Quando Marc Bolan incontrò Stan Lee: il crocevia tra rock e fumetti
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Orazio Sturniolo
- 28 Agosto 2025
Il 1975 a Londra non fu un anno qualsiasi, ma un crocevia in cui la città sembrava ospitare tutte le contraddizioni del secolo.
Da una parte la tragedia: il Moorgate tube crash, quarantatré morti e settantaquattro feriti, l’incidente peggiore nella storia della metropolitana londinese in tempo di pace. Poi le bombe, che squarciavano l’aria e la fiducia: al London Hilton Hotel, con due vittime e sessantatré feriti; a Green Park station, con un morto e venti feriti, notizie di cronaca nera che la BBC consegnava alle case con il suo tono inconfondibile. Sul fronte politico, la svolta storica: Margaret Thatcher diventava la prima donna a guidare un grande partito britannico, mentre il Paese intero veniva chiamato a dire la sua sulla permanenza nella Comunità Economica Europea.
Ma il 1975 non fu soltanto sangue e politica. Fu anche un anno in cui la musica londinese ribolliva come una pentola dimenticata sul fuoco: il punk iniziava a mostrarsi col primo concerto dei Sex Pistols, il glam rock brillava ancora dei suoi riflessi al neon, il progressive cercava nuove galassie sonore da esplorare. Intanto il reggae si faceva strada nei club e nei cuori, con Bob Marley and the Wailers a incendiare il Lyceum in un concerto destinato alla leggenda. E, come se non bastasse, nelle radio esplodeva Bohemian Rhapsody dei Queen, destinata a diventare non solo un successo discografico, ma l’inno immortale di un’epoca.
In quel clima di contrasti, luci e ombre, accadde una cosa curiosa e luminosa: Marc Bolan, il pavone scintillante dei T. Rex, e Stan Lee, l’uomo che aveva popolato di supereroi i sogni di generazioni, si trovarono a chiacchierare. Non era un incontro qualsiasi, ma un’ora di registrazione che ancora oggi suona come una capsula del tempo, in cui rock e fumetti decisero di stringersi la mano e immaginare un futuro insieme.
Dietro le piume e i lustrini, Bolan aveva sempre custodito una passione genuina per i mondi Marvel. “Seguo la Marvel dal ’67,” confessò l’anno dopo a un giovane Neil Tennant, che prima di diventare metà dei Pet Shop Boys lavorava come redattore per Marvel UK. “Il Silver Surfer era uno dei miei preferiti. Doctor Strange un altro. All’epoca erano fumetti molto strani, diversi dagli altri. Poi si sono fatti più commerciali… ma Stan Lee resta un grande”. Non era solo un lettore: Bolan voleva scrivere per la Marvel. “Ho un libro di racconti di fantascienza in uscita. Dentro ci sono dei supereroi. Non come i vostri… ma potrebbero diventarlo. Stan era entusiasta all’idea”.

Quell’universo di carta e inchiostro gli scivolava dentro le canzoni: Doctor Strange spuntava in Mambo Sun, il Silver Surfer in Teenage Dream. E quando Tennant gli fece notare la cosa, Bolan sorrise: “Il mio nuovo album, Futuristic Dragon, comincia con un’introduzione che sembra l’incipit di una storia di Doctor Strange. E la copertina? Sembra uscita da uno dei vostri fumetti.”

In quegli anni Bolan conduceva anche un programma alla BBC in cui intervistava i suoi eroi. Uno di loro era proprio Stan Lee, il demiurgo della Marvel. La loro chiacchierata rivelò rispetto e fascinazione reciproci, ma anche un’idea che avrebbe potuto cambiare la storia: creare insieme un nuovo supereroe. Bolan immaginava un personaggio a metà tra Elric di Michael Moorcock, Thor e il Silver Surfer: un Electric Warrior proiettato nel futuro, niente a che vedere con Conan il barbaro. “Quel tipo non mi piace,” spiegò. “Vorrei un eroe meno rozzo, più complesso, più in sintonia con l’oggi.”
Ripensando a quell’incontro, Bolan descrisse Stan come “un furbacchione d’oro zecchino”, un solid gold easy hustler: scaltro, brillante, capace di venderti un universo con la stessa naturalezza con cui offriva un caffè. Un complimento sincero, perché nell’energia inesauribile di Lee, Bolan riconosceva lo spirito autentico dei fumetti.

Il supereroe nato dalle loro chiacchiere non vide mai la luce, e forse è stato meglio così: certe idee funzionano meglio come possibilità non realizzate, come porte socchiuse su mondi che avremmo potuto esplorare. Ma se oggi riascolti quel nastro, puoi ancora sentire il fruscio della bobina, l’entusiasmo nelle voci, e soprattutto il momento esatto in cui rock e fumetti, due universi apparentemente lontani, si trovarono allo stesso crocevia e capirono che, in fondo, parlavano già la stessa lingua.
