Narrare senza parole
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Fabrizio Zampighi
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Stefano Pifferi
- 16 Novembre 2012
La scelta di fare un video per la title track di un album dal titolo così pieno di significati non può essere casuale. In più l’idea alla base del girato di Fenice, pur essendo semplice, è anche piuttosto evocativa e adatta alla musica. Ti va di raccontarci il dietro le quinte?
Il primo video tratto da Fenice è stato Selce, girato da una donna (Fatima Bianchi) che fa parte del mondo della videoart. In mezzo c’è stato il gustoso dono di Angelo Puzzutiello per Gentlemen Only, una sorta di Romanzo Criminale in chiave Roma Underground che ho gradito molto. Si trattava però di un pezzo ironico, il “divertissement” del disco. Tornando ai pezzi di matrice “epica Ronin”, Fenice è stato affidato di nuovo ad una donna (Natalia Saurin), anch’essa riconducibile al mondo della videoart. Questa duplice caratteristica (donna + videoarte) dà ai video dei Ronin una chiave di lettura veramente unica. Lungi dall’essere melensa, lontana anni luce dall’esigenza di “ritmo” e appeal del videoclip. Ecco, se qualcuno volesse capire la differenza tra videoclip e videoart applicata alla musica, potrebbe guardarsi i video di Selce o Fenice, e poi guardare un qualsiasi altro videoclip. Per quanto riguarda il canovaccio di partenza, abbiamo dato a Natalia piena libertà, anche perché la mia visione estetica dell’epica dei Ronin (l’eroe sconfitto, eccetera) è piuttosto maschia e invece volevo lasciare emergere la personalità della regista.
Narrare senza parole rende impegnativo decrittare il significato del video: ci si legge inquietudine, solitudine, aspettative disilluse, rimasugli del passato, su cui aleggia la costante presenza della morte. Gli archi di Manzan sul finale, insieme agli stormi di uccelli in volo libero, arricchiscono le suggestioni musicali, ma c’è sempre un forte senso di malinconia..
E’ quello che volevo: la visione dell’epica Ronin virata al femminile. L’intro è di un’angoscia quasi insostenibile, perché non ne capiamo il motivo. Quando poi ho letto che Natalia voleva girare delle immagini in un Luna Park, ho subito capito che ne avrebbe colto l’aspetto decadente. Questo vale anche per me: mettetemi a una festa e vedrete la versione più solitaria e malinconica di Bruno Dorella. La sensazione di isolamento in situazioni di euforia collettiva mi appartiene in pieno. Infine, il volo finale abbinato agli archi di Nicola Manzan è di grande forza evocativa e il nesso narrativo con la pesca dei cigni di plastica al Luna Park è geniale.
A quasi un anno dall’uscita dall’omonimo CD da cui il brano è tratto, quale credi sia il pregio maggiore dell’ultima produzione targata Ronin?
La registrazione casalinga, il sapore sanguigno dei pezzi che ricade anche sul suono, l’urgenza espressiva che è stata colta da critica e pubblico. Abbiamo voluto far passare il messaggio che si trattava di un disco “vero” e sentito. Non che gli altri non lo fossero, ma la produzione patinata forse prevaricava il sentimento. Non so. Ma sono contento invece che su Fenice la gente abbia colto il messaggio.
Com’è portare un disco così “difficile” – dal punto di vista dell’impegno con cui l’hai scritto e registrato e del significato che ha per l’intera esperienza Ronin – in tour? Avete fatto un bel numero di date…
Non so se fosse più o meno difficile degli altri. C’erano due brani che, a causa dei contributi esterni di grande spessore (la voce di Emma Tricca in It Was a Very Good Year ed i fiati di Enrico Gabrielli in Conjure Man) non potevano essere riproposti live. Ma questo è successo per ogni disco. Mi tengo sempre un paio di brani che esulano dal set chitarre-basso-batteria, ben sapendo che poi, probabilmente, non potrò riproporli dal vivo. Suonare il disco ogni sera ci ha permesso di migliorare e cementare l’unione anche col nuovo batterista Paolo Mongardi. La prima sera del tour, a Torino, mi ricordo che ero emozionatissimo.
Abbiamo saputo dell’uscita di Chet dalla formazione. Il commiato dev’essere stato tra lo struggente e il cazzone, da quanto si è letto sulla vostra pagina facebook. Nel frattempo è arrivato Diego Pasini. Cambierà qualcosa nello stile del gruppo?
Nel Luglio 2011, quando stavo per sciogliere il gruppo, Chet e Nicola vennero a Ravenna e mi convinsero a ripensarci. Da lì nacque Fenice. Ho deciso di ritrovarci ogni anno a Luglio, per fare un bilancio dell’annata e capire chi c’è e chi non c’è. I Ronin non devono essere un cappio per nessuno. Chet ha deciso che aveva dato e ricevuto dal gruppo quello che c’era da dare e ricevere. Siamo amici come prima e così dovrebbe essere sempre, se i rapporti sono limpidi e corretti. Gli auguro ogni bene coi Quasiviri. Diego è appena arrivato, abbiamo fatto un paio di registrazioni e un solo concerto. E’ giovane e ha una gran voglia di suonare. Ha portato nel gruppo una bella energia e una sana dose di tensione propedeutica.
Ovo, Ronin, Bachi da Pietra sono i progetti che ti vedono impegnato attualmente. Cosa ti piace di ognuno di essi e come cambia il tuo approccio – in termini strettamente musicali ma anche di attitudine – passando da una formazione all’altra?
Cambia tutto in ogni gruppo: genere, strumento, attitudine. Negli OvO suono la batteria, il genere è in qualche modo riconducibile al noise-rock, io e Stefania Pedretti ci dividiamo equamente le responsabilità compositive e organizzative. Nei Ronin suono la chitarra, scrivo io i pezzi e dirigo il gruppo e il genere è strumentale/cinematografico. Nei Bachi da pietra scrive e dirige Giovanni Succi, io suono la batteria in un ruolo di gregario d’oro che mi piace molto e il genere è più o meno affine alla canzone. Come vedi è tutto molto diverso, non corro il rischio di mischiare troppo o confondermi….
Ultimamente il tuo alter ego nei Bachi da Pietra, Giovanni Succi, ha lavorato sul progetto La Morte con Rico di Uochi Toki. Come lo giudichi? Che ti pare del suo impegno nell’ambito dei reading inaugurato con Il Conte di Kevenhüller?
A me sembra straordinario. In questo momento sono davvero pochi in Italia a scrivere e leggere con la sua intensità, nel mondo della musica. Il Conte di Kevenhüller mi ha coinvolto oltre ogni aspettativa, tanto che ora sto seguendo il blog (caproni.org) come se fosse un’avvincente serie TV. Ho visto La Morte Dal Vivo al suo esordio, pochi giorni fa, e ne sono entusiasta, sono riusciti ad inventarsi un modo convincente di affrontare la lettura in musica, ed hanno margini di miglioramento tali che non mi stupirei se diventassero un “caso” nazionale. Se poi aggiungi che Rico Uochi Toki è anche il fonico degli OvO dal vivo, ecco che le mie sorti sono legate a doppio filo a La Morte. Ma non pensare che il mio giudizio su di essa sia ammorbidito da ciò, anzi… Sono severo censore di Rico e Giovanni, e loro lo sono per me. Ci diciamo sempre cosa ci piace e cosa no di quello che facciamo, è il modo migliore di aiutarsi a vicenda.
Domanda inevitabile e certamente fuori tema, considerato l’argomento principale di questa intervista: puoi darci qualche anticipazione sul nuovo disco dei Bachi da Pietra in uscita a Gennaio 2013?
Sarà un disco hard rock. Non scherzo.
