Searching the perfect hook

Ha avuto una carriera alquanto movimentata Dan Sartain. Nato musicalmente nell’indie americano sotto l’ala di John Reis (Rocket From The Crypt, Drive Like Jehu, Hot Snakes) e la sua Swami Records, il nostro si fa le ossa girovagando in su e giù per l’America a supporto dei Hot Snakes. Lui vive di lo-fi rockabilly, gli altri sparano un garage-hardcore tra i migliori all’inizio dei 2000. Poi, di punto in bianco, l’approdo dall’altra parte dell’Atlantico sponda One Little Indian, quella di Björk e Sinead O’Connor tanto per capirsi.

Ne escono una manciata di dischi di cui Join Dan Sartain rappresenta la pietra angolare: un po’ perché ha i brani migliori (Drama Queen, Young Girls, Replacement Man), un po’ perché il mix musicale contenuto, tra country ballad, rockabilly alla Tav Falco e suoni western/mariachi culminanti nella cover di Besame Mucho, è forse il miglior biglietto da vista del nostro. Oggi, sempre per One Little Indian, arriva Too Tough To Live, sesto disco del nostro che si cimenta dichiaratamente nel punk old school dei ’70.

Partiamo iniziando dal tuo ultimo lavoro, Too Tough To Live. Sembra venire direttamente dal punk rock ’70 dei Ramones. Cosa ti ispirava di quel suono?

Volevo fare un disco con tutti down strokes, ma era difficile senza rubare agli Hot Snakes. Così ho rubato a qualcun’altro. Volevo che nessuna di queste canzoni fosse sincera.

Hai un approccio molto diretto in questo album, essenziale. Quale era l’idea nel concepimento del disco?

Volevo usare strumenti e tecniche di registrazione che fossero comuni e facilmente rintracciabili. Ho usato una batteria con pelli chiare. Nel mio precedente disco non avrei mai usato queste pelli chiare stupide a vedersi. E credo che siano ancore stupide a vedersi, ma se suonano ok le uso. Ho usato anche amplificatori Marshall. Anche questi amplificatori sono stupidi, ma ho trovato quello per cui sono buoni, ho capito perché la gente li usa.

Nei testi di Too Tough To Live tratti anche aspetti politici dei ’70, Nam Vet è solo il primo esempio in tracklist. Qual’era il tuo scopo nello scrivere i testi?

Pensavo fossero divertenti.

Nella tua discografia difficilmente sei partito due volte dallo stesse premesse. Sempre piccoli cambiamenti dal rockabilly fino a sonorità western, messicane, rock, adesso punk. Qual è il punto comune?

Per fortuna ho sempre dei nuovi motivi. Voglio semplicemente che ogni canzone raggiunga la stessa qualità (se ne hanno mai avuta una). Credo che più le cose cambiano, più rimangono invariate. Non mi sono allontanato poi tanto dal centro del percorso.

La tua opinione su questa tendenza alla retromania? Per esempio nella scena garage, spesso sentiamo gruppi con un’idea vaga del sound ’60 e ’70. Basta avere un approccio lo-fi, qualche tema surfin’n’roll ed il gioco è fatto. Alla fine questo può essere limitativo: perdiamo le differenze che c’erano al quel tempo, e adesso tutto suona più o meno uguale.

Alcune cose sono cool dal vivo, è bello vedere questo tipo di show portare qualcosa di nuovo rispetto alla sale d’incisione, ma sono inutili da registrare. Devi aggiungere qualcosa di nuovo o di non sentito per rimanere valido. Ritorna tutto sul questione di avere dei buoni motivi. Ma cosa ne so.

Cha artisti ti piacciono? Ho letto da qualche parte che sei un grande fan dei Beatles e ho pensato, hey, ecco perché fa dei ritornelli così fighi.

Chi era la George’s band prima dei Traveling Wilburys?

Dicci qualcosa sui tuoi concerti. Su Youtube girano parecchie performance in cui ti esibisci da solo, altre con un batterista, altre ancora in cui si aggiungono altri elementi. Qual è la tua scelta preferita sul palco?

Voglio fare tutto quello che è necessario per fare andare avanti al meglio lo show. Mi piace suonare con più musicisti, ragazzi e ragazze che posso!

Trovi differenze tra musicisti europei e americani? Forse siete voi più teatrali?

E’ divertente vedere tutti questi ragazzi che si vestono come Elvis. Allo stesso tempo sono cresciuto con gruppo di ragazzi qui in Alabama che volevano suonare e apparire esattamente come i Cure. Sono divertenti allo stesso modo.

Ultima domanda. Vieni da Birmingham in Alabama, non ci sono mai stato ma nella mia mente non è proprio il centro del mondo. Noi qui in Italia abbiamo molti progetti sia musicali che artistici che vengono “dalla provincia”. Lì che sta succedendo? Cose eccitanti o calma piatta?

Non vengo “dalla provincia”. Nemmeno un po’. Ma buona fortuna nel trovare il centro del mondo che hai in mente.

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare