Sopra, sotto e in mezzo a tutto c’è il punk
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Christian Panzano
- 5 Giugno 2014
Stilkunst (ovvero arte del padroneggiare ed esercitare stili differenti), e che non si scomodi la Baviera per questi tempi moderni. Bayreuth, Darmstadt e Parigi, poi New York, che alla disciplina wagneriana impose il silenzio. La Grande Mela funge tuttora da pietra di paragone – o metro con cui misurarsi i calzoni – per pleiadi di sperimentatori. Nel nostro caso di un ensemble che vanta attributi ennevolte e pantaloni compresi. Squarcicatrici si prenota un posto in prima classe sulle righe di fine anno, in netto anticipo rispetto al panettone. Non se ne tragga forzatura, ma quel germanismo così poco amicale oggi, stando alle frasi di Zen Crust – pregevole lascito dei toscani – calza a pennello sulle prime anafore della loro agogica: “Non abbiamo una ricetta, ci piace cambiare spesso le carte in tavola attraverso variazioni dinamiche, armoniche o di colore. Questo approccio si legge anche nella scaletta del disco: ci sono brani totalmente strutturati (New World Border), o largamente improvvisati con un tema a chiudere (في تونس – Fil Tunis), suggestioni da doppi trii free jazz (Pont des arts), colori elettronici (Saffo’s wedding party) e molto altro. La variazione è l’anima della nostra musica. Ci ritroviamo attorno ad un repertorio che ogni volta rinasce, si ricrea e cambia in base all’esperienza che cresce. Siamo anche attenti a non offrire il fianco alla noia, cambiamo strumenti, suoni, parti, intenzioni e strutture, specie dal vivo. Siamo un’orchestra libera, un circo musicale: ognuno conosce i propri ruoli e le proprie parti, ma fa comunque come gli pare!
Ebbene, già il titolo è un ossimoro bello e buono, per giunta di lunga gestazione, a quanto pare: “lo è, ed è anche la nostra Nuova Religione. Ci piace vivere gli estremi, tutti. Essere buoni e teste di cazzo, avere a cuore i problemi del mondo e sbattercene bruciando una quantità di gasolio per spettatore raggiunto ridicolmente alta. Vegetariani, vegetariofili e carnivori impenitenti. Comunque, in sostanza, prenderci il diritto (again) di fare che cazzo ci pare con la musica. MetalBossa? AfroNoise? PunkFusion? Mettici il nome che ti pare, domani faremo un’altra cosa ancora!” La scelta di diradare il suono viene forse posta a prima istanza. È stilkunst sfrondato, invece che addizionato, quando si pone l’accento su duende e dub o solo una ricerca che svela sbadatamente una luce di scherno negli occhi di Jacopo, leader della combriccola. Gira che ti rigira, questi Squarci appenninici fanno ciao ciao a downtown e periferia: un dionisiaco che parte da una veste di kolo macedone e si spoglia come avrebbe fatto king Tubby sui voicing dei lati B di una volta, potenziando in carattere i lick. Un avanguardismo che fra le mani di questi ragazzi diventa granaglia in filigrana: “sopra, sotto e in mezzo a tutto c’è il punk. O comunque quel modo sudicio e di pancia di trattare i suoni e gli strumenti. Quando suona più jazz, world (che poi che significa world? del “mondo” o soltanto “esotico”, come per i negri degli zoo umani degli anni ’30? e quindi quando uno fa punk non è world? o è extraterrestre?) o comunque lo si voglia chiamare… è sempre quel maledetto bastardo punk che vive dentro di noi. I soli di Matteo, il whawha e la distorsione sui suoi strumenti a quattro corde, il sound di sax di Andrea, l’approccio al contrabbasso di Piero, la batteria di Enzo, le mie chitarre o i temi di sax: tutto punk. Spirito punk! Ché del genere, di nuovo, non ce ne può fregare di meno! Se la parola “world” ritorna al suo significato originale, liberandosi dal fardello posticcio voluto da Peter Gabriel, possiamo essere d’accordo. Tutta la musica è world, dai suonatori di Kora a Phil Ochs, dai Crass a Cornelius Cardew: sono tutte musiche che nascono in determinati contesti e culture, e ciascuna fa riferimento al proprio contesto ed alla propria cultura. Viviamo in un mondo nel quale è possibile ascoltare tanta musica diversa: senza pretese di carattere etnomusicologico, ci piace essere parte di un processo di mescolanza, contro ogni appartenenza nazionalista. E questo lo facciamo oggi, quindi siamo contemporanei.
Ascoltando Zen Crust non è Pantagruel l’immagine più prossima, semmai le misure plastiche del surrealismo e la scocca onirica rimessa in funzione. Ma sono chili di berbero che accompagnano immagini o si contrappongono ad esse? Leggiamo sul sito ufficiale del gruppo che Zen Crust diventa, o diventerà, anche un documentario: “le fasi di realizzazione del disco sono state filmate tutte da Jacopo, che si sta occupando anche del montaggio. Tra poco potrete vedere tutti come abbiamo passato questo anno di lavoro, e capire quanto seriamente ci divertiamo a fare dischi. (PS. Un duetto lo abbiamo fatto, Jacopo ed io: i soli a scambio su Pont des Arts! Ed è tutto ripreso!)”. E pensare che come un buon vino famoso, tutto ha origine daNipozzano: “è stato il luogo dove Squarcicatrici ha potuto provare, registrare ed incontrarsi sino all’anno scorso. La realtà odierna ci vede ben più sparsi per lo stivale, in un arco che va da Reggio Calabria a Milano. Quelli di noi che a Nipozzano hanno vissuto non sono mai stati fuori dal mondo, sia perché uscivano spesso in cerca del mondo, sia perché molte persone sono passate da Nipozzano: Mike Watt, Thollem McDonas, Phil Minton, Theresa Wong, tanto per dirne alcuni. In questa casa c’è stato uno studio collettivo nel quale hanno lavorato realtà come il Jealousy Party, la Motociclica Tellacci, gli Tsigoti, i Luther Blissett e molti altri. Non sono mancate le occasioni di confronto col resto del mondo, davvero. Molti di questi amici hanno lasciato una traccia su Zen Crust: Francesco Di Mauro, Gi Gasparin, Mariuccia Minichino, Scott Rosenberg, Simone Tecla, Samuele Venturin ed Andrea Di Lillo. Si evince una grossa pancia schietta e popolaresca, piena di ritmo e velocità, tempi stretti e poi dilatati. Un binario su cui far scorrere il treno di forme liber(at)e.“L’improvvisazione fa bene quando è il risultato di una ricerca e non la cronaca del suonare. Nuoce invece la dicotomia struttura-improvvisazione, perché separa due cose che sono una: la composizione. Credo che l’improvvisazione sia il requisito fondamentale della composizione e viceversa. Molti dei progetti a noi comuni (come Tsigoti, Motociclica Tellacci, Jealousy Party, L’Enfance Rouge e – moltissimo – Squarcicatrici) hanno avuto come comune denominatore questa fusione”.
