Signori del caos

Girava a piedi a Stoccolma non più di un mese fa, Erik Daniellson, partito da Uppsala senza neppure un alloggio di fortuna, per andare a vedere gli Iron Maiden a Solna. Lo sappiamo perché a piedi giravamo anche noi ed Erik, per chi lo ha conosciuto in quei giorni, sembrava tutto tranne che il leader di una delle più importanti, innovative e sensazionali black metal band del pianeta. Uno dei tanti, diciamo così, che si raggruppa con fan di diverse nazionalità (qualcuno italiano, e lo potrà confermare) passando la notte a bere, come se i tour in giro per il mondo non gli fossero ancora bastati. Tatuaggi su tutto il corpo, lo sguardo vitreo (forse di ghiaccio) i capelli lunghi e un aspetto tutt’altro che tranquillizzante, eppure Erik Daniellson di persona è un artista molto profondo. Forse addirittura troppo stretto per gli abiti del black metaller. E forse, proprio per quello, lui ha deciso di cambiare l’atelier della musica satanica per definizione. Filmmaker, illustratore, musicista, regista indipendente, frontman, presto editore (ci confesserà che a Gennaio 2014, se tutto andrà per il verso giusto, inaugurerà la sua piccola casa editrice “metal fantasy” in compagnia del cantante degli In Solitude), oggi Erik è nella classica posizione del “To Watch For”, ovvero tra i maggior indiziati per essere tra i protagonisti della contemporanea scena metal: eppure i Watain non dovrebbero essere una sorpresa, almeno per chi segue il metal con passione e attenzione. Quindici anni di attività, cinque album in studio e una manciata di live, EP, nonché il documento meraviglioso di Opus Diaboli. Ed oggi che viene pubblicato The Wild Hunt, nessuno può ignorare ulteriormente i Watain.

Loro sono i maestri del caos. Visti sotto un’altra lente, sono l’equivalente materiale e infernale dell’approccio globale al black metal dei Wolves In The Throne Room. Black metal e rumorismo. Ma se nei secondi tutto converge verso la dematerializzazione della materia black, nei Watain la teoria musicale va verso il disegno dell’apocalisse. Ancora di più: The Wild Hunt, oggi, è il confluire di tre teorie musicali: la prima, originata dalla visione corale degli Emperor, la seconda trascinata dall’efferatezza dei Dissection di Storm’s Of The Light Bane. La terza, ancora da codificare, ma forgiata in primis proprio dai Watain. E’ questa la chiave di lettura per capire l’importanza dei Watain nel contesto musicale metal. Importanza di cui discutiamo proprio con lo stesso Erik Daniellson.

Prima domanda Erik, e si torna immediatamente alle origini: quindici anni dopo, nonostante negli ultimi anni il nome dei Watain sia cresciuto enormemente, finalmente si parla di voi in termini di band definitiva. E’ un traguardo, indubbiamente, ma raggiunto con estrema fatica: come mai?

Dovremmo andare ad analizzare il contesto di fine anni ’90, nel quale ci siamo mossi, in cui ancora non si parlava di neo black metal, né di ritorno della Nwobhm. Insomma, si stava uscendo dal metal storico, dalle vere radici, per entrare in un’epoca sperimentale molto particolare. E noi eravamo indubbiamente, come siamo ancora, una band classica. Forse abbiamo pagato quello scotto. Diciamo che a un certo punto della nostra carriera, ci siamo trovati ad un bivio: mutare anche noi espressione musicale, oppure rimanere estremamente coerenti e rischiare. Abbiamo scelto la seconda strada. E questo ci ha portato a risultati forse inaspettati, ma pieni di soddisfazioni.

Radici: un elemento che ritorna sempre nella cultura svedese. Le band scandinave, e in particolare quelle svedesi, sembrano indissolubilmente legate alla storia dell’heavy metal. Mi sono sempre domandato come mai, e passeggiando per Stoccolma, ho notato che i tabloid nazionali, il giorno dopo il concerto degli Iron Maiden, hanno dedicato a loro la copertina di ogni testata giornalistica. Chiedo a te, quindi: è questo il segno di una cultura nazionale legata al metal?

In generale alla musica, in particolare al metal. E dici bene: i tabloid hanno sempre dedicato grande spazio al rock e al metal. A Solna è stato costruito uno stadio attrezzato principalmente per ospitare concerti rock: un luogo da 70 mila persone. I negozi di dischi ci sono, si sono storicizzati, hanno un sacco di materiale e tantissima competenza. Ci sono giornali, magazine, un sacco di band. E tutto questo fa cultura ed è una cultura metal. Chiaro che, vivendo in questo contesto, sia praticamente e felicemente impossibile staccarsi dal retroterra metal.

Radici che sono esplose prepotentemente in Wild Hunt. Rischio, ma dico che questo è il vostro album più Nwobhm, pur in un contesto black. Sotto certi aspetti, mi avete ricordato molto da vicino gli ultimi Darkthrone…

Sono d’accordo, soprattutto con il paragone con gli ultimi Darkthrone. E non è una novità che Fenriz (fondatore e leader del gruppo norvegese) sia un fanatico di Nwobhm. Non tutto il nostro disco è classicamente metal, ma certamente quello che si sente in sottofondo e le architetture musicali, lo sono. Eccome. La Nwobhm, soprattutto quella più oscura – e penso a band come gli Angel Witch, i Witchfynde, giusto per citarne alcune, per non parlare dei Sanctuary o dei Sabbath degli anni ’80 -, è divenuta un punto di riferimento per tutti, noi compresi.

watain

E poi c’è il caos, la violenza organizzata, l’efferatezza della vostra struttura black che, paradossalmente, si sta allontanando dai dettami prettamente black per affrontare territori ancora sconosciuti…

Quello, se ci riflettiamo bene, arriva dai Bathory. Nessuno come loro ha saputo scrivere, in anticipo di almeno vent’anni, l’equilibrio perfetto tra heavy metal e furia.

Vi considerate ancora una black metal band?

Sì, forse non totalmente, ma in buona parte sì.

Ciò che mi ha lasciato senza parole, in Wild Hunt, è la capacità narrativa di ogni vostra canzone, innanzitutto del concept finale che emerge, almeno dal punto di vista musicale. Ma anche la capacità di trasmettere immagini chiaramente legate all’apocalisse biblica…

Beh, questo è decisamente appagante, perché era proprio quello l’obiettivo in sede di stesura brani. Scrivere apocalitticamente. So che può sembrare presuntuoso, ma la mia visione di Wild Hunt era proprio quella: un grande affresco sull’apocalisse del mondo che, se già non è in atto, appare molto vicina.

Quindi non andiamo molto lontano se diciamo che Wild Hunt è il disco del romanticismo black metal. Siamo alla sturm und drang del metal estremo. Mi vengono in mente alcuni dipinti di Richter, simbolo del romanticismo pittorico tedesco. Che ne pensi?

Che so a che quadri ti riferisci, e ne sono lusingato perché amo quel genere di pittura. Sono molto legato ai classici, alla pittura e all’illustrazione come segno espressivo, e mi ci trovo molto in questa definizione. Pensa che l’anno prossimo, se tutto andrà secondo i piani, inaugurerò la mia piccola casa editrice che pubblicherà libri di illustrazioni, copertine per cassette e dischi, etc.

Veramente?

Sì, saremo io e il cantante degli In Solitude. Sono molto eccitato perché è una cosa che volevo fare da molto. Non so quando troverò il tempo, ma lo farò.

In effetti il tuo facepainting, a differenza degli standard black, è sempre stato molto dinamico e ha sempre rappresentato un punto di rottura rispetto alla tradizione black stessa. Come se stessi usando il tuo volto come tela…

E’ esattamente così. Ho sempre considerato l’arte di truccarmi per gli spettacoli, come espressione teatrale greca. Come maschera non per nascondermi, ma per esprimere altri concetti. Per essere mutevole, per interpretare la musica.

A proposito di classicismo: The Wild Hunt è pieno di strutture musicali classiche. Anche in questo caso azzarderei Bach e Wagner. Non è la prima volta che il black metal e l’heavy metal in generale si rifanno alla musica classica, basti pensare a Malmsteen negli anni ’80, concentrato su Vivaldi, Mozart e Bach. Peraltro, vostro conterraneo…

Malmsteen è stato deriso da tutti, ma ha tradotto la musica classica in metal. E’ stato il passo successivo a Ritchie Blackmore, altro personaggio devoto a Bach. Pensa solo a quello che ha fatto nei Rainbow. Questo credo che appartenga alla nostra cultura, e torniamo al punto di prima. Personalmente, io sono un amante della musica classica: magari non un cultore, ma sicuramente ne ascolto tanta. Poi, probabilmente mi mancano le basi teoriche ma amo quel tipo di suono, amo la composizione architetturata. Amo il pensiero prima dell’azione. E la musica classica è quello.

Oggi i Watain escono dal mondo underground, e diventano una band di riferimento. Questo lo dice l’interesse della stampa nei vostri confronti, ma anche l’appeal che avete ottenuto. Eppure, Erik, niente mi toglie dalla testa che rimarrete sempre una band underground, come mentalità e approccio, e forse The Wild Hunt è il disco più underground della vostra storia…

Grazie, questo è veramente un grande complimento, perché nella filosofia underground c’è tutto quanto è servito a noi per essere ciò che siamo, per crescere. E’ veramente la nostra base di partenza. Attenzione per i lati oscuri, per le piccole band, per le correnti veramente significative. E qualunque livello di fama potremo raggiungere, anche se non credo che andrà mai oltre quanto stiamo ottenendo, non usciremo mai dallo spirito underground. Perché è molto di più di una definizione. E’ una filosofia, uno stile di vita, un simbolo, un segno, una precisa scelta.

E se domani dovesse passare questo interesse per i Watain ?

Continueremo per la nostra strada, come sempre.

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