È appena uscito un pezzo, Menhir, che sembra indicare nuove direzioni. Noi però abbiamo scelto un brano precedente che ci aveva affascinato: Wolof.
Ricordiamo che il tour primaverile che si snoda tra aprile e maggio è soltanto la primissima parte del programma: da qui ai prossimi mesi si aggiungeranno altri artisti emergenti, e forse anche altri club. Si parte com’è naturale da Germi, lo spazio di via Cicco Simonetta a Milano aperto da Agnelli come luogo di aggregazione-sperimentazione e soprattutto di “contaminazione” – come recita anche la dominazione sociale – che ospita le prime tre date. Ma in totale le prime serate saranno ventidue, suddivise tra otto città. Tappe successive: Taranto (Spazio Porto, 11, 17 e 24 aprile), Pesaro (Urbica, 16-18 aprile), Palermo (I Candelai, 22-24 aprile), Napoli (Auditorium Novecento, 30 aprile-2 maggio), Roma (Wishlist Club, 8-9 maggio), Bologna (Il Covo, 21-23 maggio) e Torino (Spazio 211, 28-30 maggio).
