“Sapevo di essere nata per questo”. Intervista a MC Yallah
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Mauro Bonomo
- 27 Maggio 2022
Il clima musicale in Uganda e nei paesi limitrofi è infuocato da almeno un lustro a questa parte: merito di Nyege Nyege Tapes, certo, ma anche di un underground vivace e rigoglioso di talenti accomunati spesso da una dedizione totale nei confonti della musica e dal desiderio di farne – anche – un veicolo di successo. Su queste pagine abbiamo intercettato diverse pubblicazioni targate Nyege Nyege (o Hakuna Kulala, sua sublabel), e tra di esse ha trovato spazio anche Kubali, disco che vedeva collaborare il producer Debmaster con la rapper kenyota MC Yallah. Una vera e propria veterana delle scene in Uganda – dove vive, MC Yallah è stata tra i primi nomi ad alimentare Nyege Nyege, fin dalla nascita del collettivo o quasi.
L’ho raggiunta via Whatsapp durante il suo tour in Europa, tra Nantes e Parigi, per farmi raccontare qualcosa in più sulla sua carriera, iniziata più di vent’anni fa e ripartita – di slancio – proprio negli ultimi anni. In attesa di godercela dal vivo nell’ambito di Jazz is Dead (qui trovate nel dettaglio l’imperdibile programma di quest’anno).
Hai iniziato a fare musica all’età di 15 anni e con grande perseveranza e ora sei arrivata a pubblicare un lavoro acclamato a livello globale insieme a Debmaster. La domanda – forse scontata – è: come ci si sente?
Ok, questa è una bella domanda. In realtà ho iniziato addirittura prima, e fin da piccola sognavo, avevo l’obiettivo di diventare “internazionale”: e adesso che, dopo un sacco di tempo in cui ho fatto musica e le cose sembravano non muoversi in quella direzione, le cose stanno girando al meglio ovviamente mi sento di aver raggiunto un obiettivo, di stare iniziando a vivere quel sogno. Ma allo stesso tempo per me questo è ancora un punto di partenza.
Prima di Nyege Nyege, se non sbaglio, hai anche interrotto temporaneamente la tua carriera. Cosa ti ha spinta a farlo? E cosa, invece, ti ha spinta a ritornare?
Sì, in effetti a un certo punto della mia vita ho sentito che mi mancava qualcosa. Mi mancava Dio. Per questo ho lasciato la carriera musicale, ho frequentato la chiesa, mi sono dedicata alla famiglia: è in quel periodo che è nato il mio primo figlio. Eppure, intorno al 2008, uno dei miei più cari amici che mi conosceva fin da quando – a quindici, sedici anni – rappavo in un posto chiamato DV8, mi ha detto «Yallah, devi venire con me in studio». E così nacque Abakyala, che fu un successo nelle radio di tutto il paese. Dopo che mi ero presa la pausa che ti dicevo, le nuove generazioni non mi conoscevano, ma in molti invece cominciarono a dire «Ehi, questa è Yallah! E’ tornata!». Da allora ho capito che la musica era qualcosa che faceva ancora parte di me, ne avevo bisogno. Ho ricominciato a produrre brani, sono uscite un paio di cose, ad esempio Ndeete e un paio di release, e poi verso il 2012 ho incontrato – attraverso un programma di musica hip hop dove lavoravo come presentatrice, NewzBeat – uno dei fondatori di Nyege Nyege, Derek (Debru). E in un certo senso quando è finito NewzBeat stava nascendo l’etichetta, e così anche io mi sono concentrata al 100% sulla mia carriera e su NN.

Qual è stata l’influenza di Nyege Nyege sulla tua carriera? Ovviamente immagino sia stata fondamentale, ma vorrei che mi raccontassi anche di come hai vissuto la nascita del collettivo e come ha avuto un impatto sulla scena musicale in Uganda – e non solo…
Nyege Nyege è stata per me davvero una ripartenza, come quando fai ripartire un’auto. Mi hanno rimessa in moto. Quando, come ti dicevo, avevo ricominciato a fare musica le cose sembravano un po’ stagnanti, ma nel 2015, quando l’etichetta ha iniziato a muoversi, all’inizio in un piccolo paese dell’Uganda chiamato Jinja [qui si riferisce al Festival organizzato da Nyege Nyege, ndSA] ovviamente era qualcosa di piccolo: c’era del pubblico, ma io l’ho davvero visto crescere esponenzialmente in questi anni. E Nyege Nyege ha fatto tantissimo per la scena musicale in Uganda: andando a scovare talenti dall’underground, non guardando mai al mainstream. E io sono uno di questi, in effetti: ci ha dato un palcoscenico. In Uganda ha fatto qualcosa che mai nessuno aveva fatto prima: ha dimostrato al paese che c’è del talento vero, tra la sua gente, e che era stato a lungo ignorato.
Raccontami un po’ del tuo rapporto artistico con Debmaster
Wow, Debmaster. Dico sempre che lui è una di quelle persone che ero destinata a incontrare. Pensa: io non ho mai registrato in uno studio con lui. Mai: niente di quello che abbiamo fatto è stato fatto in studio insieme! La prima volta che mi ha mandato dei beat, su suggerimento di Arlen (Dilsizian, co-fondatore di Nyege Nyege), sono rimasta scioccata: perché ero abituata a ritmi trap, old skool, quand’ero piccola rappavo sull’hip hop americano, 2Pac, DMX, Juvenile… roba molto quadrata e lineare: 4, 4, 8… Per questo quando ho sentito quelli di Debmaster mi sono sembrati pazzeschi. Dico sempre che devi essere un po’ un matematico per attaccare i suoi beats (ride, ndSA), non tutti gli MC riescono a domarli. Quindi da questi primi beats è nata la nostra prima traccia, Ndi Mukazi, e poi ha preso forma Kubali, Sempre in questo modo: lui mi manda le tracce, io ci rappo sopra. Ma trovo che davvero ci sia un feeling particolare tra noi, nonostante ci siamo incontrati di persona soltanto nell’ottobre del 2019, quando abbiamo fatto il nostro primo show, tra l’altro proprio in Italia.
E com’è stato questo primo incontro?
Guarda, è buffo, perché io mi chiedevo “chissà chi è, chissà che aspetto ha”, perché l’avevo sempre visto soltanto in foto! Infatti quando l’ho visto per la prima volta mi sono resa conto di aver sbagliato totalmente! Pensavo che fosse diverso, vai a sapere, non so spiegarti… Invece è davvero un ragazzo semplice, easy like sunday morning, proprio come me. Ed è il mio compagno di suono in questa strada: c’è davvero un feeling particolare e unico.
Cosa significa per te fare musica? Cosa ti ha ispirato a iniziare a fare hip hop quand’eri più giovane?
La musica significa tanto per me, sono convinta di essere nata per questo. Mia mamma mi portava alla Scuola Domenicale, quando avevo appena 4 anni: e io durante la settimana aspettavo con impazienza quel giorno, per andare lì e cantare. Poi, quando ero poco più grande, i miei fratelli hanno iniziato a comprare i dischi di gente come 2Pac, Missy Elliot, The Fugees… La lista è lunga. In ogni caso, immaginati: io, a sette otto anni, che guardavo i miei fratelli ballare e cantare in casa con questi pezzi: li guardavo e sorridevo, e mi sono davvero innamorata di questa musica! Pensa che a dieci anni, quando andavo a scuola, durante l’intervallo restavo in classe anziché andare fuori in cortile: salivo sulla cattedra e cantavo Ice Ice Baby (canticchia, ndSA).
Cosa pensi di questo Jazz is Dead? Sarai in cartellone con gente del calibro di The Bug e altri nomi molto interessanti…
Sono già stata in Italia e la gente è molto accogliente, calda, presa bene. Non vedo l’ora, perché so che sarà pazzesco, lo sento!
Programmi per il futuro? Festival, dischi?
Suonare, fare altri dischi, il nuovo album esce quest’anno, a ottobre. Stiamo girando tantissimo, ci siamo dovuti fermare nel 2020 a causa del covid, e io mi dicevo “questo covid non ci butterà giù”. Adesso per fortuna siamo tornati in giro, e abbiamo ancora più date di due anni fa. L’elenco è lungo. Il primo singolo del disco arriva il mese prossimo: state in guardia!
