Marry me
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Teresa Greco
- 16 Settembre 2007
Come passare con nonchalance da Glenn Branca ai Polyphonic Spree e a Sufjan Stevens, con attitudine giocosa e lieve insieme. Un ritratto della ventiquattrenne polistrumentista Annie Clark (faccino impudente e curioso su una chioma mora riccioluta), alias St. Vincent, non potrebbe prescindere da alcune coordinate: l’eclettismo, una spiccata ironia, e un certo nomadismo, innanzitutto.
Originaria di Tulsa – e poi trasferitasi a Dallas -, nata da una famiglia di musicisti e cresciuta in mezzo a una babele di credo dal cattolicesimo all’ebraismo (cosa che – va da sé – ne contribuisce a formare il libero pensiero), comincia presto la pratica di vari strumenti, dal piano alle tastiere al basso, oltre alla chitarra, suo primo amore; in egual modo si ispira a musica e letteratura (la passione per i drammi di Tennessee Williams in particolare). Già a 15 anni è in giro per il mondo al seguito degli zii Tuck Andress e Patti Cathcart, musicisti jazz (meglio conosciuti come duo Tuck & Patti), nel lavoretto estivo di loro tour manager! Un utilissimo apprendistato, visto che l’amore per il jazz affiorerà in seguito soprattutto nel suo stile canoro, in un chamber pop condito di umori folkish e sentori da cabaret, con un retrogusto inquieto e malinconico che vien fuori quando meno te lo aspetti, in mezzo alla solarità della sua musica.
Trasferirsi a New York (siamo nel 2005) è per Annie il passo più ovvio, e iniziare frequentare gli ambienti giusti un tutt’uno, mentre inizia a registrare i suoi demo. Suona brevemente con Branca nella riedizione della sua 100-Guitar Symphony – certo non un modo per farsi notare troppo, ma giova al curriculum. Torna temporaneamente a Dallas sfiduciata e a corto di soldi, ed è qui che tutto riparte, grazie a precedenti amicizie con alcuni membri dei Polyphonic Spree di Tim Delaughter: il tour europeo del collettivo pop-psych è l’occasione per entrare in formazione come chitarrista, in una collaborazione che si attualizza fino all’ultimo The Fragile Army (TVT Records, giugno 2007).
L’anno dopo, quando incide la prima fatica come St. Vincent, si trova a suonare nella touring band del menestrello Sufjan Stevens facendogli successivamente da spalla nel suo tour europeo. L’EP Paris Is Burning (self released, 2006; 6.7/10) è pura chamber music virata jazzy, con la title track che è un valzer pop tra Kurt Weill e orchestrazioni Bacharach, accanto alla ripresa della These Days di Jackson Browne, così dolorosamente evocata da Nico in Chelsea Girl: delicata e sospesa in un limbo al di là di tempo e spazio. E una ballad jazz sinuosa a concludere il lotto (What Me Worry). Fa già centro la Nostra, che si attende ormai alla prova sulla lunga distanza. Adesso il debutto Marry Me (uscito per Beggars / Self) rivela una coesione e una maturità sorprendenti. Annie rievoca il cantato di una Rickie Lee Jones cresciuta a standard jazz, tra una Love Supreme di ‘Trane e dolorose song da lush life, le malinconie della Shannon Wrightpiù brechtiana, sospesa tra ballad al piano e intermezzi da modern cabaret, ma anche la verve sperimentale della Björk più obliqua, oltre alle orchestrazioni stratificate tanto care all’amico Sufjan. C’è in più un’attitudine tra lo scanzonato e l’ironico in buona parte dei testi, controbilanciata dai momenti più mesti nelle ballad al piano miste di jazz (ospite di lusso, un Mike Garson piombato direttamente da Aladdin Sane) e torch song.
Non si prende troppo sul serio la Clark, sia che parli in modo sbarazzino di innamorarsi nella title track (marry me, john / marry me, John I’ll be so good to you / you won’t realize I’m gone) e di essere nello stesso tempo in uno stato di disconnessione dalla realtà in Jesus Saves, I Spend (while Jesus is saving, I’m spending all my days in the garden-grey pallor of lines across your face / oh, my man my absentee I’d do anything to please you come my love the stage is waiting be the one to save my saving grace), tra rivendicazioni personali in Now Now (I’m not the carpet you walk on /I’m not anyone you’ll see / I’m not anything) e The Apocalypse Song (please keep your victory / but give me little death / it’s time / you are light / I guess you are afraid of what everyone is made of). Mentre le eroine da lush life si piangevano addosso, la Clark è autoironica e provocativa (alla maniera di una Lisa Germano) non senza un lato oscuro che equilibra il mood del disco. Ora che le acque intorno a lei si stanno smuovendo, noi non possiamo che fare il tifo.
