Fuori dalle mode

Ci sono gruppi che non appartengono a nessuna cosiddetta scena, gruppi per i quali essere fuori dai circuiti canonici è un obbligo e un bisogno assoluto, e per i quali è in essere totalmente “fuori moda” e assolutamente non allineati. Prendiamo il caso dei palindromi sardi Sikitikis. Con alle spalle ormai ben due lustri di attività e tre album pubblicati, la band di Cagliari non è di certo l’ultima arrivata in ordine di tempo nella musica del Belpaese. La formazione si era fatta notare nel 2005 all’esordio sulla Casasonica di Max Casacci (Subsonica) con Fuga dal deserto del Tiki; il disco era un eclettico mix senza chitarre tra psych pop, ironia sferzante, electro punk funk, Ennio Morricone, modernariato e garage, rigorosamente cantato in italiano, con un immaginario fervido a cavallo tra Sessanta, spy, sci-fi e poliziesco Settanta. Li avevamo poi ritrovati tre anni dopo con B – Il mondo è una giungla per chi non vede al di là degli alberi (2008) e con un coraggioso e fruttuoso esperimento di distribuzione on-line e di vendita dei cd presso i concerti. Arrivano ora alla terza prova, Dischi Fuori Moda (SA # 67) che ben compendia la loro attività, confermandone la cifra stilistica, insieme a una vena dissacrante, ironica e amara sull’attualità, e alla onnipresente tendenza a frullare un’ampia gamma di generi in un mix assemblato con una bella dose di personalità. Abbiamo incontrato il cantante Ale Diablo per una chiacchierata ad ampio raggio sulla band, su quel che ruota loro intorno e su molto altro ancora. La nostra intervista.

Potresti ripercorrere la vostra storia finora, come ci siete arrivati e con quali esperienze?

Il progetto è nato nel 2000 da iniziativa mia (Ale Diablo) e di Jimi (bassista), dopo lo scioglimento del nostro precedente gruppo: i Canidarapina. Daniele e Zico (batteria e tastiere) hanno aderito con grande entusiasmo. Dopo diversi anni alla ricerca di un suono che ci soddisfacesse e che sintetizzasse al meglio la nostra passione per le colonne sonore e il nostro background rock, abbiamo firmato un contratto con Casasonica, con la quale fra il 2004 e il 2008 abbiamo registrato e stampato due dischi: Fuga dal Deserto del Tiki e B. Sono stati anni straordinari nei quali abbiamo avuto modo di suonare su ogni tipo di palco e nei contesti più diversi. Abbiamo firmato colonne sonore e prodotto progetti di sonorizzazione per immagini, parole, danza, teatro e (addirittura) monumenti. Terminata l’esperienza con Casasonica abbiamo deciso di affrontare un percorso in cui essere ancora più padroni del nostro lavoro. Oggi collaboriamo con Manuele Fusaroli, produttore straordinario che ha creduto in Dischi Fuori Moda fin dall’ascolto dei primi provini.

Le vostre influenze musicali sono variegate e si sente… Quali sono i punti di contatto comuni che poi portano fino alla vostra musica?

Effettivamente siamo fruitori onnivori di musica. Abbiamo anche ascolti differenti fra di noi, ma una cosa da imparare quando si fa parte di una band è riconoscere la qualità oggettiva di quello che si fa, con il giusto apporto di autocritica e la necessaria dose di confronto. A tutti piacciono la spinta ritmica, le armonie asciutte e dirette, i testi ironici, l’amore per la vita.

Come siete arrivati alle sonorizzazioni per cinema, letteratura e teatro, visto che è ormai un percorso parallelo?

La rivisitazione di colonne sonore è stato il primo collante della band. Per almeno tre anni siamo stati chiusi in sala prove – le apparizioni live erano sporadiche – a fare una vera e propria attività di laboratorio sulla musica da cinema vintage, soprattutto italiana. Quando abbiamo iniziato a scrivere canzoni, a fare dischi e tour, non abbiamo voluto perdere il contatto con quel mondo che, in qualche modo, ci tiene sempre sul filo della sperimentazione. Così abbiamo fondato il Brain Dept. un “dipartimento” libero e destrutturato per i progetti più estremi.

Gli anni 60 e 70 per voi…

Credo che per tutti gli appassionati di arte e cultura contemporanea rappresentino il ventennio più ricco, quello da cui trarre maggior ispirazione. Molti artisti che hanno prodotto in quel periodo sono ancora vivi, questo rende più semplice mantenere un contatto diretto con quegli anni. Per i Sikitikis sono soprattutto musica e cinema a fare la differenza in quel periodo. La grande produzione di colonne sonore e l’esplosione del pop, la rivoluzione culturale e il cinema italiano che conquistava il mondo.

Come vedete la scena musicale italiana attuale? I gruppi con cui vi sentite in sintonia…

Mi sembra che i tempi bui stiamo passando, anche se non ne siamo ancora fuori. Molti pensano che siano le band a fare un “scena”, io credo che questa famosa scena non sia altro che il pubblico che va a vedere i concerti. In tal senso sembrano esserci timidi segnali di ripresa. I dischi usciti negli ultimi sei mesi parlano chiaramente di una qualità media che si sta alzando, anche nei dischi di esordio. Inoltre sembra esserci una certa compattezza nei contenuti, pur nella differenza di stile. In questo momento ci piace sentire delle affinità con i Tre Allegri Ragazzi Morti, con gli Zen Circus… ma anche coi Virginiana Miller e col Teatro Degli Orrori. Ci tengo a sottolineare che con questo non intendo dire che assomigliamo a tutti questi progetti, ma in ognuno di loro c’è qualche aspetto che stimiamo e in cui ci riconosciamo.

Secondo chi scrive la scelta di esprimersi in italiano è fondamentale, cosa pensate invece di chi ha scelto l’inglese come lingua?

Per noi il problema non si è nemmeno posto. Io scrivo i testi e conosco solo due lingue: l’Italiano e il Sardo. La speranza è che chi ha scelto l’inglese conosca davvero l’inglese. Conoscere una lingua, però, non significa solo avere la padronanza della sua grammatica e del suo vocabolario, ma significa anche saper cogliere sfumature e sfaccettature di una intera cultura. Solo un madrelingua credo si possa permettere di fare della poesia (perché di questo si tratta) in inglese, o magari anche uno particolarmente talentuoso che abbia vissuto un lungo periodo in un paese anglosassone. Quello che sento in giro in inglese prodotto in Italia, per la stragrande maggioranza, è inascoltabile per pronuncia e contenuti. Qualcosa si salva.

Come è stata l’esperienza della distribuzione online e ai concerti del secondo disco B?

Un bilancio… estremamente positivo. Basti pensare che abbiamo confermato i numeri del primo disco che aveva distribuzione major. Ora con la distribuzione indipendente abbiamo fatto un primo passo anche in quella digitale. Con ogni probabilità studieremo una formula per il futuro che si sbilanci sempre di più su quest’ultima.

Come è nato l’ultimo Dischi Fuori Moda?

Semplicemente scrivendo canzoni. Abbiamo iniziato a lavorare in grande libertà, proprio come se questo disco non dovesse mai uscire. Se devo usare un sostantivo che racchiuda la nostra sensazione in una sola parola ti dico “leggerezza”. Per il resto, è stato fondamentale il periodo di registrazione al Natural Head Quarter di Ferrara, dove il Fusaroli è stato capace di distillare al meglio l’essenza della band e l’umore della scrittura. Un mese di clausura nelle campagne romagnole che ha dato una dimensione bucolica ad un’esperienza, quella di registrare un disco, che per noi era, fino a quel momento, fortemente legata alla dimensione urbana del centro di Torino.

Il vostro sguardo sull’attualità è ironico ma anche pessimista, penso per esempio all’immigrazione in Salvateci dagli italiani, o i ritratti generazionali in Uccidere compagni di scuolaAvere trent’anni … Come vedete la situazione attuale in tema di immigrazione, libertà… alla luce anche del vostro sostegno all’indipendentismo sardo?

Abbiamo sicuramente uno sguardo più ironico che pessimista. Addirittura si può dire che lo sguardo sul futuro è addirittura ottimista! Descrivere l’attualità in chiave ironica (anche amara) è una modalità assolutamente istintiva. Avere Trent’Anni parla di una storia vera, Uccidere Compagni di Scuola è una rassegna stampa surreale con tanto di commenti e ritornello con spiraglio di speranza. Per Salvateci Dagli Italiani il discorso è più complesso, ci sono diversi piani di lettura, il testo è forte ed equivocabile. Gli extracomunitari sono una grande risorsa per tutti i paesi europei dove l’invecchiamento sta per diventare un problema serio. In chiave indipendentista, io credo che la nazione sarda debba conservare la sua indole inclusiva, aperta alla contaminazione e integrativa. Essere indipendentisti oggi non significa essere contro qualcuno, ma a favore di qualcosa. Immagino la Sardegna del futuro come una repubblica multietnica… magari anche noi avremo un presidente nero!

Anche in questo album sono presenti le cover, qui Malamore di Enzo Carella… Come è nata questa scelta?

Ho amato per anni questa canzone. I testi di Pasquale Panella sono straordinari. All’inizio, l’idea era di cercare un brano di Lucio Battisti. Nel gruppo proviamo tutti un amore folle per Battisti. Poi abbiamo scoperto che Enzo Carella era uno dei sui artisti preferiti. Così abbiamo colto questo legame ed abbiamo deciso di stravolgere Malamore per farne un pezzo “fuori moda”.

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